intervista alla sinologa

Anne Cheng: quando il gesuita Matteo Ricci parlò ai cinesi del «Signore del Cielo»

di Armando Torno

3' di lettura

Anne Cheng insegna Storia intellettuale della Cina al College de France. Lunedì 29 maggio alle 18,30 chiuderà gli incontri della stagione 2016-2017 della Scuola della Cattedrale del Duomo di Milano (si tengono nella chiesa trecentesca di San Gottardo in Corte). Parlerà del libro del gesuita Matteo Ricci (1552-1610) “Il senso reale del Signore del Cielo”, tradotto nella “Bibliothèque chinoise” della casa editrice parigina Les Belles Lettres, collezione di cui Anne Cheng è tra i direttori. L'abbiamo incontrata a Parigi e rivolto alcune domande.

Professoressa Cheng, quali sono le difficoltà maggiori che si affrontano per passare dal cinese alle lingue europee?
Dipende dalla lingua. C'è una grande differenza tra le latine e l'inglese. È più facile tradurre dal cinese all'inglese, data la sua ristretta grammatica. Nel cinese, contrariamente al latino, le parole non cambiano forma secondo la loro funzione nella frase.

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Qual è il problema maggiore nel rendere un Dio che è inaccessibile, invisibile, al di là dell'esperienza e, allo stesso tempo, si rivela nella storia?
Matteo Ricci e i suoi gesuiti sono stati intelligenti e abili. Per tradurre la nozione del Dio unico, sono andati a cercare una designazione antica nel vocabolario cinese che è “shangdì”, “il Supremo in alto”. Era il nome di una divinità della Cina antica, una specie di autorità suprema. “Shang” si può tradurre con “superiore”, “dì” è stato usato per designare gli imperatori cinesi. Matteo Ricci fece intendere che quello era l'equivalente del Dio di cui parla la Bibbia.

E come spiegò il celibato?
Prima dell'arrivo dei missionari cristiani, i cinesi conobbero i monaci buddhisti che lo praticavano. Insomma, il problema era già noto.

E la fondamentale bontà della natura umana?
Questa idea in Cina è predominante, anzi è alla base del pensiero confuciano. Il peccato originale era invece estraneo a quel mondo. Nei dibattiti antichi sulla natura umana si disse che l'uomo è buono alla nascita ma diventa cattivo rapidamente; comunque non mancò chi sostenne che la cattiveria è presente già all'inizio. Tutto ciò è ben diverso dal peccato originale. Nel pensiero confuciano quando si sostiene che l'anima è buona o cattiva, la conclusione è sempre la medesima: conservare la bontà e combattere le tendenze avverse. Non c'è l'idea di male assoluto.

Per il cristianesimo l'anima dell'uomo non è mortale ed è diversa da quella degli animali…
Quando arrivarono i missionari, nel XVI secolo, la Cina aveva già conosciuto diverse stratificazioni di pensiero. Dibattiti tra confuciani e taoisti, dall'India era arrivato il buddhismo. Le concezioni dell'anima sono passate da qui. Per la Cina antica, quella che precede il buddhismo, c'era un'anima doppia: una parte andava verso l'aldilà e una restava nel corpo. Si discusse per capire quanto rimaneva in noi. L'influenza del pensiero indiano recò l'idea di un ciclo infinito di esistenze e i cinesi si chiesero come e cosa fosse la continuità tra le vite. La teologia cristiana proponeva qualcosa di diverso e per i cinesi era difficile credere in un'anima eterna e divina perché la consideravano sempre legata a un'esistenza particolare. La Cina, inoltre, non amava l'assoluto, l'idea di un Dio creatore del mondo dal nulla, perché là si credeva in un'eterna trasformazione.

Forse non era facile nemmeno spiegare che il bene e il male compiuti sulla terra devono essere premiati con il paradiso o puniti con l'inferno…
Questa era una parte facile. I cinesi credevano che una buona o una cattiva azione attirassero bontà o cattiveria. Il buddhismo confermava con la teoria del karma. Occorre però ricordare che per i cinesi le conseguenze buone o cattive delle azioni non sono distribuite da un Dio. Un grande sinologo, Jacques Gernet, ha dimostrato che questo popolo non aveva bisogno di un Dio e per tal motivo il cristianesimo non ha avuto successo. E i gesuiti hanno talmente adattato (e diluito) il messaggio cristiano al celeste impero da attirare le critiche degli altri missionari. Dalla disputa sui riti a tante altre cose.

E alcune di queste “altre cose” si ascolteranno in San Gottardo in Corte, direttamente da Anne Cheng, dopo un'introduzione di monsignor Gianantonio Borgonovo, anima e cuore della Scuola della Cattedrale. Un prelato noto come eccellente ebraista che, avendo studiato il sumerico, ha avuto modo di scoprire quanto fossero strutturalmente simili i cuneiformi di quella civiltà svanita e la scrittura cinese.

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