Astronomia

Anno bisestile, tutta colpa della Luna

Deriva da «bisextilis»: gli antichi contavano due volte il 6° giorno prima delle calende di marzo per allungare di un giorno la durata dell’anno

di Mario Schiavone

6' di lettura

Sembrerà strano ma è convinzione di molti che ogni qualvolta ricorre l’anno bisestile succedono sciagure e disgrazie di ogni tipo e genere. Tali credenze risalgono al tempo della stessa nascita dell’anno bisestile, cioè al periodo del calendario giuliano (più o meno nell’anno 708 di Roma - 46 a.C. circa).

Far quadrare il tempo

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In realtà l’anno bisestile non è né funesto né sciagurato né apportatore di disgrazie come si crede; è un anno come tutti gli altri, solo che ha un giorno in più per far quadrare il tempo attraverso l’accumulo delle differenze astronomiche. Quindi l’anno in questione (bisestile dal latino «bisextilis», cioè «due volte sesto» perché gli antichi romani contavano due volte il sesto giorno prima delle calende di marzo per allungare di un giorno la durata dell’anno) è solo un aggiornamento scientifico e nulla ha di anormale o di apocalittico, e, inoltre, non si riesce a capire come siano nate su di esso tali credenze, leggende e superstizioni popolari di periodo funesto.
Per rendere più ordinata la vita sociale aggregata, la società, attraverso alcuni suoi membri, dovette ricorrere necessariamente alla ripartizione del tempo nei suoi intervalli fra il sorgere e il tramontare del Sole: fu così che l’uomo iniziò non solo a ordinare in modo sistematico i giorni fra loro, ma anche le settimane, i mesi e l’anno stesso.

Rapiti dalla Luna

Non avendo altri mezzi scientifici e tecnici a disposizione per ripartire il tempo, si ispirò, inizialmente, alle forme variabili della Luna: da quel
momento la civiltà umana cominciò a svilupparsi e a crescere in modo diverso, cioè organizzata. La Luna fu dunque l’astro scelto per il computo del tempo fin dai primordi, tanto che, ancora oggi, è tenuta in considerazione presso i Musulmani. Dal calcolo delle fasi lunari nacque, presso quasi tutti i popoli, il primo calendario e con esso il primo concetto di anno, che nella concezione scientifica moderna indica l’intervallo impiegato dalla Terra per compiere una rivoluzione intorno al Sole. Di conseguenza, l’unità di tempo che la Terra impiega a percorrere il suo giro intorno al Sole è stato, nel corso dei secoli, variamente definito come: anno siderale (il tempo che passa fra due ritorni successivi del Sole nella stessa posizione fra le stelle), anno tropico o solare (il tempo che trascorre tra due passaggi consecutivi del Sole al punto d’Ariete), anno anomalistico (l’intervallo di tempo fra due passaggi successivi del Sole al perigeo), anno draconico (il tempo impiegato dal Sole per ritornare allo stesso nodo dell’orbita lunare), anno vago (unità di tempo - usata anche da Tolomeo nell’Almagesto - di 365 giorni distribuiti in 12 mesi di 30 giorni l’uno e in 5
epagomeni, corrispondente alla suddivisione in uso presso gli egizi
prima dell’era volgare), anno civile o comune (pari a 365 giorni) e,
infine, il famoso anno bisestile di 366 giorni per l’aggiunta di un
giorno ogni quattro anni (febbraio, composto di 29 giorni).

Paese che vai, Almanacco che trovi

Fin dal periodo antico dunque, per misurare il tempo e ripartirlo in
ore, giorni, settimane, mesi e anno, si ricorse al calendario, che
varia da Paese a Paese, da civiltà a civiltà, e che col passare dei secoli assunse anche il nome di Almanacco. Il calendario (dal latino calendae e calendarium), presso i Romani indicava il libro delle calende, cioè il primo giorno di ogni mese e le rispettive scadenze, nonché il libro in cui i banchieri registravano gli interessi sulle somme date a prestito che maturavano il primo giorno di ogni mese. Le calende non esistevano nel calendario greco, cosicché i Romani per indicare scherzosamente il rinvio sine die di un fatto o di un’impresa, dicevano che era rimandata alle «calende greche».
A Roma il giorno delle calende era dedicato a Giunone, mentre le idi (giorno che divide il mese in due parti quasi uguali) a Giove. Così alle calende di febbraio si celebrava la feria di Giunone Sospita; le calende di marzo erano consacrate a Giunone Lucina, nel tempio sull’Esquilino, a cui erano legate le feste Matronalia, in onore di Bruto, uccisore di Lucrezia quelle di giugno solennizzavano il tempio di Giunone Moneta, e quelle di settembre celebravano la festa di Giunone Regina sull’Aventino.
La lunga storia della civiltà umana ci ha tramandato vari tipi di calendari e di misurazione del tempo: quello cinese, quello iranico, quello persiano e quello egiziano, quelli semitici, quello greco, quello romano antico e quello della riforma giuliana e la correzione gregoriana. Ma la misurazione del tempo non esisteva solo nella cultura dei popoli antichi civili, ma anche presso le culture dei popoli cosiddetti «primitivi».

