sullo spazio / 1

Andrà tutto bene, Houston

Un avamposto oltre i confini terrestri abitato da vent'anni esatti senza interruzioni. E se il luogo più ospitale al mondo fosse lo Spazio? Massima espressione della ricerca scientifica e tecnologica, la Stazione spaziale internazionale ci invita a riflettere sulle prossime sfide del nostro pianeta. Come racconta, in esclusiva per “IL”, l'astronauta italiano che lì ha vissuto per 313 giorni

di Paolo Nespoli

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L'Italia vista dall'Iss durante un passaggio sopra il Nord Africa (credit: Paolo Nespoli).

Un avamposto oltre i confini terrestri abitato da vent'anni esatti senza interruzioni. E se il luogo più ospitale al mondo fosse lo Spazio? Massima espressione della ricerca scientifica e tecnologica, la Stazione spaziale internazionale ci invita a riflettere sulle prossime sfide del nostro pianeta. Come racconta, in esclusiva per “IL”, l'astronauta italiano che lì ha vissuto per 313 giorni


5' di lettura

Quando riapri gli occhi la mattina, soprattutto i primi giorni, capita che non capisci dove sei, ma hai l'assoluta certezza di stare precipitando nel vuoto a testa in giù. Di solito queste due sensazioni indicherebbero che sta succedendo qualcosa di estremamente anormale. Poi quando finalmente trovi l'interruttore, ti “ricordi” di non essere sulla Terra ma sulla Iss, la Stazione spaziale internazionale, nella tua cuccetta, una specie di cabina telefonica ben insonorizzata. E quindi va tutto bene, almeno così ti ripeti un paio di volte, sperando che la logica abbia il sopravvento sulle sensazioni.

Se ti svegli alle 6:00 come da programma, hai circa novanta minuti prima dell'inizio della giornata. La routine mattiniera non è molto diversa da quella di casa: bagno, toeletta, colazione. Poi controlli la pianificazione giornaliera per assicurarti che non ci siano sorprese o per fissare le domande che farai a breve ai centri di controllo. Se fai veloce, ci scappa un'occhiata al programma elettronico che ti rivela tutte le orbite giornaliere. Ci sarà qualche passaggio per il quale varrà la pena di trovare il modo di andare velocemente alla cupola, la finestra panoramica puntata sul mondo? A volte sì. Ma devi impostare una sveglia, altrimenti il passaggio, e magari la fotografia, te li perdi di sicuro.

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Il briefing giornaliero scorre veloce, di solito quindici, venti minuti. I vari centri di controllo sparsi nel mondo si avvicendano rapidamente nel darti informazioni. Ascolti, prendi nota, finisci di bere il caffè, rigorosamente liofilizzato e non in tazza, ma in bustina. Poi cominci con la prima attività, oggi la manutenzione del sistema di mantenimento della vita. Ci vorranno almeno due ore e lavorerai da solo. E, se, c'è bisogno di qualcosa, Houston sarà disponibile via radio. La procedura dice che servono almeno una dozzina di attrezzi: tre chiavi inglesi, due chiavi a brugola, due chiavi dinamometriche, quattro boccole di dimensioni diverse, due cacciaviti.

Quando prendi gli attrezzi dai loro cassetti, devi inventarti il modo di tenerli sotto controllo perché senza gravità volano dappertutto, come gatti indemoniati. Così li metti uno alla volta dentro una busta di plastica trasparente e, ogni volta che la apri, stai sicuro che i “gatti” cercheranno di scappare di nuovo, e capita di perdere mezz'ora a ritrovare l'attrezzo che si è guadagnato la libertà. Quindi sistemi in posizione comoda uno dei computer di bordo con le procedure che dovrai seguire e non ti devi inventare niente: segui le istruzioni e andrà tutto bene. E se qualcosa non torna, Houston ti viene in soccorso.

A ben guardare, mentre tutti sono sicuri che tu stia facendo un lavoro da grande scienziato, di fatto ti trovi a eseguire procedure preparate da altri, tecnici o scienziati che non possono andare nello spazio e ti affidano le loro ricerche. Che sia un esperimento o un'attività di manutenzione, non cambia molto quello che devi fare: cerchi gli attrezzi, attivi il macchinario necessario, esegui l'esperimento e rimetti tutto a posto. Le attività sono frenetiche, perché il tempo di un astronauta è prezioso e i pianificatori a Houston lo centellinano meticolosamente. Se fai tardi per un problema, devi correre per recuperare i minuti persi o “Houston” cancellerà qualche attività della tua giornata, e questo crea sempre problemi.

