ACCESSORI

Anche gli uomini indossano gioielli. Anelli e bracciali che possono esprimere scelte di carattere

Nuovi designer e grandi classici: suggerimenti preziosi per iniziare a comporre la propria collezione, tra cabinet de curiosités, tirapugni e sigilli nobiliari

di Nick Foulkes

L'autore dell'articolo nel suo soggiorno.

4' di lettura

A giudicare dai giovani genderless fotografati negli ultimi cataloghi di Cartier e Boucheron, le maison hanno trovato una nuova miniera d'oro: gli uomini che indossano gioielli. È una tendenza che sostengo pienamente. Anzi, a pensarci bene, è un momento che aspetto fin dai primi anni Settanta. Non ero un bambino dalla salute di ferro. Ero profondamente allergico a tutte le attività sportive – e se da piccolo mi sono mai arrampicato su un albero, è un trauma di cui ho rimosso ogni traccia. Mi ricordo molto bene, invece, di quando, nel 1972, ho trovato al parco un anello d'argento con pietra onice. Calzava il mio dito perfettamente, come la scarpetta di Cenerentola. Senza saperlo, avevo sottoscritto un abbonamento alla gioielleria da uomo che, al momento, consiste in sei anelli, due collane e un bracciale che indosso tutti i giorni.

Mi ricordo che spesso restavo a casa da scuola perché ero di salute cagionevole e, nel pomeriggio, imbacuccato in una coperta stile paziente del sanatorio de La Montagna Incantata di Thomas Mann, venivo piazzato davanti alla televisione e lì ho iniziato a divorare lo stile di uomini che sarebbero poi diventati i miei idoli, come Fred Astaire e Stewart Granger. Star che anche fuori dallo schermo erano sempre inappuntabili: capelli perfetti e brillantinati, abito su misura e le maglie di un braccialetto che spuntavano da sotto il polsino immacolato. Kenneth More, Laurence Harvey e Noël Coward sono solo alcuni di quelli che ricordo indossare un gioiello e, ai miei occhi di bambino, l'accostamento fra abito formale e braccialetto era l'indizio di una personalità artistica mitigata da un'eleganza classica.

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Ai tempi, ho tormentato i miei genitori perché mi comprassero un braccialetto con catena a maglia piatta, con il mio nome inciso sulla targhetta in corsivo. Mi piacerebbe poter raccontare di essere andati da Cartier, a Londra. Invece siamo stati da un gioielliere sulla Western Road, a Brighton. Eppure lo ricordo come un momento sacro. Ricordo bene anche il dolore quasi fisico che ho provato quando, per errore, ho graffiato quella magica targhetta. Da allora valorizzare il polso con un bracciale è stata una costante della mia vita. Il culmine è arrivato circa dieci anni fa, quando sono arrivato ad indossarne una dozzina.

Non solo bracciali

Non solo bracciali

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Per anni ho preso un aereo almeno una volta alla settimana e, visto che allo stress del viaggio si aggiungeva quello di dovermi togliere e poi infilare di nuovo tutti quei gioielli, ho finito per indossarne solo uno molto minimal, anni Trenta, fatto di peli di elefante. Oggi che i viaggi si sono ridotti vorrei affiancarlo a uno dei classici bracciali in oro di Alexander Mavros: lo sto tormentando perché me lo realizzi.

Per compensare la riduzione dei braccialetti, ho aumentato il numero degli anelli al punto che, di recente, un amico ha detto che le mie mani assomigliano a un cabinet de curiosités che cerca di emulare un tirapugni. Questa mia passione è rimasta nascosta fino a 20 anni fa, quando un amico mi ha regalato un anello con cammeo d'agata con l'immagine di Socrate. Ovviamente, un anello di questo tipo ne chiama un altro con pietra intagliata. Così, quando si è staccata la sardonice scolpita con l'immagine di un giovane della dinastia Giulio-Claudia, ho optato per un anello più robusto, presumibilmente di epoca punica, con un leone inciso su legno fossile. Da allora, un anello con la maschera di un gargoyle dai piccoli occhi di rubini scintillanti, rimasto invenduto per oltre mezzo secolo da Nardi a Venezia, ha finalmente trovato casa su una mia mano; un moderno anello episcopale di ametista, con verga pastorale e crocifisso incisi sulla fascia e sulla spalletta, è diventato compagno di un anello da mignolo in oro lavorato di Grima con rubino stellato; un cammeo del XVII secolo, che mi hanno detto essere una Medusa, se ne sta felicemente accanto a Socrate, che ha dato inizio alla collezione. Adesso mi sono rimasti liberi solo gli indici, e non perché nessuno abbia ancora provato ad accessoriarli, soprattutto Simon MacLachlan di Piccadilly Vaults. Va trovato l'anello giusto e, mentre MacLachlan continua a cercarlo, si consola con l'avermi venduto il mio ultimo medaglione: una figura bella e minuta, firmata Bulgari, che sembra per metà una divinità Maya precolombiana e per metà un tipico souvenir Tiki del Sud Pacifico.

La mia passione per le collane deriva, invece, dai playboy degli anni Cinquanta e Sessanta: il principe Alfonso von Hohenlohe, Gunter Sachs e Gianni Agnelli. Sia che facessero sci d'acqua, navigassero in barca a vela o fossero al comando di un motoscafo Riva Aquarama, una sottile catena d'oro con un pendente appoggiato sul petto villoso era di rigore. Segno di una crisi di mezz'età? Direi di sì, ma è qui che i gioielli entrano in gioco e danno il meglio di sé. Io non ho la patente nautica e, vista la mia storia con i veicoli a motore (ho distrutto parecchie auto, due moto, una motoslitta e un quad), sarei matto a darmi ai motoscafi. I gioielli, anche se possono essere costosi, sono infinitamente meno pericolosi della tipica crisi di mezz'età spesa al volante di una macchina sportiva.

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