intervista ad andrea roventini

Andrea Roventini, il candidato M5S all’Economia: «Ecco come ridurrò il debito»

di Manuela Perrone


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Andrea Roventini

5' di lettura

No alle privatizzazioni, ma largo a crescita e investimenti come leva per abbattere il debito. E subito un Def rigoroso in questa direzione, senza «idee bizzarre». Andrea Roventini, professore associato alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, è la scelta di Luigi Di Maio per il ministero chiave del suo potenziale governo: l’Economia. La decisione alla fine è caduta su un talentuoso 40enne anziché su un economista di lungo corso. Lui non si scompone: «Il presidente francese Macron ha la mia età: è più facile guidare la Francia o il Mef?». Di Maio, oggi, lo presenterà così, insieme al resto della sua squadra di 18 persone: «Andrea vanta un record di pubblicazioni che lo colloca fra il top 10% mondiale degli economisti e il top 5% nazionale. Con lui presentiamo all’Economia tutto ciò che abbiamo sempre desiderato: gioventù, merito, eccellenza scientifica e indipendenza politica». Allievo di Giovanni Dosi, che dirige l’Istituto dove opera Roventini e che è tra gli esperti più ammirati e ascoltati del Movimento, ha firmato paper proprio con Stiglitz.

Le sfide del prossimo ministro dell’Economia non sono facili. Il primo test sarà con Bruxelles per la valutazione sui nostri conti pubblici e sventare il rischio di una manovra correttiva da 3,5 miliardi. Come sarebbe il vostro Def?
Sono anni che dialogo con Bruxelles e sto partecipando attualmente a 3 progetti di ricerca finanziati dalla Commissione Europea, fra i quali ISIGrowth, che si occupa di sviluppare politiche economiche per una crescita europea sostenibile, inclusiva e guidata dall'innovazione. L'importante è presentarsi al tavolo europeo con proposte credibili. Nel nostro DEF non ci sarà spazio per idee bizzarre o utopistiche, ma di certo porremo maggiore attenzione al tema della crescita e degli investimenti pubblici, mantenendo comunque l'equilibrio dei conti pubblici.

I commissari sono impensieriti dal deficit, soprattutto con la fine degli stimoli monetari della Bce, e più ancora dal debito pubblico, oltre il 130% del Pil. Il M5S promette di tagliarlo di 40 punti in dieci anni. Ci spiega come? Anche per lei come per Di Maio il parametro del 3% deficit/Pil non deve essere un tabù?
Il rapporto debito/Pil deve certamente calare, principalmente attraverso la crescita economica e non con surplus crescenti di bilancio. L'evidenza empirica dimostra che oggi i moltiplicatori fiscali sono maggiori di uno: va colta questa opportunità attraverso investimenti pubblici, in particolare “mission oriented” a sostegno dell’innovazione. Inoltre tassi d’inflazione superiori a quelli attuali e vicini al 2% - l’obiettivo perseguito dalla BCE – contribuiranno a ridurre il rapporto tra debito e Pil. Il parametro del 3% deficit/Pil è un feticcio che non trova nessuna giustificazione nella teoria macroeconomica. Va quindi rispettato, ma in maniera flessibile. In Europa dialogheremo con la Germania, la Francia e gli altri Paesi per modificare il Fiscal Compact.

Ridurre il debito agendo esclusivamente sul denominatore, è però una scommessa su una ripresa dell'economia italiana che non si vede da decenni, a ritmi cinesi. Ma anche su un piano di spending review da 30 miliardi annui, in cui finora nessuno è riuscito. Non sono ipotesi irrealistiche?
Il rapporto debito/Pil non è mai calato agendo solo sul numeratore. In Europa, abbiamo avuto recentemente molti esempi disastrosi, come la Grecia e la Finlandia. Studi teorici ed empirci dimostrano che le politiche di austerità sono auto-distruttive, cioè danneggiano l’economia senza stabilizzare i conti pubblici. Come dicevo prima, i moltiplicatori fiscali sono attualmente superiori ad uno: il debito va tenuto sotto controllo, ma è il momento per rilanciare la crescita economica. In ogni caso, si possono fare tagli mirati alla spesa pubblica realizzando il piano Cottarelli e tagliando agevolazioni fiscali improduttive. Non capisco perché questo piano non sia stato realizzato dai governi della precedente legislatura.

