Intervista a Marco carreri

Anima apre la caccia al partner: «Il risparmio merita big player»

di Maximilian Cellino


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(Imagoeconomica)

4' di lettura

«Il mercato del risparmio è ciclico: quando è in espansione, come in gran parte dell’ultimo decennio, lo si può cavalcare attraverso una crescita organica. Adesso attraversiamo però un periodo molto diverso in cui sia l’economia, sia i mercati finanziari sono in rallentamento e nel quale, soprattutto, l’industria si confronta con margini in compressione e costi in aumento: una fase in cui la dimensione diventa sempre più un fattore critico per poter competere nel nostro Paese come su scala globale». Più che rappresentare un’analisi distaccata sulla salute dell’industria del risparmio italiana, le parole di Marco Carreri sembrano disegnare la strategia con cui Anima, il gruppo che guida dal 2009, intende affrontare le sfide di uno scenario sempre più competitivo, in Italia e nel resto d’Europa.

Nei suoi dieci anni di vita Anima ha del resto combinato crescita organica con operazioni straordinarie e successivi periodi destinati alla razionalizzazione delle attività acquisite e degli accordi siglati. Ha saputo passare da 20 miliardi di masse in gestione e da una struttura di ricavi dipendenti come distribuzione da un unico gruppo bancario a un portafoglio di oltre 170 miliardi generato da business ben diversificati e all’interno quasi il 70% delle attività sono legate, caso abbastanza raro in Italia, alla clientela istituzionale. Dopo un 2018 dedicato in primo luogo alla «messa a terra» di ciò che è stato realizzato l’anno precedente, sembra essere giunto il momento di passare di nuovo all’offensiva, e Carreri non nasconde le ambizioni. «Il risparmio privato - aggiunge - resta un asset fondamentale per il Paese e come tale va gestito, protetto, tutelato e sviluppato: per far questo servono però operatori di dimensioni estremamente rilevanti, che sono in grado di sviluppare le competenze migliori, attrarre i migliori talenti ed effettuare investimenti a lungo termine».

Ricorda l’identikit del «campione nazionale» di cui si parlava tempo fa e che vedeva Anima fra i possibili protagonisti: che fine ha fatto quel progetto?

Qualche anno fa il sistema paese cercava di difendersi da mani straniere che stavano insidiando un asset così prezioso come il risparmio. L’idea di costruire una realtà che avesse per esempio le caratteristiche di una Amundi in Francia si è però ridimensionata: oggi non esistono più quelle condizioni favorevoli, non ci sono neppure gli stessi pericoli e la questione non sembra prioritaria nell’agenda politica. Noi però non ci tiriamo indietro, continuiamo a proporci nel ruolo di aggregatore e cerchiamo altri operatori che abbiano lo stesso obiettivo.

Kairos è di fatto l’unica ufficialmente sul mercato. Può essere una partner possibile?

Gran parte delle loro competenze si sovrappone alle nostre. Questo significa che un’eventuale operazione sarebbe sì in grado di portare in dote masse gradite, ma non vediamo nuovi sbocchi distributivi e quella complementarietà accessoria che ricerchiamo.

Tre anni fa l’aggregazione con Arca sembrava invece a un passo.

Arca resta un bel progetto, lo diciamo da sempre perché si combina in modo naturale e perfetto con la nostra realtà. Ribadiamo quindi ancora una volta l’interesse a sederci a un tavolo per discutere di un’aggregazione, perché siamo convinti che possa essere un’operazione di successo. Ma per farlo occorre essere in due.

Guardate anche oltre i confini nazionali?

Sì, ma per un motivo differente. All’estero cerchiamo realtà di dimensione simile alla nostra, che siano complementari come capacità e che ci permettano di allargare la gamma di prodotti e le competenze in modo da competere sul mercato istituzionale mirando ad aggiudicarsi mandati importanti.

La vostra strategia ha finora privilegiato accordi di lungo termine con altri partner importanti, non ultima l’operazione con Poste che ha cambiato pelle nel corso del tempo. Come sta procedendo?

Il cambio di gestione si è sentito, ma ogni manager ha il diritto di sviluppare le proprie strategie. Sapersi adattare e rimodulare gli accordi al fine di renderli comunque vincenti è del resto una delle principali caratteristiche di Anima: oggi la collaborazione con Poste è eccellente, gestiamo per loro conto masse per circa 7 miliardi in fondi comuni e sottostanti alle polizze unit linked e oltre 70 miliardi relativi al Ramo 1 della parte assicurativa e li supportiamo non solo nella gestione, ma anche nel lavoro di formazione della loro rete.

L’industria invece non passa un bel periodo e la questione dei Pir condiziona la raccolta nei primi mesi del 2019. Che idea si è fatto?

Sui Pir ho l’impressione che si stia rischiando di perdere una straordinaria occasione di mettere in contatto il risparmio privato con l’economia reale. Provare a estendere gli investimenti al venture capital e alle Pmi come si sta facendo ha sicuramente finalità lodevoli, ma tecnicamente è di difficilissima realizzazione. L’industria si trova quindi in una situazione paradossale in cui si corre il pericolo di uccidere un prodotto che ha offerto risultati straordinari e questo si riflette anche sulla raccolta, se si considera che anche lo scorso anno quasi la metà dei circa 9 miliardi di flussi netti realizzati dal sistema è andata sui Pir.

La Mifid 2 ha sollevato anche il tema dei costi.

Ci tocca in modo relativo: il nostro regime commissionale si colloca già nella fascia medio-bassa e non sentiamo la necessità di cambiare.

Tornando al mercato, le azioni Anima appaiono piuttosto sottovalutate: non temete di poter invece diventare una preda?

Il valore di Anima non è certo quello riflesso nei prezzi di Borsa: quotiamo appena otto volte gli utili che realizziamo e dispiace vedere un titolo così depresso. Ma se sei una public company con il 75% di flottante accetti anche l’ipotesi di essere oggetto di eventuali interessi. Mi sento però di dire che, ruotando la nostra attività attorno agli accordi con partner distributivi rilevanti, sembrerebbe poco ragionevole un’offerta senza prima dialogare con questi soggetti. Noi dobbiamo comunque continuare a gestire al meglio la società, a creare valore per gli azionisti e per chi ruota attorno a essa.

Una suggestione: Mediobanca, che punta a crescere nel wealth management, potrebbe essere un approdo interessante per voi?

Di certo non sarebbe una follia. Sviluppano il business del credito al consumo nello stesso modo in cui noi facciamo con il risparmio gestito, sono una realtà italiana e non si disturberebbe nessuno degli equilibri del paese. È un’operazione che avrebbe senso e che cercherei di sviluppare. Perché no?

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