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Anche la moda si prepara ad affrontare le tensioni in Medio Oriente

Da Stefano Ricci a Kiton, Piquadro e Lardini, gli imprenditori del settore sono preoccupati per i mercati dell’area, come Dubai ma anche Teheran e l’emergente Erbil. E temono che l’incertezza diventi globale

di Silvia Pieraccini

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Backstage della sfilata Jil Sander a Pitti Uomo 97 (Credits: Vanni Bassetti)

Da Stefano Ricci a Kiton, Piquadro e Lardini, gli imprenditori del settore sono preoccupati per i mercati dell’area, come Dubai ma anche Teheran e l’emergente Erbil. E temono che l’incertezza diventi globale


4' di lettura

FIRENZE - Timori, dubbi, interrogativi. L’industria italiana della moda guarda con apprensione agli scenari di guerra che si sono aperti tra Usa e Iran, anche se spera – anzi, è fiduciosa – che i contrasti possano ricomporsi presto. Tra gli stand del Pitti Uomo, la più importante fiera al mondo di moda maschile (in corso fino al 10 gennaio alla Fortezza da Basso di Firenze con 1.200 marchi per il 45% esteri), il raid iraniano di martedì contro le basi militari Usa in Iraq ha avuto l’effetto di un mal di pancia: non allarmante ma insidioso. La conseguenza immediata è stata quella di congelare i progetti aziendali di sviluppo in Iraq, e di spedire “sotto osservazione” quelli nel resto del Medio Oriente.

Gli effetti del raid su Erbil
Nella città di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno vicino alla quale sono caduti i missili diretti alla base americana, la potente famiglia Barzani (che governa la regione autonoma fin dalla nascita) sta completando la costruzione di un maxi centro commerciale, il Gulan Park, pronto per essere inaugurato e per accogliere i grandi marchi del lusso, tra cui tanti italiani.

Brand come Paul&Shark, che realizza all'estero il 90% del fatturato, avevano già prenotato una boutique nel mall, anche perché Erbil è considerata la Dubai dell’Iraq: «Naturalmente da oggi tutto è in standby – spiega dallo stand al Pitti il titolare Andrea Dini, che conosce bene l’Iraq e le sue dinamiche – anche se queste aree sono abituate ai disordini, e dunque sono in grado di ripartire subito appena si calmano le acque. Erbil è un’antichissima città che oggi ha sei milioni di abitanti – continua Dini – è ricca di petrolio di alta qualità, è una destinazione del turismo d’affari ed è più avanti di Baghdad nello sviluppo: si riprenderà».

Il progetto di Gulan Park a Erbil

Potenzialità «interrotte»
Il fermento di Erbil ha attratto anche un marchio dell’abbigliamento maschile di lusso come Stefano Ricci , che esporta il 90% e nella città irachena ha già un distributore intenzionato ad aprire una boutique monomarca: «Erbil è una delle città emergenti nel mondo del lusso – spiega Niccolò Ricci, amministratore delegato dell'azienda fiorentina di famiglia e figlio del fondatore Stefano –, una città che stava crescendo e che ora, dopo questo raid, avrà una sicura frenata. Si può dire che Erbil diventa un punto interrogativo, esattamente come Dubai, che potrebbe essere un'altra delle città di ritorsione iraniana. Di certo questa vicenda avrà effetti sul segmento lusso».

Le prospettive per Dubai
Dubai, che con Haifa e Tel Aviv è stata indicata dall'Iran come bersaglio da colpire in caso di attacco diretto degli Usa, rischia di essere fonte di grandi problemi per l'industria italiana della moda, che da tempo lì ha investito non solo sul fronte retail (innanzitutto nel prestigioso Dubai Mall) ma anche su quello immobiliare e fieristico: il gruppo Ieg in joint venture con Dubai World trade center dal 2017 organizza la fiera orafa Vod Dubai; il gruppo Lvmh ha in programma dal 13 al 15 gennaio nel Bulgari Hotel di Dubai il nuovo evento dedicato ai propri marchi di alta orologeria tra cui Bulgari.
Uno degli ultimi annunci di investimento è quello di Giorgio Armani che ha scelto Dubai per presentare, il prossimo aprile, la collezione cruise 2021 e rafforzare così il rapporto con la città nella quale ha inaugurato nel 2010 il primo Armani Hotel.

L’Iran Mall di Teheran

Il legame turismo-shopping
«Ora Dubai vedrà un calo dei flussi turistici – prevede Niccolò Ricci – e questo preoccupa soprattutto per i russi, che nella città araba spendono molto. Noi abbiamo quattro boutique Stefano Ricci a Dubai e immaginiamo un rallentamento delle vendite. L'unica arma che hanno le aziende di moda vocate all'export per far fronte a questi stop è diversificare i mercati».

Il possibile «contagio»
I venti di guerra Usa-Iran preoccupano anche chi ha una presenza consolidata nel Paese del Golfo Persico, come il marchio bolognese di pelletteria Piquadro che conta ben tre negozi a Teheran, aperti dopo lo storico accordo sugli armamenti nucleari del 2015 che portò alla revoca delle sanzioni internazionali, e che oggi ha difficoltà anche a spedire lì la merce.
Il fatto che ormai tutti i mercati mondiali siano interconnessi, poi, amplifica le preoccupazioni degli imprenditori. «Non essere preoccupati sarebbe da irresponsabili – afferma Antonio de Matteis, patron del marchio sartoriale napoletano Kiton, fortissimo negli Usa e poco presente in Medio Oriente – speriamo solo che la ragione prevalga presto». I timori però affiorano: »Fino a oggi avevo previsto un anno assai positivo per l'azienda, ora vedremo», aggiunge de Matteis.

La boutique di Roberto Cavalli a Teheran

Stessa speranza che la crisi Usa-Iran sia passeggera per l'azienda marchigiana Lardini , che sta preparando la quotazione sul mercato Aim di Borsa Italiana, prevista in primavera: «Ci auguriamo che sia solo una cosa temporanea – dice il patron Andrea Lardini – noi oggi siamo poco presenti in Medio Oriente e negli Stati Uniti e guardiamo più a Corea e Giappone».

Il risiko però si fa sempre più complicato: l'annuncio del presidente americano Donald Trump di nuove sanzioni all'Iran dopo gli attacchi alle basi militari in Iraq sparge nuove ombre sull'industria italiana della moda ad alto tasso di export (quella maschile nel 2019 è arrivata addirittura al 70%).

Per approfondire:

Vai al dossier Pitti Uomo 97

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