storie d’impresa

Angelo Vintage, il tempo per riscoprire gli archivi batte la crisi da Covid-19

Molte incognite sulla prima settimana di apertura: il fashion di seconda mano è sinonimo di recupero etico e storico e si rivolge a un cliente non mordi e fuggi. L’e-commerce ha supplito molto bene

di Ilaria Vesentini

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Angelo Caroli a sinistra (foto Matteo Bosi) - una modella Vintage

Molte incognite sulla prima settimana di apertura: il fashion di seconda mano è sinonimo di recupero etico e storico e si rivolge a un cliente non mordi e fuggi. L’e-commerce ha supplito molto bene


3' di lettura

Per chi, come Angelo Caroli, lavora da più di trent'anni nel mondo del vintage e del collezionismo, il tempo che scorre non è mai perso. E così nel più grande tempio italiano dei capi “second-hand” e storici, l'Angelo Vintage Palace di Lugo di Ravenna, la chiusura forzata per il Covid-19 ha causato inevitabilmente un taglio di clienti, stilisti e business, ma ha anche regalato due mesi in più di “stagionatura” all'immensa collezione storica di pezzi unici. «E tempo per aprire e mettere in ordine scatoloni di abiti e accessori acquistati in passato e poi dimenticati, nonché ore indisturbate per analizzare a fondo i capi e pulire e prezzare tutta la bigiotteria. Ho riscoperto così tesori che non sapevo di aver e », racconta il titolare, che tra negozio e archivi gestisce più di 200mila articoli, risalenti da metà Ottocento a oggi.

Quali misure avete adottato per la gestione dell'attività, prima nel lockdown e ora per la riapertura?
Siamo chiusi dalla seconda settimana di marzo e dei 15 collaboratori solo uno è rimasto inizialmente in azienda per seguire gli ordini e le spedizioni online, tutti gli altri sono stati messi in Cig per Covid-19.

L'online ha funzionato?
Sì, meglio di quanto mi aspettassi sul nostro sito aziendale di e-commerce, che ha raddoppiato i numeri, tanto che abbiamo subito richiamato al lavoro altri due dipendenti e poi i magazzinieri. Mentre gli affari sulle altre piattaforme web con cui lavoriamo, in particolare Farfetch, sono rimasti piuttosto piatti.

E ora siete pronti per la riapertura?
Sì, dalla scorsa settimana abbiamo richiamato anche le ultime quattro persone che lavorano in negozio, abbiamo riassortito tutta la merce, predisposto le misure di sicurezza, acquistato mascherine, guanti, gel disinfettanti e fatto la riunione con il responsabile per la sicurezza. Il nostro “Vintage Palace” ha spazi molto ampi, oltre 250 mq di negozio su più piani, oltre agli archivi. E gli archivi, che non sono accessibili al grande pubblico, sono già aperti dallo scorso 4 maggio, per i servizi di consulenza a stilisti, case di moda, ricercatori.

Siete rimasti in contatto con i clienti in qualche modo?
Nel B2C no, l'unica attività che abbiamo ripreso negli ultimi giorni è proporre alla clientela di venire in negozio su appuntamento. Ma la gran parte dei nostri habituè arriva da fuori regione e subentra perciò il problema degli spostamenti. Non abbiamo neppure alimentato più di tanto i social in questi due mesi, per una questione di opportunità, non solo di costi.

Vi aspettate un buon ritorno di clientela, dopo due mesi di chiusura?
Non sappiamo proprio come sarà questa prima settimana, ci adatteremo via via ai flussi in negozio e alle regole che continuano a cambiare: il nostro è un consumatore particolare, agli antipodi del modello consumistico mordi-e-fuggi, non ha fretta ma cerca pezzi particolari, personalizzati. Il fashion di seconda mano è sinonimo di recupero etico e storico per definizione.

Qual è la previsione per il fatturato 2020?
Non ne ho la più pallida idea, o meglio spero che in negozio la perdita di fatturato si fermi a un 30%, ma lavoriamo molto anche con le fiere e lì sicuramente dimezzeremo i numeri quest'anno. Compensiamo per fortuna con l'online, che ha retto bene in questi due mesi di chiusura.

Cosa pensate dei format “virtuali” annunciati da Milano e Parigi per le prossime fashion week?
La fiera virtuale per vedere e promuovere le collezioni non è di alcuna utilità nel caso del vintage. Io vendo e noleggio solo pezzi unici tra negozio (B2C) e archivio (B2B). Per me il virtuale ha senso solo se significa e-commerce oppure digitalizzazione di ogni singolo capo in archivio.

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