Come i popoli dividono il tempo

Presso queste popolazioni la misurazione del tempo era basata sui fenomeni naturali che compaiono a periodi regolari: maturazione dei frutti delle piante, periodi secchi e di pioggia, direzione dei venti, migrazioni degli animali, e così via. In sostanza, l’uomo primitivo (selvaggio), per suddividere con una certa precisione il tempo, ricorse principalmente al moto del Sole e della Luna, al sorgere e al tramontare degli astri, al moto circolare delle cose che lo circondavano e alla caduta
delle foglie. L’unità del computo si basava sui giorni, i mesi e l’anno. Per esempio, ancora oggi, nelle Isole Salomone, il giorno è diviso in diciassette periodi: cinque dal sorgere di Venere fino all’alba, dodici dall’alba al crepuscolo; in Groenlandia si usa dividere il giorno in base all’alta e bassa marea, mentre per individuare le ore notturne si ricorre alle costellazioni.
Presso le popolazioni dell’America del Nord, il computo del tempo non era fatto in base ai giorni, ma in base alle notti: per esempio, i Sioux del Dakota per indicare un evento accaduto tre o quattro giorni prima (caccia, cerimonia religiosa, battaglia, ecc.) usavano l’espressione: «Ho dormito da allora tre (o quattro) volte».

I pellerossa della tribù Maidu invitati a una cerimonia, ricevevano una corda con tanti nodi quanti erano i giorni mancanti a essa sciogliendo ogni giorno un nodo stabilivano il giorno della ricorrenza. Le tribù degli Oijbway conoscevano una specie di orologio solare per stabilire le ore essi piantavano un bastone conficcato per terra segnando l’ombra prodotta dal bastone: chi si recava in quel posto poteva calcolare così l’ora in cui il bastone era stato piantato. Oltre al giorno i Pellerossa segnavano anche le fasi lunari. Questo sistema, al contrario di quello per segnare il giorno, era comune a tutte le tribù, quindi la parola «mese» e «luna» erano identiche. I Klamath (Oregon) e i Timucus (Florida) chiamavano la luna: «il misuratore del tempo» oppure «l’astro lucente che indica il tempo», e lo spazio di tempo comprendente un mese era calcolato da una luna nuova all’altra la durata, precisata attraverso le fasi, permetteva anche la divisione del mese in due parti: il «tempo della luna calante» e il «tempo della luna
crescente». Contrariamente a questa divisione, gli Zuni dividevano il
mese in tre parti, gli Uroni in quattro, i Maleciti in nove.
Presso questi popoli l’anno non corrispondeva né a quello solare astronomico né a quello lunare: si trattava di anno naturale il cui inizio e fine erano fissati da fenomeni naturali, i soli ad avere importanza per la loro cultura. Diverse tribù dividevano l’anno in quattro stagioni: estate, inverno, periodo di secca e periodo di pioggia; altre, come i Cree occidentali, lo dividevano in otto. Le stagioni erano fissate seguendo quei fenomeni naturali tipici dei singoli periodi, così per i Micmac era primavera solo quando comparivano le anatre selvatiche e germogliavano le piante estate, solo quando i salmoni risalivano la corrente dei fiumi autunno, quando gli uccelli acquatici migravano dal nord al sud, inverno, quando cadeva la neve. Questo sistema empirico di fissare il tempo
era quasi generalizzato presso tutte le tribù. Ed è dal collegamento dei mesi lunari all’anno naturale che presso molti popoli nacque il ciclo dei nomi dei mesi e del calendario lunare in senso stretto e proprio. Così presso i Canciadali, i Sioux del Dakota, i Corvi e gli Cheyenne delle praterie il mese di gennaio era detto: «nella luna del ghiaccio nella tenda», febbraio: «nella luna dei vitelli rosso scuro» (...), agosto: «nella luna quando le ciliege diventano nere» o «nella luna della luce lunare», e così via.

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