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Anche le società (in Europa) corrono a emettere sottozero

Le italiane restano per ora ai margini: nessuna riesce a piazzare titoli negativi

di Maximilian Cellino


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(Reuters)

3' di lettura

Emettere un titolo obbligazionario a tasso negativo, ovvero essere pagati per prestare denaro. L’anomalia vale ormai per gran parte dei governi dei Paesi europei, la Germania in primis che la scorsa settimana è riuscita a collocare addirittura un bond trentennale con rendimento pari a -0,19%, ma si estende pure al mondo delle società. Sempre in questo mese di agosto, Nestlè è stata la prima corporate a spingersi fino alla scadenza decennale riuscendo comunque a ottenere un tasso «sottozero» sul mercato primario: un segno inequivocabile dei tempi, nell’era delle politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali, ma tutt’altro che un caso isolato nel panorama attuale, visto che molte altre società sono riuscite a farlo su durate inferiori.

Del resto, come fa notare Antoine Lesné, responsabile strategia e ricerca Emea di Spdr ETFs, se prendiamo l’indice Bloomberg Barclays Euro Corporate Bond come parametro per il mercato investment grade in euro si scopre che quasi la metà dei titoli compresi (1241 su 2695, il 46%) viaggia ormai su rendimenti negativi per un controvalore superiore a mille miliardi di euro. L’ascesa poi è stata vorticosa, visto che lo scorso dicembre appena 61 titoli (il 3%) potevano vantare un simile privilegio. «Tutto nasce dall’incontro fra il ritorno a una politica accomodante delle banche centrali, che allentato le condizioni finanziarie, e l’insaziabile domanda di rendimento degli investitori», spiega Lesné che, cosa più importante, non vede vicina la fine del fenomeno. Anzi nel breve periodo prevede «una continuazione di questa tendenza, in particolare a vantaggio degli emittenti di migliore qualità».

Guardare indietro nel tempo può aiutare anche a capire gli sviluppi possibili: la prima ad affacciarsi sul primario con tassi negativi a medio-lungo termine dopo la pausa estiva del 2016 era stata Sanofi, con un bond a 3 anni senza cedola e collocato sopra la pari (100,167 per un rendimento a scadenza di -0,05%). «Il fatto che gran parte dei titoli siano stati emessi a tasso variabile può rendere psicologicamente più semplice per gli investitori acquistare il bond, perché non si ha l’assoluta certezza di incorrere in una perdita», osserva però Pierre Verlé responsabile credito di Carmignac. La stessa Sanofi, quando è successivamente tornata sul mercato a inizio anno ha collocato un titolo a 2 anni pagando una cedola pari all’Euribor 3 mesi + 15 punti base, che poi di fatto è rimasta azzerata e sempre lo resterà, visto che nel frattempo il tasso monetario quota -0,42% e pare destinato a un’ulteriore discesa.

Un fenomeno del genere vale per molti, ma non per tutti. Gli emittenti corporate italiani, in parallelo a quanto avviene per il Tesoro, si mantengono ai margini del banchetto visto che i titoli che trattano sottozero nell’appena citato del Bloomberg Barclays Euro Corporate Bond sono infatti soltanto 35, appena l’1,3% del paniere. E di emissioni direttamente in territorio negativo a medio-lungo termine non si ha memoria: ci si è andati vicino con un bond a quattro anni senza cedola collocato a un prezzo poco sotto la pari e un rendimento a scadenza dello 0,07% da Snam nel 2016, e vi sono alcuni covered bond delle banche indicizzati all’Euribor, ma con spread insufficiente a compensare i tassi negativi di quest’ultimo (e quindi, di fatto a cedola zero).

Il caso simile alla Sanofi o alla Nestlé di turno però ancora non esiste nel nostro Paese e forse occorrerà tempo prima di potervi assistere, proprio per il premio al rischio che si continua a pagare per l’instabilità della situazione politica. «Per vedere un corporate emettere a tasso negativo è necessario che la parte della curva dei rendimenti sovrani a medio termine, quella cioè compresa fra i 3 e i 5 anni, scenda interamente e stabilmente sotto lo zero», avverte Andrea Iannelli, direttore degli investimenti per l’Obbligazionario di Fidelity International, ricordando come nonostante la vertiginosa discesa degli ultimi giorni i BTp a 5 anni restino ancora allo 0,44 per cento.

Più possibilista appare invece Jean-Marc Delfiex, responsabile investimenti obbligazionari di Tikehau, che sottolinea come in Italia emissioni corporate a tasso negativo ci siano già state, ma sul debito a breve termine e tipicamente nella forma di commercial paper (così come il tesoro emette sotto zero i BoT) e che sulle scadenze più lunghe non si sia ancora arrivati a tanto perché «società con merito di credito elevato quali Eni e Luxottica ancora non si sono affacciate sul mercato quest’anno». Il primo corporate bond tricolore che apparirà sul mercato primario sarà, secondo l’identikit di Delfiex, «di emittenti investment grade che già in passato sono riusciti a collocare titoli a un rendimento inferiore a quello dei BTp». Questione di tempo quindi, e di pazienza.

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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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