analisiDOPO L’ABRUZZO

Anche la Sardegna batte un colpo per il centrosinistra. Ma il Pd è ancora troppo diviso

di Emilia Patta

Sardegna, al via lo spoglio dei voti

3' di lettura

Dopo l’Abruzzo, anche la Sardegna batte un colpo. E ricorda ai dirigenti del Pd in lite tra loro fino a non escludere future scissioni e impegnati in un interminabile congresso per scegliere il successore di Matteo Renzi che il centrosinistra è vivo.

Anche se i dati reali sono lontani dal descrivere quel testa a testa evocato dagli exit poll, il buon risultato del candidato del centrosinistra Massimo Zedda - sindaco di Cagliari, ex vendoliano, secondo con oltre il 33% dei voti dopo il candidato del centrodestra Christian Solinas (oltre il 47%) e distante di oltre 20 punti dal terzo arrivato, il pentastellato Francesco Desogus (poco più dell’11%) - sta lì a testimoniare che esiste uno spazio politico, al momento più di un terzo dell’elettorato, che non si riconosce né nella Lega salviniana né nel M5s e che attende una rappresentanza adeguata anche a livello nazionale.

E come accaduto in Abruzzo con Giovanni Legnini, anche Zedda prende più voti, circa il 3%, rispetto ai partiti che lo sostengono. Anzi, verrebbe da dire nonostante i partiti che lo sostengono. E non c’è dubbio che questi voti in più provengono in gran parte da elettori delusi del M5s, che in Sardegna ha subito un vero e proprio tracollo.

Che cosa dedurne a livello nazionale e in vista delle elezioni europee? Una riflessione sull’attrattività del “marchio” Pd - primo partito nella regione ma fermo al 13,05% laddove alle scorse politiche aveva superato il 14% - va senz’altro fatta. E forse proprio le europee – dove il sistema è proporzionale - sono l’occasione giusta per testare la proposta di Carlo Calenda di un contenitore unico progressista e pro-Europa che si opponga ai sovranisti superando anche il simbolo del Pd. La coalizione “larga” di cui parlano i dirigenti dem sembra invece più adatta per le politiche, dove la presenza dei collegi uninominali spinge alle alleanze.

Ma la traversata nel deserto è ancora lunga e dagli esiti incerti. Perché non va dimenticato che nonostante la scissione del 2017 la sinistra di Leu è quasi sempre alleata a livello locale, ma lo schema non è immediatamente proponibile a livello nazionale per le distanze politiche e programmatiche e per i veti incrociati. A cominciare da quello dello stesso Calenda, che ha più volte ribadito che la sua proposta di fronte europeista non è rivolta agli scissionisti bersaniani. Va poi aggiunta la neanche tanto velata minaccia di scissione da parte dei renziani doc. Proprio in queste ore Roberto Giachetti, il candidato più vicino a Renzi, ribadisce che se il governatore del Lazio Nicola Zingaretti dovesse confermare i pronostici e vincere le primarie del 3 marzo lui lo aspetterà al varco: se dovessero rientrare gli scissionisti bersaniani e se Zingaretti dovesse aprire a possibili alleanze con il M5s - dice - «io toglierò il disturbo».

La navigazione del prossimo segretario del Pd sarà dunque piuttosto accidentata dal 3 marzo: dovrà innanzitutto tenere unito il partito senza accelerare su premature alleanze con un M5s in evidente difficoltà e dovrà nel contempo evitare la tentazione di riaprire la porta agli scissionisti bersaniani: una distorsione ottica che nel segno dell’allargamento a sinistra finirebbe per aprire il portone per l’uscita dei renziani. In prospettiva è comunque evidente che, c on rapporti di forza ribaltati rispetto alle politiche di un anno fa, anche possibili future alleanze con un M5s rinnovato nella leadership potrebbero diventare possibili. Ma questo è il prossimo capitolo, se il Pd sopravviverà a questa fase.

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