il caso del pastore brunson

Ankara cerca soluzione diplomatica con gli Usa per evitare le sanzioni

di Roberto Bongiorni


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(REUTERS)

4' di lettura

Il presidente Turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente americano Donald Trump non sono mai andati molto d’accordo. Le divergenze tra i due presidenti a capo dei due primi eserciti della Nato sono sempre state numerose, a volte piuttosto accese: dalla guerra civile in Siria, agli acquisti turchi di sistemi missilistici russi, fino alla politica in Iran ed alle sanzioni contro Teheran.

La detenzione del pastore americano Brunson
I già difficili rapporti tra la Casa Bianca ed Erdogan rischiano ora di degenerare in una crisi diplomatica. Questa volta l’argomento del contendere è il “caso Andrew Brunson”, il pastore americano detenuto in Turchia dall’ottobre del 2016 con le accuse “terrorismo” e “spionaggio” e da un mese agli arresti domiciliari per motivi di salute.

Brunson, 52 anni, vive da tempo insieme a sua moglie e i suoi tre figli in Turchia, a Smirne, dove lavora come pastore presso la chiesa della Resurrezione. L’accusa più pesante è di aver legami non solo con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), un movimento nella lista turca (e non solo) delle organizzazioni terroristiche, ma anche con il movimento del carismatico leader religioso Fethullah Gulen, da molti anni in “esilio” in Pennsylvania. Agli occhi di Erdogan è proprio Gulen, un tempo suo amico intimo, il responsabile del fallito colpo di Stato del luglio 2016. Che subito dopo ha spinto il presidente turco a dare il via ad una serie di purghe contro l’organizzata rete di Gulen. Decine di migliaia di persone, anche simpatizzanti, sono stati arrestati, tra loro anche migliaia di magistrati, vertici militari e soldati considerati ostili. Oltre ad insegnanti, funzionari statali e giornalisti poco graditi.

Brunson ha sempre negato le accuse, ma se le autorità giudiziarie dovessero ritenerlo colpevole, rischierebbe una pena di 35 anni di carcere. Erdogan ha ripetutamente richiesto alla Casa Bianca la sua estradizione in Turchia. Di recente ha anche accennato a un potenziale scambio tra Gulen e Brunson.
Più volte Trump ha invitato Erdogan a rilasciare il pastore Brunson. Nelle ultime settimane aveva anche minacciato sanzioni. Invano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione di una corte di Smirne, la scorsa settimana, che ha confermato la detenzione e fissato una nuova udienza per il prossimo 12 ottobre.

Ricorrendo al solito Twitter, Trump aveva subito espresso il suo rammarico per l’accaduto: «È un vero peccato che la Turchia non voglia rilasciare un rispettato pastore americano, Andrew Brunson. Da troppo tempo è tenuto in ostaggio. Recep Tayyip Erdogan dovrebbe fare qualcosa per liberare questo meraviglioso marito e padre ».

Sanzioni americane contro due ministro turchi
Davanti alla determinazione della magistratura turca, la Casa Bianca ha così deciso ieri di dar via ad un round di sanzioni contro il ministro turco della Giustizia, Abdulhamit Gul , e quello dell’Interno, Süleyman Soylu. Rei, agli occhi di Washington, di aver giocato un ruolo decisivo nella vicenda del pastore americano. Tutti gli asset americani dei due ministri saranno dunque congelati e sarà vietata qualsiasi transazione bancaria. Per quanto i diretti interessati abbiamo subito fatto sapere di non aver interessi negli Stati Uniti, quella di ieri è comunque una punizione senza precedenti contro un membro Nato. Le sanzioni sembrerebbero strutturate sulla falsa riga di quelle decise contro il governo e gli oligarchi russi vicini al presidente Vladimir Putin.

Immediata la reazione del Governo turco: con una dichiarazione comune, i partiti presenti nel Parlamento di Ankara - tranne i filo-curdi dell’Hdp – hanno condannato «nel modo più forte» la decisione di Washington «con la comune solidarietà e determinazione della nostra nazione».

Dopo aver invitato la Casa Bianca a revocare le sanzioni, il Governo turco ha poi minacciato non meglio definite ritorsioni. Ma Erdogan sa molto bene che, se proprio ci deve essere un momento per aprire una guerra diplomatica contro gli Stati Uniti, questo non è sicuramente quello giusto.
Pur protestando vibratamente, e chiedendo agli Stati Uniti di non interferire nella sovranità della Turchia, Ankara sta provando a ricucire lo strappo. In quest’ottica il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, incontrerà domani il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, a Singapore, a margine di un importante summit internazionale.

L’impatto delle sanzioni su un’economia già in grandi difficoltà
Le sanzioni americane non sarebbero potute arrivare in un momento peggiore per l’economia turca. La lira si è già svalutata del 25% da inizio anno, l’inflazione sta puntando al 16%, ai massimi da 14 anni, il deficit delle partite correnti si è gonfiato al 6% del Pil.
Il Governo turco ha un disperato bisogno di flussi di valuta estera pregiata per finanziare il deficit. Ma sta avvenendo il contrario. I tentativi del presidente Erdogan di influenzare la politica monetaria del Paese, minando l’indipendenza della Banca centrale stanno spaventando i mercati e gli investitori internazionali.

In uno scenario del genere le sanzioni hanno esercitato un impatto negativo. La lira ha ceduto ulteriormente terreno contro il dollaro americano, perdendo ieri quasi il 2% e infrangendo il tasso di cambio di 5 lire per ogni dollaro, un record negativo. Il rendimento dei titoli di Stato decennali, quanto mai fondamentali per raccogliere valuta, si trova al 19,48%, anche questo un primato negativo che indica la mancanza di fiducia da parte dei mercati. L’indice benchmark della Borsa di Istanbul ha ceduto durante la seduta il 3,2 per cento.

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