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Anche la Russia imbocca la lunga strada della transizione verde

Un Paese che affida i conti pubblici ai guadagni di gas e petrolio guarda con preoccupazione del cambiamento di mix energetico richiesto per difendere il pianeta. Ma anche le fonti alternative possono essere una grande occasione di cooperazione con l’Europa

di Antonella Scott

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In non inquino. Un autobus elettrico a Mosca

3' di lettura

Vladimir Potanin dice di aver imparato la lezione. Chiamato a rispondere per le 20.000 tonnellate di diesel che nel maggio scorso si sono riversate nelle acque dei fiumi intorno a Norilsk, nell’Artico russo, il responsabile del gigante dei metalli all’origine del disastro ha annunciato una «drastica revisione» dell’approccio di Nornickel alla gestione del rischio ambientale, il controllo delle acque, la biodiversità e il cambiamento climatico: «La compagnia intende aumentare gli investimenti nella sicurezza industriale e nel rinnovamento delle infrastrutture energetiche», scrive Potanin nel rapporto annuale del gruppo.

A metà febbraio un altro colosso russo delle materie prime, Polyus Gold, tra i primi produttori mondiali di oro, ha annunciato il passaggio dalle centrali a carbone all’energia idroelettrica nelle sue due miniere più grandi: saranno ora energie rinnovabili ad alimentare il 90% della produzione, riducendo di un terzo le emissioni di gas serra del gruppo. «Il cambiamento climatico è una sfida globale», ha ricordato l’amministratore delegato di Polyus, Pavel Grachev.

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I primi passi della Russia sul fronte della transizione energetica, i primi sforzi per ridurre le emissioni e creare un’economia sostenibile hanno un peso particolare: la diversificazione impone un costo superiore a un Paese in cui i combustibili fossili sono cruciali e le esportazioni, come scrive un rapporto dell’Istituto della Banca di Finlandia sulle Economie in transizione (Bofit), registrano un’intensità di carbonio di gran lunga superiore alla media Ue in tutti i settori industriali.

L’intera tavola di Mendeleev

Di oil & gas e di tutte le ricchezze minerali che i russi hanno avuto in dono (l’intera tavola di Mendeleev, amano dire!) vivono i conti dello Stato, i grandi oligarchi come Potanin e i giganti energetici che tuttora progettano investimenti per decine e decine di miliardi nello sfruttamento dei giacimenti artici, risorse su cui il regime fonda la stabilità futura.

Ma è proprio lassù, nell’Artico, che si avvertono i primi scricchiolii. In Russia, quarto paese al mondo per emissioni di gas serra (il 5% del totale), il cambiamento climatico dà e toglie. Rende coltivabile la Siberia e facilita il transito lungo la Via marittima del Nord; e nello stesso tempo, decimando le foreste con gli incendi o insidiando le infrastrutture costruite sul permafrost, inchioda la Russia sulla prima linea dell'emergenza climatica. Il Paese più restio ad abbandonare le proprie certezze.

L’Accordo di Parigi

Sulla carta, l’adesione all’Accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici non costringe la Russia ad accelerare. Gli impegni prevedono di tagliare del 33% entro il 2030 le emissioni di carbonio rispetto al 1990, di fatto sono già dimezzate: riduzione avvenuta spontaneamente, con la fine dell’Unione Sovietica e il declino del suo sistema industriale. Ma se resta aggrappata al ruolo che le ha dato il dominio delle fonti di energia, la Russia si auto-escluderà da un futuro ordine globale basato su altre fonti, altri modelli logistici e tipologie di fornitura, altre tecnologie. E altri equilibri geopolitici.

Il rischio è perdersi una transizione in cui Mosca potrebbe invece essere co-protagonista. Se non le mancano le fonti tradizionali di energia, quelle rinnovabili non sono potenzialmente da meno nel Paese più grande al mondo, “intatto” per il 65% - calcola la Banca mondiale: libero da attività economiche. «La Russia - notava giorni fa Stephan Weil, premier della Bassa Sassonia, a una conferenza russo-tedesca - può offrire un territorio gigantesco come base per impianti solari ed eolici, e immense risorse idriche». Dobbiamo guardare oltre il carbone, il petrolio e il gas, gli ha fatto eco il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, raccogliendo l'invito alla Russia del ministro tedesco dell'Economia, Peter Altmaier, a collaborare con la Germania nella produzione su larga scala di idrogeno verde.

La Ue, secondo il rapporto sulla geopolitica dell’Europa verde preparato da Bruegel e European Council on Foreign Relations, deve prepararsi ad aiutare i Paesi esportatori di gas e petrolio a gestire le ripercussioni del Green Deal dell’Unione: «Ci sono ampie possibilità di cooperazione con la Russia per aumentare l'uso delle rinnovabili e rafforzare l'efficienza energetica», scrivono gli autori. Ci possono essere nuovi ponti da costruire.


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