pallacanestro

Andrea Michelori, l’umiltà di un campione che insegna ai ragazzi

di Mattia Losi


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4' di lettura

La foto che vedete in alto è stata scattata pochi giorni fa durante una partita di Serie C Silver, Regione Lombardia, girone B. Nulla di straordinario, non fosse per il signore che difende, proprio sotto canestro, con la maglia rossa numero 7 della Social Osa di Milano. Lui sì, che ha qualcosa di straordinario: dal 1996 al 2017 ( anno in cui si è ritirato dal grande basket) ha giocato con le maglie di Milano, Biella, Cantù, Virtus Bologna, Caserta, Siena e Verona, vincendo un Campionato, una Coppa Italia e due Supercoppe. Ha giocato tra i fenomeni dell’Eurolega e nel 2006, in quella che fino a oggi è stata l’ultima partecipazione della Nazionale italiana a un Mondiale, vestiva la maglia Azzurra: 12 selezionati, lui c’era. Nella sfida con gli Usa si è trovato di fronte un certo Carmelo Anthony. Insomma, con la Serie C non c’entra proprio nulla. Eppure...

Il fatto è che Andrea Michelori è partito dalla Social Osa, ragazzino, per diventare un campione. E alla Social Osa è tornato, per chiudere il cerchio, dopo un anno di inattività. Negli ultimi mesi ho avuto modo di osservarlo a lungo, in allenamento, perché mio figlio gioca nelle giovanili della stessa squadra e qualche volta viene chiamato a “rimpolpare” il gruppo dei senior. Così, al posto della cena, mi gusto un po’ di basket. Ti aspetti che un campione di quel calibro, amato ovunque abbia giocato per lo spirito guerriero e la volontà di non mollare mai, voli sulle ali di una superiorità schiacciante ignorando (o quasi) i comuni mortali che gli saltellano intorno.

Invece no. Andrea si è messo subito allo stesso livello di tutti gli altri, senza pretendere attenzioni particolari. È diventato a poco a poco un maestro in campo, dispensando consigli ai più giovani senza mai sovrapporsi alla voce dell’allenatore. Umile, rifiutando a lungo di ricominciare a giocare in gare ufficiali perché, con i suoi due allenamenti alla settimana, credeva di non meritarsi il posto. Anche se i primi a chiedergli di ributtarsi nella mischia erano proprio i suoi compagni.

Alla fine ha ceduto, e quando scende sul parquet capisci in attimo che cosa abbiano significato quei vent’anni passati tra i campioni. Fino a due minuti prima hai visto fare blocchi, tagliafuori, tiri, passaggi e pick and roll: poi vedi come li fa lui e ti rendi conto che sono tutta un’altra cosa. Finché il fiato lo sostiene (ma presto tornerà al 100% anche quello...) ti metti comodo e ti godi lo spettacolo. Basket essenziale, come è sempre stato il basket di Michelori, ma è proprio quello che ogni allenatore delle giovanili si sforza di insegnare ai propri ragazzi. Perché è il basket che ti fa prendere l’ultimo rimbalzo, recuperare l’ultimo pallone, segnare gli ultimi due punti appoggiando la palla al tabellone.

«Non credo di poter fare la differenza», ha detto in una recente intervista televisiva a chi gli domandava i motivi di questo inatteso “rientro”.

Eppure la fai la differenza, caro Andrea: una differenza abissale. Non tanto e non solo per i punti che segni e per i rimbalzi che prendi, e nemmeno per la tranquillità che trasmetti ai compagni. La differenza vera la fai per come ti sei unito alla squadra, mettendola davanti a te stesso. Per come ti muovi in mezzo ai tuoi compagni, trattandoli alla pari. E loro, che hanno sempre sognato di essere come sei stato tu, di diventare professionisti, si sentono obbligati a dare il 101 per cento: un impegno che non vuol dire non sbagliare mai, ma provarci sempre. Fino all’ultimo secondo.

Per chi come te è stato un campione, probabilmente è difficile capire la forza dei piccoli gesti: se manca il preparatore atletico per fare un bendaggio e ti fai avanti dicendo «Se vuoi te lo faccio io...», beh! Dopo 5 minuti tu lo hai già dimenticato, ma il tuo compagno continuerà a parlarne per i prossimi trent’anni.

Hai ricevuto un dono prezioso, lo hai coltivato con tenacia e fatica, sei riuscito ad arrivare dove tutti i bambini che per la prima volta toccano una palla a spicchi sognano di arrivare: in Serie A, in Nazionale. Oggi fai onore a quel dono, e allo sport che tutti noi amiamo, restituendo ai più giovani una parte di quello che hai ricevuto. Non stai chiudendo la tua carriera in Serie C: stai semplicemente scrivendo un’altra bellissima pagina del grande libro del basket.

P.S. Non potevo chiudere senza ricordare un amico: il direttore sportivo della Social Osa, Mario Governa, che molto ha fatto per il ritorno in campo di Michelori. Due giganti buoni che condividono lo stesso spirito, la stessa umiltà, la stessa disponibilità a spendere le proprie competenze per i ragazzi che si avvicinano alla pallacanestro. Quando Mario indossava la maglia Olimpia l’ho visto vincere lo Scudetto, alzare la Coppa dei Campioni, festeggiare l’Intercontinentale. Quattro anni fa, quando l’Olimpia ha ritirato la maglia di Mike D’Antoni, ho scritto l’articolo: La lezione di Mario Governa, la riserva professore di basket. Leggetelo con attenzione. Non cambio una virgola.

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