Interventi

Ancora guerra sui dati tra Usa e Ue, ma non solo

di Alessandro Curioni


3' di lettura

Era già accaduto il “Safe Harbour” e si è ripetuto con il “Privacy Shield”. La mannaia della Corte di Giustizia Europea si è abbattuta nuovamente sugli accordi per la circolazione dei dati tra Unione e Stati Uniti. Insufficiente e non idoneo a tutelare i dati dei cittadini europei, questo è stato il giudizio arrivato dalla corte con sede in Lussemburgo. I possibili pesanti interventi che il governo federale può effettuare sulle informazioni detenute dagli operatori statunitensi sono ancora una volta alla base della decisione, anche se non se non si può trascurare la posizione dominante dei cosiddetti Over the Top a partire da FaceBook, Google e Amazon che soprattutto in periodo di pandemia hanno arricchito enormemente le basi dati che detengono. Non casualmente nella complessiva bocciatura del Privacy Shield è rimasto comunque aperto lo spiraglio rappresentato dalle cosiddette regole vincolanti di impresa, ovvero l’inserimento negli accordi che comportano il trasferimento di dati di clausole a garanzie della loro protezione.

Si tratta di un vero campo minato perché sarà il soggetto che esporta i dati ad assumersi la piena responsabilità sul fatto che il Paese destinatario offra idonee garanzie. In altre parole, i Big targati Usa potrebbero ancora trattare i dati dei cittadini europei, ma con un livello di responsabilizzazione ancora più elevato e quindi con il rischio di sanzioni miliardarie.

Tuttavia se allarghiamo l’orizzonte ci troviamo di fronte a un panorama di scontro globale come non si vedeva da molto tempo. Da ormai un paio di anni si sta combattendo la partita del 5G che vede gli Usa opporsi alla pervasività dell’offerta cinese e di recente anche l’Europa sta dando segni di insofferenza verso i player di Pechino. Lo hanno dimostrato la presa di posizione di Boris Johnson che ha di fatto escluso Huawei dalla partecipazione alla creazione della rete britannica e l’italiana Tim che ha “rimosso” sempre Huawei dalla gara per la sua rete di nuova generazione. Altro fronte aperto è quello dello spionaggio e delle cosiddette cyber operation rispetto alle quali non passa giorno che Stati Uniti e Regno Unito non puntino il dito contro Russia e Cina accusandole di questo o quell’attacco cyber. Di recente nel mirino di quelli che vengono definiti hacker state sponsored sarebbero finiti i centri di ricerca pubblici e privati impegnati negli studi per la messa a punto di un vaccino contro il Covid 19. Soltanto la scorsa settimana i servizi di intelligence canadese, statunitense e britannico hanno accusato Mosca di avere scatenato un vera e propria caccia alle informazioni legate alla ricerca aggredendo qualsiasi operatore fosse potenzialmente in possesso di informazioni utili in merito.

Negli stessi giorni il Dipartimento di Giustizia Usa ha mosso accuse dirette a due cittadini cinesi considerati noti hacker al servizio del governo di Pechino per i tentativi di penetrare nei sistemi di due aziende, una in Maryland e l’altra in Massachusetts, entrambe impegnate in ricerche sul Covid 19. Il tutto mentre, in un silenzio quasi assoluto, sembra si stia consumando una vera e propria guerra cyber tra Israele e Iran. Il governo di Tel Aviv ha segnalato tre diversi attacchi cyber al suo sistema idrico che ha rischiato di essere compromesso con relativi rischi per la salute di migliaia di cittadini. Per contro in Iran sono stato segnalati nove incidenti di diversa gravità che hanno colpito infrastrutture critiche tra cui centrali elettriche e impianti nucleari, mentre ancora nel mese di maggio un attacco cyber aveva messo in ginocchio il porto di Shahid Rajaee.

È straordinario notare come un intero sistema di tensioni internazionali sia letteralmente migrato dal mondo fisico a quello virtuale indipendentemente dal fatto che si tratti di scontri commerciali, guerre di spie o veri e propri conflitti armati. Alla base di questo cambiamento del terreno su cui potenze grandi e piccole si sfidano si possono intravvedere diverse motivazioni. Da un lato, se le informazioni sono il petrolio del XXI secolo, è facile intuire come la sfida per il controllo di infrastrutture di una rete come il 5G diventi immediatamente una questione di sicurezza internazionale. Proprio perché i dati sono ormai concentrati in Rete è altrettanto pacifico che in una guerra di spie, i novelli 007 abbiano abbandonato la Walter PPK a favore di una più efficace tastiera. Non meno intuitivo è la ragione degli attacchi cyber che puntano a produrre effetti cineticamente apprezzabili. Per esempio evitano seccature come la necessità di sorvolare con aerei militari territori di Paesi terzi, ma ancora più importante è possibile mantenerli segreti e fare emergere soltanto le informazioni che si ritiene utile siano note. Strano come nella società dell’informazione una guerra “vera” potrebbe svolgersi in un pressoché totale silenzio.

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