INTERVISTA DA OSCAR

Anthony Hopkins: “Agisci come se fosse impossibile fallire”

È stato definito il più grande attore della sua generazione. Di certo è una delle personalità più prolifiche, fertili e multimediali. Dipinge, compone musica, suona il pianoforte

di Tim Auld

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Anthony Hopkins tra i suoi quadri nello studio della sua casa di Malibù.

È stato definito il più grande attore della sua generazione. Di certo è una delle personalità più prolifiche, fertili e multimediali. Dipinge, compone musica, suona il pianoforte


9' di lettura

Chi segue Anthony Hopkins su Instagram, avrà potuto apprezzarlo nelle sue molte, diverse identità. L'Hopkins sentimentale che suona il pianoforte per il suo gatto Niblo nella casa di Malibù; l'Hopkins autoironico che fa la Drake dance su TikTok; quello che imita Sly Stallone e Arnold Schwarzenegger o sfoggia camicie hawaiane eccentriche. L'Hopkins motivatore che, nonostante il momento, dice ai giovani che realizzare i propri sogni è possibile (a luglio ha postato: «Le mie congratulazioni alla classe 2020... Ho letto da qualche parte: – non ricordo se nel Vecchio Testamento, o forse me l'ha detto uno sciamano – C'era la siccità, il bestiame e la gente morivano nel deserto... e il saggio disse: “Scavate delle fosse e arriverà la pioggia”»). Sono passati decenni da quando Hopkins, ora 82enne, ha archiviato la parte turbolenta della sua vita, ma resta un personaggio imperscrutabile, in lui c'è ancora qualcosa che sembra sull'orlo di scatenarsi all'improvviso. Questa sorta di pericolo latente lo ha sempre contraddistinto come attore – non sai mai che cosa, o chi, ti riserverà nella prossima interpretazione, se indosserà i panni di King Lear sul palcoscenico del National Theatre o vincerà un Oscar per Hannibal Lecter, il serial killer de Il silenzio degli innocenti.

A sinistra, Hopkins con Olivia Colman in “TheFather” (2020).

Nel 1973, ha smesso di recitare nel bel mezzo della stagione teatrale che lo vedeva impegnato in Macbeth; due anni dopo ha bevuto il suo ultimo drink. Poi è diventato una delle star più prolifiche di Hollywood, candidato all'Oscar altre quattro volte per Quel che resta del giorno, Nixon, Amistad e, quest'anno, per The Two Popes. Avrebbe potuto essere un talento sprecato, invece la sua è una storia di redenzione. Mi parla da Malibù con grande saggezza e la sua voce è dolce, nulla a che vedere con quella di Hannibal Lecter o gli antieroi che ha spesso rappresentato sullo schermo, e mi regala un bel discorso motivazionale. «Quando ho scritto quel post sulla classe 2020 stavo pensando a quanto può essere devastante per un'intera generazione di giovani trovarsi improvvisamente senza insegnanti, senza sapere quali passi fare. Mi è venuto naturale provare a offrire speranza, perché una costante della mia vita è stata quella di immaginare e credere di potercela fare. Io mi comporto come se tutto fosse possibile, credo in tutto quello che faccio. A volte, certo, arrivano i dubbi o le delusione, ma anche in questo caso non bisogna fermarsi. Il mio invito ai giovani è di andare avanti e convincersi che andrà tutto bene, che ce la faranno. Agite come se fallire fosse impossibile».

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Con André Rieu alla Royal Albert Hall.