Il Movimento prevede nel suo programma il reddito di cittadinanza e il congelamento della legge Fornero con la quota 41. È sostenibile per i nostri conti?
Non miriamo a un’abolizione tout court della riforma Fornero ma a un suo superamento. A mio giudizio, tale riforma è sostenibile per i conti dell’Italia. In ogni caso, penso che dopo quarant’anni un lavoratore abbia diritto ad andare in pensione. Il mio amico e collega Pasquale Tridico ha proposto un piano per finanziare il reddito di cittadinanza o meglio il reddito minimo condizionato.

Userebbe la leva delle privatizzazioni per ridurre il debito? Se sì, come?
No, non mi sembra lo strumento adatto. In questi anni si è privatizzato troppo, svendendo imprese strategiche per il nostro Paese senza incidere sul rapporto debito/Pil. Ricordiamoci di Telecom Italia, un’eccellenza italiana, un'impresa innovativa che è stata distrutta dalle privatizzazioni e dai vari “capitani coraggiosi”.

Il M5S promette una riforma Irpef da 13 miliardi e l’abolizione graduale dell’Irap, coperte anche da una revisione delle tax expenditures. Anche quella una ricetta mai attuata...
Proveremo ad attuarla noi. Inoltre, taglieremo i trasferimenti improduttivi alle imprese individuati nel rapporto Giavazzi. Di nuovo, non capisco perché questo piano è stato messo nel cassetto. In ogni caso, una mia priorità assoluta sarà una riforma fiscale basata sull’equità. C’è troppa disuguaglianza in questo Paese. E la disuguaglianza è dannosa per la crescita e la stabilità economica, come evidenziato anche dal Fondo Monetario Internazionale.

Il prossimo governo eredita anche la gestione della crisi del sistema bancario. Quali sono le vostre coordinate?
Le sofferenze bancarie sono esplose in parallelo alle misure di austerità fiscale e ai fallimenti di molte imprese. La ricetta per mettere in sicurezza il nostro sistema creditizio passa anche attraverso un ritorno ad una politica economica espansiva. Ci batteremo in Europa per una maggiore regolamentazione del sistema finanziario. Attualmente nella maggior parte dei Paesi sviluppati c’è troppa finanza e poca economia reale e questo porta a crisi sempre più devastanti, salvataggi pubblici costosissimi e minore crescita. Naturalmente rispetteremo l’indipendenza della Banca d'Italia.

Su Twitter lei si definisce «un keynesiano eretico». Perché?
Perché fin da studente all’Università di Modena ho capito che la teoria macroeconomica dominante non può portare a una crescita robusta, inclusiva e sostenibile. Le crisi finanziarie e la grande recessione che hanno colpito il mondo nel 2008 sono anche il frutto di teorie sbagliate, improntate al liberismo e alla deregolamentazione sfrenata dei mercati finanziari. Non lo dico solo io, ma premi Nobel per l'economia come Stiglitz e Krugman. Per questo ho cercato di pensare e scrivere fuori dal coro sviluppando modelli Keynesiani e Schumpeteriani basati sulla teoria dei sistemi complessi.

Lei è un docente universitario di 41 anni. Da una cattedra, seppur in un’università prestigiosa, a via XX settembre il passo non le sembra troppo lungo?
Non capisco perché in Italia a 40 anni si è ancora considerati giovani. Questo sguardo al mondo ci penalizza e fa sorridere gli stranieri. Il presidente francese Macron ha la mia età: è più facile guidare la Francia o il Mef? L’enorme debito pubblico italiano non è stato creato dalla mia generazione, però dobbiamo ripagarlo. Penso che sia l’ora che ce ne occupiamo direttamente.

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