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Anche i «negozietti etnici» sono l’anima di una città

di Franco Sarcina

(Fotogramma)

2' di lettura

Abito in fondo a via Padova, a Milano. Una strada frequentemente descritta come “periferia degradata” nel migliore dei casi, che diventa “covo di immigrati nullafacenti” per alcuni. Per me, invece, è una delle strade più vive e belle, della città forse più viva e bella d'Italia: Milano (sì lo so, sono fieramente di parte).

Di “negozietti etnici” la mia via è piena. Per la maggior parte, sono delle specie di minimarket dove trovi un po' di tutto: dalla pasta di marca ai detersivi, alle pile. Un po' di frutta qui, qualche verdura là. I prezzi sono bassi; personalmente mi hanno anche sempre fatto lo scontrino, anche quando ho comprato a qualche decina di centesimi una cipolla per improvvisare a casa un ragù.

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In fondo a via Padova, vicino a dove questa strana strada diventa parallela al naviglio della Martesana, ce ne sono due, praticamente uno di fronte all'altro. Nelle calde sere d'estate, i proprietari (credo siano cingalesi) si siedono fuori dal negozietto: nel mio immaginario, si guardano “la concorrenza” un po' in cagnesco. Ma forse è una mia interpretazione, e in realtà sono amicissimi.

Non hanno orari. A parte quando torno a casa a tarda notte, ora in cui di solito non guardo altro che la serratura del portone di casa, li ho sempre trovati aperti. Mi ricordo per esempio che erano ancora illuminati quando tornai, un paio di anni fa, a casa intorno a mezzanotte dopo essere stato da parenti il 24 dicembre, per il cenone della vigilia. Sono posti tranquilli, per quanto ne so; il proprietario di quello che mi capita di frequentare più spesso è gentile e silenzioso. Certo, l'italiano lo sa veramente a spanne, ma quando gli chiedi una cosa è solerte e non sbaglia mai.

Per me, italiano, abituato spesso a fare orari un po' strani e a tornare a casa tardi,

il “negozietto etnico” è una risorsa preziosa quando ho fame e c'è il vuoto pneumatico in frigo o in dispensa. In più, mai visto “casino” fuori da questi negozi, che sono frequentati un po' da tutti, italiani e stranieri, senza alcuna distinzione. La mia via –la mia bellissima via- è fatta anche di questi negozietti. A me fanno comodo perché rendono la mia vita più semplice, ai proprietari forniscono un sistema per vivere, onestamente e senza far male a nessuno. E contribuiscono a rendere la mia strada così bella.

Perché imporre loro degli orari?

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