Nella giornata sono anche previste due ore e mezza di esercizio fisico. Tutti i giorni. Serve per contrastare l'indebolimento progressivo dei muscoli e delle ossa. Un'ora è riservata all'attività cardio-muscolare sulla cyclette spaziale o sul tapis-roulant. Io preferisco il tapis-roulant visto che faccio doppia fatica a pedalare nello spazio, non potendo usare il mio peso per spingere sui pedali. Un'altra ora è riservata all'esercizio resistivo, una specie di sollevamento pesi, un paradosso visto che le cose lassù non hanno peso. Per questo gli ingegneri hanno costruito una specie di pinza gigantesca azionata da un meccanismo che la tiene chiusa. Tu regoli la resistenza del meccanismo a seconda della fatica che vuoi fare, poi ti infili nelle ganasce e ti sforzi di aprirle.

In assenza di gravità ti puoi mettere in diverse posizioni, allenando la maggior parte dei muscoli. A metà giornata è prevista una pausa pranzo di un'ora, ma sei sempre di corsa e sempre leggermente in ritardo e così recuperi scaldando e ingoiando le prime cose che trovi nella dispensa e torni a lavorare. Del resto per quanto gli alimenti siano stati scelti e calibrati per contenuto e facilità digestive, non brillano certo per il loro aspetto, profumo o sapore.

Attorno alle 19:30 si chiude la giornata lavorativa con un briefing con i centri di controllo e si spengono le telecamere che a bordo hanno permesso ai vari centri di seguirti come in un reality show. Arriva la cena e questa volta siamo tutti insieme, “galleggiando” intorno al tavolo, di solito due o tre americani, due o tre russi, e ogni tanto uno straniero, e per tre volte sono stato io.

Una mezz'oretta, parliamo, socializziamo, magari guardiamo un telegiornale o un telefilm mandato da Terra. Poi teoricamente sei “libero”. Alle 22 dovresti andare a letto per riposare le classiche otto ore, ma nessuno ti controlla, basta che la mattina dopo tu sia sveglio e all'erta. Ognuno di noi ha la sua routine. Di solito controlli la posta elettronica, magari telefoni a casa (sì, sulla stazione c'è un telefono), oppure, come mi è sempre piaciuto, vai alla cupola e fotografi.

È vero che è sera, almeno secondo l'orologio di bordo regolato sull'UTC, il Tempo Universale Coordinato, ma quello che vedi dalla cupola contraddice ogni orario perché una “notte” sulla Stazione spaziale dura 30-40 minuti ed è immediatamente seguita, dopo un'alba, da una giornata di 50-60 minuti, seguita a sua volta da un tramonto. Se uno stesse un giorno intero alla cupola, viaggiando alla velocità di 8 chilometri al secondo, vedrebbe sedici albe e sedici tramonti, il trascorrere di sedici giorni e sedici notti. Se ci stesse solo novanta minuti, vedrebbe un'alba e un tramonto, una notte e un giorno e tutte e quattro le stagioni in rapida successione. Non solo, a seconda dell'orbita, potrebbe vedere i cinque continenti che gli passano sotto i piedi.

Vedi qualcosa che ti piace e vorresti fotografarlo? Devi essere pronto, perché in tre, quattro secondi ti sfreccerà via. Spesso resti lì a guardare e a goderti il panorama, galleggiando più leggero di una piuma. Senza la gravità ti dimentichi di avere un corpo, ti senti coscienza pura. Quando sei nello spazio, fuori dalla Terra, vedi la Terra con occhi diversi. A me è sembrata una nave in viaggio nell'universo. Una nave unica, bella, straordinaria. Una nave che a prima vista sembra fragile, ma che fragile non è. Se c'è qualcosa di fragile su questa Terra, questa è la vita, siamo noi. La nostra vita su questo pianeta è possibile perché ci sono le condizioni giuste. Se le condizioni cambieranno, la Terra continuerà il suo viaggio nello Spazio. Noi però, i suoi marinai, spariremo.

Oggi abbiamo diviso questa nave in settori di competenza e ci piace controllare il nostro settore usando appieno le risorse che vi troviamo, senza considerare le conseguenze generali. E invece dovremmo cominciare a comportarci come i marinai di una nave che tutti assieme lavorano per tenerla sulla rotta stabilita e fanno in modo che ci porti dove vogliamo arrivare. I mesi sulla Stazione spaziale passano in fretta. Ancora una fotografia dalla cupola, poi mi ritiro nella mia cuccetta, entro nel sacco-a-pelo-senza-pelo galleggiante nel vuoto e spengo la luce.

Nel buio sento di cadere nel vuoto. Dovrei essere terrorizzato e invece comincia a piacermi. Sognerò sicuramente di volare libero sopra qualche parte del pianeta.

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