RAPPORTO EINAUDI

Anno 2020, dopo lo «sciopero degli investimenti» l’Italia riparte da zero

«Più di 50 miliardi di potenziali investimenti non vengono fatti e il loro equivalente ingrandisce le riserve che gli italiani tengono in portafoglio, per impiegarli in futuro», si legge nel rapporto

di Piero Fornara


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7' di lettura

Gli avvenimenti dall’Italia e dal mondo delle prime settimane dell’anno 2020 – quasi leggiadro se pronunciato in inglese: twenty-twenty – confermano «Il tempo delle incertezze», scelto quale titolo del Rapporto sull’economia globale e l’Italia, prodotto dal Centro Einaudi di Torino e presentato oggi a Milano, in anteprima per la stampa presso Ubi Banca e quindi nella sede di Assolombarda. Incertezza, perché? Con la presidenza Trump gli Stati Uniti hanno sviluppato una politica commerciale di rottura del multilateralismo, per tornare a negoziati bilaterali rendendo difficili le scelte di investimento e di produzione in particolare per l’Europa.

Giunto alla XXIV edizione e pubblicato da Guerini e Associati (pagg.245, euro 21,50) il Rapporto, a cura di Mario Deaglio, professore emerito di economia internazionale all’università di Torino, si avvale anche dei contributi di Giorgio Arfaras, Giuseppina De Santis, Gabriele Guggiola, Paolo Migliavacca, Giuseppe Russo e Giorgio Vernoni.

Nel dibattito con i giornalisti si è parlato ovviamente anche del “coronavirus” cinese, manifestatosi d’improvviso mentre il Rapporto era in corso di stampa. Ecco quindi, in rapida sequenza, i principali fatti di cronaca, interna e internazionale: erano da poco spenti i fuochi d’artificio di Capodanno quando, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, all’aeroporto di Baghdad con un'esplosione devastante i missili americani eliminavano il generale Qassem Soleimani, capo delle forze di élite dei pasdaran iraniani. Stati Uniti e Iran sono stati sull’orlo della guerra, come il «New York Times» ha ben ricostruito alcuni giorni dopo («7 Days in January: Secret Orders, a Deadly Strike and a World on Edge»).

Dopo i missili Usa a Baghdad, la guerra in Libia
Il 15 gennaio c'è la schiarita sui dazi: alla Casa Bianca il presidente Donald Trump e il vice premier cinese Liu He siglano la prima intesa dopo due anni di guerra commerciale. Pechino si impegna ad acquistare 200 miliardi di dollari di beni e servizi made in Usa, Washington revoca i nuovi dazi d’importazione al 15% su 160 miliardi di merci.

Tempo delle incertezze invece domenica 19 gennaio a Berlino: la conferenza convocata per fermare la guerra civile in Libia raccoglie solo una fragile tregua d’armi, subito evaporata nei giorni seguenti. La cancelliera Angela Merkel, che presiedeva la riunione, ha dovuto fare la spola fra la stanza del premier di Tripoli Al Sarraj e quella del generale della Cirenaica Khalifa Haftar per comunicare loro il documento finale: i due rivali non si sono nemmeno voluti incontrare. Anzi Haftar non ha rimosso il blocco delle esportazioni di petrolio dai terminali dell’est libico, da cui il Paese ricava gran parte dei suoi introiti: la produzione di greggio è scesa da 1,2 milioni di barili al giorno a meno di 300mila. Il progetto di inviare in Libia un contingente internazionale di interposizione, discusso a Berlino, diventa improbabile.

Il “coronavirus” cinese si muterà in un cigno nero?
Il Fmi, nel consueto aggiornamento del World Economic Outlook reso noto alla vigilia del Forum di Davos e dopo la firma dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, aveva fatto una stima più favorevole della crescita cinese nel 2020, attesa a +6% anziché +5,8% (dopo +6,1% nel 2019).

