Una vicenda autobiografica

Annie Ernaux e la brutalità dell’aborto clandestino

«L’evento», il libro della scrittrice francese, ha ispirato il film «L’événement» premiato con il Leone d’oro a Venezia

di Eliana Di Caro

Articolo pubblicato la prima volta il 1° Dicembre 2019

Da sinistra, la scrittrice Annie Ernaux e l’attrice Anamaria Vartolomei bravissima interprete del film «L’événement»

4' di lettura

La diciottenne che abbiamo seguito con trepidazione in Memoria di ragazza, Annie, cinque anni più tardi affronta un'esperienza che vorremmo si potesse leggere solo nei libri: l'aborto clandestino. Alla fine del 2019, invece, ci sono Paesi che non hanno una legge sull'interruzione volontaria di gravidanza e altri le cui società in regressione mettono sulla graticola provvedimenti faticosamente conquistati.

Anche per questo L'evento, di Annie Ernaux, appena pubblicato in Italia da L'Orma, è un libro importante. Non solo perché è una testimonianza forte, perché dà l'idea della determinazione di una giovane in cui tante si possono riconoscere, perché - a dispetto dell'ambiente retrivo in cui vive – la protagonista alza lo sguardo e non si arrende a un destino che non vuole, ma perché è un monito. Un monito a non dare nulla per scontato, a non abbassare la guardia (come diceva Tina Anselmi, primo ministro donna della Repubblica italiana nel '76, le conquiste non sono perenni per il solo fatto di averle raggiunte, vanno sorvegliate e difese).

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Ernaux - nella traduzione di Lorenzo Flabbi che ormai è quasi un secondo Ernaux, dopo aver tradotto tanti libri ed essere entrato nell'anima della scrittrice – racconta “l'evento” nel modo in cui ci ha abituati con gli altri suoi lavori: parole scabre, essenziali, che non concedono nulla né a se stessa né al lettore in cerca di consolazione. È questo (o meglio anche questo), che porta all'identificazione con la ragazza e il suo dramma. Che fa entrare chi legge nel flusso della quotidianità di Annie: ci si preoccupa con lei, ci si sente smarriti e impotenti come lei, si vivono momenti di disperazione. Si prova la sua paura.

È il 1963. Lo stesso anno in cui le donne italiane vincono una piccola grande battaglia: ottengono l'accesso alla magistratura (ma come, viene da dire oggi con sconcerto, era loro precluso un concorso pubblico?). Annie vive a Rouen, studia Lettere all'Università. Le sue giornate sono scandite dalle lezioni, dai momenti con le compagne del pensionato, il caffè alla Faluche - il bar degli studenti -, la biblioteca; si vede con P. (lui sta a Bordeaux, è uno concentrato su di sé, gli premono gli esami e il proprio futuro). I fine settimana va a trovare i genitori. Ci sono il cinema, i libri, il diario su cui annota qualche frase o parola chiave.

A sconvolgere questo tran tran, in ottobre, arriva il ritardo del ciclo. Un ritardo sempre più angosciante, che la induce ad andare da un ginecologo, il dottor N. Da qui inizia un crescendo di ansia, solitudine (il potenziale padre non contempla di dover/poter essere coinvolto), urgenza di affrontare il problema mentre il tempo passa. Una soluzione normale per chi, come lei, non vuole tenere il bambino, non esiste. La meschinità del medico, che lascia intendere implicitamente l'illegalità della sua richiesta, fa capire ad Annie di dover agire diversamente andando alla ricerca di una mammana. La trova, ma deve trovare anche 400 franchi, il prezzo per la sonda che la donna le infilerà nell'utero, tra le sue grida laceranti. «Su piccina, la smetta di urlare, devo pur fare il mio lavoro».

La signora P.-R. non avrà la spudoratezza di chiederle altri soldi quando Annie si ripresenta da lei disperata: niente contrazioni, il tentativo è andato a vuoto. Il tubicino rosso che la signora le ficca a forza – «il travaglio è in corso», grida P.-R. - non le fa provare il dolore della prima volta. Dopo qualche giorno, l'espulsione del feto nel bagno del pensionato, in un mare di sangue, è seguìta da un'emorragia che la costringe a chiamare il medico di guardia e a subire l'umiliazione del rimprovero per quel che aveva fatto. Un calvario che Annie non condivide con nessuno, se non con O., una ragazza «borghese e cattolica» che aveva la stanza sul suo stesso piano: quella sera fatidica erano andate insieme al cineforum a vedere La corazzata Potëmkin ed è lei che le taglia il cordone ombelicale. Quando va dai genitori che la aspettano per le loro 48 ore insieme, dice che ha l'influenza, per giustificare la debolezza, lo stato di intontimento post trauma e mettersi a letto.

Pagina dopo pagina, ci si chiede come sia stato possibile arrivare così tardi – almeno in Paesi cosiddetti avanzati - a una regolamentazione che impedisca una simile barbarie. Ed è il suscitare questa consapevolezza, il far pensare al lettore “mai più” il vero obiettivo di Ernaux, come sembra voler sottolineare lei stessa, e che forse differenzia questo libro dagli altri dove ugualmente l'autrice ha scavato nel proprio passato senza reticenze, mettendosi a nudo. «Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo».

Annie non ha mai più rivisto la signora P.-R., non ha «mai smesso di pensare a lei». Per anni «la notte tra il 20 e il 21 gennaio è stata un anniversario». eliana.dicaro@ilsole24ore.com

L'evento
Annie Ernaux
Traduzione di Lorenzo Flabbi, L'Orma, Roma, pagg. 114, € 15

Riproduzione riservata ©

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