emergenza plastica

Anche i sacchetti biodegradabili hanno le loro conseguenze: meglio non abusarne

di M.Cristina Ceresa


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Epa

3' di lettura

Ridurne l'uso alla stretta necessità, ma soprattutto smaltire correttamente qualsiasi tipo di busta “usa e getta”, siano esse di plastica tradizionale ovviamente - anche se ormai non se ne dovrebbero vedere più in giro visto la messa al bando -, ma anche di carta e pure quelle biodegradabili e compostabili. Perché anche queste ultime hanno il loro impatto ambientale. Secondo una recente ricerca condotta nel laboratori dell'Università di Pisa, «la plastica biodegradabile è capace di rilasciare sostanze chimiche fitotossiche che possono interferire nella germinazione dei semi».

Il monito arriva da un team di biologi e chimici dell'ateneo pisano: «Anche una semplice pioggia può causare la dispersione di sostanze fitotossiche nel terreno – fa notare Claudio Lardicci dell’ateneo pisano –, ma mentre i lisciviati da buste non biodegradabili agiscono prevalentemente sulla parte aerea delle piante, quelli delle buste compostabili arrivano alla radice».

Novamont, produttore annuo di 100.000 tonnellate di Mater-Bi (bioplastica) e 110.000 tonnellate di Origo-Bi (biopolisteri), si è sentita tirata in causa e non è mancata la sua risposta: «L'università di Pisa – scrive l'azienda guidata da Catia Bastioli - continua a inventarsi nuove metodologie per determinare l'effetto negativo dei sacchi compostabili nel caso in cui, invece di essere inviati a compostaggio (naturale fine dei sacchetti bio), finiscano in mare». In particolare, Novamont fa notare – riferendosi ai dati rilasciati dalla ricerca pisana -come non sia affatto «normale che otto sacchi si ritrovino tutti insieme in un litro d'acqua. Un po' come cercare di dimostrare che l'aspirina uccide somministrando a un paziente cento compresse tutte insieme».

Insomma, Novamont non ci sta: «Conclusioni non validate, esperimenti una tantum, di cui non è stata determinata la sensibilità, la riproducibilità, l'affidabilità e soprattutto non è dato il quadro di riferimento, necessario per interpretare i risultati».

«La scienza, in realtà, ci dice che qualsiasi sostanza, materiale, prodotta rilasciati in natura crea un potenziale rischio ecologico – spiega Francesco Degli Innocenti, responsabile della funzione Ecologia dei Prodotti e Comunicazione Ambientale di Novamont -: anche versare in mare dell'olio di oliva da una scatoletta di tonno è un potenziale danno per l'ecosistema marino. Va da sé che se invece di gettare dell'olio di oliva biodegradabile, che ha una vita tendenzialmente breve, gettiamo dell'olio non biodegradabile, il danno potenziale è decuplicato. In ogni caso, a prescindere dalla biodegradabilità, il rilascio incontrollato deve essere stigmatizzato e il fine vita dei prodotti compostabili deve continuare ad essere quello per cui sono stati progettati: il compostaggio industriale attraverso la raccolta differenziata e il recupero degli scarti di cucina e del giardino, con il compost che diventa strumento indispensabile per risolvere il problema del degrado dei suoli, sempre più poveri di carbonio e, quindi, sempre più infertili»-

Degli Innocenti ha appena presentato a Roma i dati di una ricerca condotta sul comportamento del Mater-Bi in caso di dispersione nell'ambiente marino. Teatro della ricerca i laboratori siti sull'Isola d'Elba della tedesca Hydra e dell'Università di Siena. In sostanza in mare il Mater-Bi esposto a microorganismi marini si comporterebbe in modo simile, per livello e tempistiche (leggi un anno), ai materiali cellulosici. Ovvero come la carta. Né il Mater-Bi rilascerebbe microplastiche persistenti «in quanto biodegradabili completamente nel giro di 20-30 giorni, come richiesto dalle linee guida dell'Ocse».

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