Cinema

Anita Ekberg, un film per liberare un’icona

Monica Bellucci è la protagonista del docu film “The girl in the fountain” del regista Antongiulio Panizzi

di Cristiana Allievi

2' di lettura

L'idea era quella di raccontare Anita Ekberg, un'icona venuta dal nord, “liberandola finalmente dalla fontana”. Immagine che la giornalista Paola Jacobbi usa per spiegare l'origine del docu film “The girl in the fountain”. Voleva raccontare la donna che è rimasta incastrata nella sua stessa immagine, la sequenza di “La dolce vita” in cui Fellini la fece bagnare nelle acque di Fontana di Trevi. Un ruolo che le è stato fatale, come illustra la sceneggiatura di Jacobbi e che ha come punto di forza il dialogo della diva dell'epoca con un' icona contemporanea. «Abbiamo pensato subito a Monica Bellucci, che ne è stata entusiasta e ha avuto subito una visione del film», dice il regista Antongiulio Panizzi.

Si vedono scene di vita vera della Bellucci - in teatro, in una masterclass, sul jet che la porta in Sicilia da Dolce & Gabbana, con il suo autista personale Toni- mescolarsi alla finzione e a immagini di repertorio della Ekberg. Con il risultato di un'opera che racconta le evoluzioni del mondo femminile. «L'ho fatto con amore», racconta una luminosa Bellucci, «per restituire la luce ad Anita, quella che le hanno tolto». E aggiunge che no, non avrebbe mai osato entrare anche lei nella fontana, «il mito non si tocca». Lei non è rimasta intrappolata nel ruolo della diva bellissima, a differenza della Ekberg. «Il cinema mi ha dato più chances di quelle che di solito si danno alle cosidette attrici belle. Anche io ho rischiato la prigione di un'idea, ma ho continuato il mio percorso anche quando la bellezza legata a un momento biologico della vita, la giovinezza, cambia. Oggi mi esprimo pur non avendo venticinque… nemmeno trenta… nemmeno quaranta… né cinquant'anni! (ride, ndr)».

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Monica Bellucci intrepreta Anita Ekberg

Monica Bellucci intrepreta Anita Ekberg

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Nel film ripete “devo crederci, devo crederci...”, come fosse impossibile calarsi in quel modello di diva...

«Siamo due attrici che hanno rappresentato l'avvenenza fisica in due modi diversi. Interpreto una nordica, io che sono mediterranea, e racconto la trasformazione fisica che avviene con l'aiuto del trucco, della coach, degli abiti. Ma poi con il personaggio scatta una comunione molto personale». E ancora: «Anita era sola, non aveva nemmeno la protezione maschile, cosa impensabile all'epoca. Grazie a lei oggi noi possiamo addirittura rimproverare le produzioni, e dire la nostra».

Essere un'icona è pericoloso?

«Pericolosissimo, rimani chiusa in una campana di vetro. Mi è capitato più volte di sentirmi dire “se diventi madre non sei più un simbolo di desiderio”, ma esiste la vita vera, non siamo più imbalsamate. E se è vero che il tempo passa, è anche vero che porta altre cose. La vita toglie tanto, ma dà anche tanto».

The girl in the fountain inizia in teatro, dove interpreta Maria Callas...

«Mi ha toccata la dignità con cui ha affrontato il dolore. Tre anni prima di morire ha deciso di fare un tour mondiale dopo un lungo periodo di assenza dalle scene. Un giornalista di “60 minutes” è stato così violento da dirle “lei non ha più voce, suo marito non c'è più e Onassis è sposato con Jaqueline Kennedy…”, ma chi si permetterebbe, oggi, di dire cose simili? Sta cambiando tutto».

Anita Ekberg non ha mai cercato di essere altro se non se stessa, anche lei?

«Io non sono mai me stessa. Se lo fossi stata, sarei morta».


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