Adesso stanno uscendo le prime stime sull'effetto del “coronavirus” scoppiato a Wuhan per la crescita economica cinese: «Il Sole 24 Ore» ha citato il capo economista di Standard & Poor's per l'Asia-Pacifico Shaun Roache, che valuta una contrazione dell'1,2% del Pil per il calo dei consumi interni. Secondo l'«Economist Intelligence Unit» la riduzione sarà invece di mezzo punto, portando sotto il 5,5% la crescita per il 2020 del gigante asiatico. Intanto le Borse mondiali hanno iniziato la settimana con sensibili ribassi (per rimbalzare il giorno dopo) perché il nuovo “coronavirus”, pur avendo una mortalità inferiore a quella della Sars (circa 700 vittime nel 2002), pare si diffonda più facilmente: al presente i morti sono già più di cento e i contagiati circa 4.500. Il sindaco di Wuhan domenica 26 gennaio ha annunciato che, prima dell’inizio della “quarantena”, cinque milioni di residenti hanno lasciato la città e il picco del contagio arriverebbe in aprile.

Anche senza paragonare il “coronavirus” a un possibile cigno nero per l'economia mondiale, il professor Deaglio ha ricordato che i primi settori danneggiati sarebbero il turismo e i beni di lusso e l'Italia sarebbe sicuramente penalizzata: basti pensare che a Milano un terzo dei beni di lusso è acquistato da turisti cinesi, che spendono mediamente circa 1.200 a testa. Come “riflessione personale” a voce alta, Deaglio fatto l’ipotesi che all'inizio le autorità di Pechino abbiano minimizzato la diffusione del “coronavirus” per evitare l’annuncio formale di “pandemia” da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità, riservando quindi alla sola industria farmaceutica cinese il materiale utile per produrre un vaccino.

La direttrice del Fmi Kristalina Georgieva, al recente Forum di Davos, pur confermando al 3,3% la crescita del Pil mondiale nel 2020 e del 3,4% l'anno prossimo, mette il virus cinese fra i rischi downside (orientati al ribasso). L'economia americana è vista dal Fmi in frenata al 2% quest'anno e all'1,7% l'anno prossimo; l'Eurozona dovrebbe migliorare leggermente dall'1,2% del 2019 all'1,3% del 2020 e all'1,4% del 2021, in presenza di un miglioramento della domanda esterna. Farà un po' meglio la Gran Bretagna (+1,4% quest'anno e +1,5% nel 2021), perché l'imminente uscita dalla Ue avviene senza lo scossone di una “hard Brexit” (ma Londra e Bruxelles dovranno negoziare un nuovo accordo commerciale entro fine 2020). Gli economisti del Fmi invece non hanno dato troppo peso alle turbolenze anti-Macron in Francia, confermando le stime di crescita superiori a quelle della Germania (+1,3% quest'anno contro +1,1% di Berlino, comunque in recupero sull'anemico +0,5% tedesco del 2019).

L’impatto del clima
Chi si attendeva che Trump al Forum di Davos sarebbe stato “un'anatra zoppa” per la procedura di impeachment ha dovuto in sostanza ricredersi: in Senato i repubblicani contano di chiudere la pratica in breve tempo, consentendogli di arrivare “senza macchia” al discorso sullo stato dell'Unione del 4 febbraio, quasi in contemporanea con l’avvio delle primarie. Nel suo keynote speech di martedì 21 gennaio il presidente ha esaltato i successi dell'economia americana, descrivendo gli ambientalisti come «profeti di sventura».

Anche Greta Thunberg è stata una protagonista a Davos: nel suo intervento ha avuto accenti di tristezza, nel constatare che contro il climate change non si è fatto quasi nulla e le emissioni nocive continuano ad aumentare. Ma nei paesi occidentali da oltre vent'anni i livelli di concentrazione di sostanze inquinanti nell’aria sono in costante calo. Trump, come ha scritto l'inviato del «Sole 24 Ore» Stefano Carrer, «rispetto alla comparsata a Davos del 2018, quando era nel pieno della sua retorica populista e antiglobalista, facendo temere effetti rovinosi sull'economia mondiale, questa volta ha trovato un'audience con un atteggiamento diverso ed è concreta la possibilità che il mondo debba avere a che fare con lui per altri quattro anni, dopo il primo mandato».

Non è stata però solo la piccola Greta a denunciare i rischi del cambiamento climatico a Davos. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nel discorso di apertura della 50a edizione del Forum, si è detta convinta di «poter riconciliare l'economia e l'ambiente, lo sviluppo umano, ma lo potremo fare soltanto insieme». Il «Green Deal» europeo, molto ambizioso (mille miliardi di investimenti), punta a ridurre del 40% le emissioni carboniose entro il 2030, per arrivare a “zero emissioni” nel 2050.

