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Anniversario Falcone, il progetto di riscatto è un bene di tutti

di Giuseppe Lupo


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3' di lettura

L’espressione più in uso nelle manifestazioni ufficiali è «per non dimenticare»: un auspicio pronunciato a mo’ di formula adatta a un patto segreto. Celebriamo le ricorrenze più drammatiche indirizzando ogni sforzo nel tentativo di prolungare la memoria dei fatti e illuderci di trarne insegnamenti. Tutto ciò risponde a una logica che ci è stata consegnata dalla tesi secondo cui la Storia è maestra, dunque ricordare il male avvenuto ci metterà in condizione di non ripeterlo.

Nessuno nega che ciò possa essere vero, ma spesso i conti non tornano. La Storia non insegna granché, altrimenti non ci spiegheremmo il ripresentarsi di certi cattivi fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo una memoria che si accorcia progressivamente, conserva sempre meno contenuti perché è troppo sollecitata dal rapido correre di informazioni. Gli uomini non possono limitarsi a compiere l’esercizio del ricordo, per quanto esso sia una delle attitudini più sacre e misteriose della mente. Sarebbe come autoassolversi da colpe di cui ci sentiamo eredi.

Più impegnativo del ricordare è ciò che chiedeva Rosaria Costa, la moglie dell’agente Vito Schifani, morto nella strage di Capaci, ventisette anni fa, dove persero la vita Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, oltre agli altri due uomini della scorta, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In piedi di fianco al leggio della chiesa di San Domenico, a Palermo, sorretta da un sacerdote che pareva quasi strapparle le parole di bocca, la giovane donna pronunciò una verità che spiazzò l’intero uditorio. «Io vi perdono – si rivolse agli anonimi autori dell’eccidio che evidentemente lei riteneva tra la folla – però vi dovete mettere in ginocchio». Il discorso ricorda molto da vicino la preghiera che indirizzò agli assassini del padre uno dei figli di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm, ucciso a Roma dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980. Giovanni Bachelet pregò proprio per loro, perché disse «senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta».

Le due voci arrivano a toccare più o meno lo stesso punto, ma partendo da sguardi diversi. Entrambi non invocano il supporto della memoria e pongono al centro la parola “perdono”, l’uno in termini assoluti, l’altra come dono a seguito di un atto d’umiltà, com’è quello del mettersi in ginocchio. Non credo che le parole di Giovanni Bachelet siano da considerarsi più cristiane rispetto a quelle di Rosaria Costa. Penso semmai a come esse siano il riflesso di due Italie, distanti non più di dodici anni – dal 1980 al 1992 – e tuttavia abissalmente divergenti nel vivere l’esperienza del dolore. Giovanni Bachelet offre un perdono incondizionato e possiede la medesima umiltà che Paolo VI aveva manifestato due anni prima durante la messa per Aldo Moro. Rosaria Costa esprime la disperata fierezza del popolo a cui appartiene, abituato a convivere sia con la spietatezza della mafia (che sarebbe tornata a colpire qualche mese più tardi, il 19 luglio, in via D’Amelio), sia con la percezione di uno Stato non padre ma patrigno, per certi versi infido, come indicava Leonardo Sciascia.

Credo che molta della nostra identità nazionale transiti nei discorsi pronunciati sugli altari delle cerimonie funebri. E credo anche che Rosaria Costa sia ricorsa a un dire meno eroico e religioso di Giovanni Bachelet, ma forse più umano, di sicuro più pedagogico, perché capace di additare la strada: uscire allo scoperto tra la folla e mettersi in ginocchio, non nel segreto di un confessionale ma lì, davanti a tutti, e solo allora essere pronti per ottenere il perdono. Quel che si nasconde nel suo invito contiene le stesse ragioni per cui la Storia è erroneamente considerata maestra di vita. In un’Italia che faticava a uscire dal grigiore degli anni 70 e stentava a difendersi dall’attacco allo Stato condotto dal terrorismo, non si chiedevano condizioni per lavare il sangue che aveva sporcato le istituzioni. E fu così anche nel legiferare a favore o contro il fenomeno del pentitismo: sconti di pena in cambio di informazioni, ma nessuno in ginocchio. In un’Italia successiva – quella in cui l’euforia degli anni 80 non avrebbe intaccato gli interessi delle cosche e i 400 chili di tritolo, collocati sull’autostrada per Palermo, avrebbero segnato un drammatico spartiacque – bisognava esigere un’azione suppletiva non perché fossimo di fronte a una nazione più ferita dell’altra, ma perché la Storia non aveva insegnato niente e lo stragismo mafioso avrebbe cominciato le sue liturgie.

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