Lo scenario geopolitico internazionale
Nel capitolo dedicato alla politica internazionale, Paolo Migliavacca evidenzia due obiettivi-guida della presidenza americana: 1) frenare l'ascesa della nuova potenza globale cinese; 2) declassare la Russia a potenza di secondo rango, malgrado essa conservi un notevole arsenale strategico (testate atomiche e missili intercontinentali). «Ciò passa attraverso la rottura dei trattati sulle armi strategiche e sui missili di teatro in Europa per innescare una corsa al riarmo che Mosca avrebbe enormi difficoltà a sostenere sul piano economico (e probabilmente anche su quello politico-sociale)». Un obiettivo collaterale dello smantellamento degli accordi di disarmo è il coinvolgimento nei negoziati anche della Cina. Pechino non ha però intenzione (né la convenienza, almeno per ora) ad aderirvi. In questo contesto internazionale, continua di fatto a essere assente l’Europa.

«L’assetto complessivo del Medio Oriente – aggiunge l'autore - è uscito fortemente mutato dall’esito dello spietato conflitto civile siriano, che ha visto trionfare il regime di Bashar el Assad grazie al decisivo aiuto russo e iraniano. Si è creato, infatti, un nuovo, precario equilibrio legato alla confluenza d'interessi contingenti in un'inedita alleanza a tre, almeno nel contesto regionale, tra Russia, Turchia e Iran. Si aggiunge l'apporto esterno di un attore piccolo, ma molto abile sul piano politico-diplomatico: il Qatar».

Trump scommette sul suo piano di pace annunciato oggi: a Israele i territori occupati con Gerusalemme capitale, ai palestinesi un sostanzioso pacchetto di finanziamenti. Ma l'Autorità nazionale palestinese ha già respinto il progetto e ha proclamato per martedì 4 febbraio una “giornata della collera” in Cisgiordania.

Italia: cosa vuol dire essere “ultimi della classe”
In Italia la domenica elettorale del 26 gennaio ha ridato fiato al governo Conte bis. La vittoria del centrosinistra (con l’aiuto delle “Sardine”) sulla Lega in Emilia-Romagna e l’affermazione del centrodestra in Calabria, a fronte di un consenso per i Cinquestelle in caduta libera in entrambe le regioni, sembra anzi prefigurare un possibile ritorno a uno scenario bipolare classico.

Dal Fondo monetario l’economia italiana è vista in ripresa «molto molto modesta». Il nostro Paese è atteso in recupero dal +0,2% del 2019 al +0,5% quest'anno e al +0,7% nel 2021. E parlando delle priorità per le economie avanzate, il Fmi evidenzia che i Paesi, come l'Italia, che devono assicurare la sostenibilità del loro debito abbiano meno spazi di manovra rispetto alle nazioni caratterizzate da una struttura del bilancio pubblico più virtuosa: nel caso di un mutamento d'umore dei mercati, il nostro debito ci fa più vulnerabili.

Il Rapporto del Centro Einaudi per spiegare la mancata crescita dell'Italia usa l'espressione “sciopero degli investimenti”. Nel 2000 sei punti di risparmio netto andavano pressoché tutti negli investimenti, in maggior parte produttivi. La crisi ha mutato il comportamento degli investitori, che hanno tirato i remi in barca e per diversi anni gli investimenti netti sono stati addirittura negativi: «Più di 50 miliardi di potenziali investimenti non vengono fatti e il loro equivalente ingrandisce le riserve che gli italiani tengono in portafoglio, per impiegarli in futuro».

Se il nostro Paese non è caduto lo deve alle esportazioni: «La vitalità dell'export nazionale e la resilienza e reattività alla crisi del settore manifatturiero – leggiamo a pagina 228 - certificano l'esistenza di un punto di forza su cui fere leva. Si pensi, in questo quadro, alle opportunità offerte dalla “transizione verde”, ossia dal progressivo abbandono dei combustibili fossili nella produzione dell'energia». La recente fusione tra Fca e Peugeot, inoltre può aprire in questo ambito prospettive interessanti, a patto di saperle cogliere.

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