In passato aveva affermato di credere ogni giorno in qualcosa di diverso («Dio, Babbo Natale o Campanellino»). Adesso sembra essersi convinto che, qualsiasi sia la forza che ci muove, può venire solo da dentro di noi. «Sono sopravvissuto per tutti questi anni, nonostante i miei dubbi e il mio passato: ne sono sorpreso io stesso e penso dipenda da un certo tipo di fede – uso parole forti! – nell'energia che abbiamo dentro di noi. Non sono uno psichiatra, non sono un filosofo, niente di tutto questo, ma nutro questa consapevolezza, è qualcosa a cui ho attinto fin da bambino e penso che svilupparla possa aiutare anche i ragazzi di oggi. Credi in te, abbi fede e immaginati un grande futuro». Proprio dal suo amore per i giovani è nato un nuovo progetto. Per sostenere No Kid Hungry, un'iniziativa promossa dalla charity americana Share Our Strength, sta per lanciare una collezione di candele profumate, diffusori per ambiente e eau de parfum con il brand Anthony Hopkins (è ispirata ai profumi della campagna della sua infanzia a Margam, vicino a Port Talbot, nel Galles del sud). «Ci avevamo lavorato per circa un anno, poi il lockdown ha cambiato la prospettiva. Ho pensato alle enormi difficoltà affrontate dalle famiglie e in particolare dai bambini, che non sono più potuti tornare a scuola. Ciò che è accaduto è devastante e io posso soltanto offrire quello che so fare e la mia visione positiva delle cose». Il packaging raffigurerà i quadri di Hopkins che, oltre a essere uno degli attori più importanti di Hollywood, è un artista piuttosto noto e un compositore, tanto che le sue musiche sono state sia incise sia suonate dal vivo dalla Birmingham Symphony Orchestra.

Potrà anche essere, come Richard Attenborough ha detto una volta di lui, il più grande attore della sua generazione, ma calcare il palcoscenico è un'idea che al giovane Hopkins è venuta solo come seconda scelta. Il suo primo amore è stato la musica e già da bambino improvvisava brani al pianoforte. «Volevo fare il pianista, è stato per caso e per un puro colpo di fortuna se sono diventato un attore». Da piccolo, gli piaceva anche disegnare e accarezzava l'idea di diventare un cartoonist. Ma non durò a lungo. «Incontrai un disegnatore di fumetti del Western Mail che mi disse: “Eh, per avere successo devi essere davvero bravo”, allora ho lasciato perdere...». Gli ci sono voluti cinquant'anni per riprendere a dipingere, incoraggiato dalla terza moglie, Stella Arroyave. «Ha visto qualcuno dei miei scarabocchi sui copioni, erano solo disegni, e mi ha detto: “Dovresti dipingere, fallo e basta”. Con la musica è successo lo stesso. Mi ha sentito suonare un brano e mi ha chiesto: “Che cos'è?”. “Non lo so, una cosa che ho scritto secoli fa”. E lei: “Beh, dovresti farne qualcosa”. Così l'ho fatto adattare per l'orchestra, lei ha mandato lo spartito manoscritto ad André Rieu e lui l'ha eseguito. Da quel momento, ho ricominciato a comporre».

Molti dei suoi quadri sono inquietanti dipinti espressionisti su cui campeggiano enormi occhi che ti fissano con uno sguardo molto “ hopkinsiano ”. Sono un vortice cromatico, con i colori a olio spalmati sulla tela in strati molto spessi. Raffigurano anche paesaggi, alcuni un po' in stile Hopper, altri quasi impressionisti. «Non sono una persona a cui è facile insegnare e non riuscirei a stare in classe a ritrarre una mela. All'inizio ho pensato: “Non sono capace di dipingere”. Ma c'era un'altra voce che mi diceva: “Provaci, e se non ci riesci, nessuno ti metterà in galera”». Un quadro, Ballet on the Moon, raffigura una specie di piccolo zoo raccolto intorno al capo di un uomo anziano. Nel gruppo c'è anche un elefante rosa dalle lunghe ciglia. Forse è un ricordo di quella volta in cui, nel 1947 a Port Talbot, suo nonno lo portò al circo. È un periodo della sua vita evocato anche in uno dei suoi brani musicali. D'altronde la sua infanzia working class a Margam ritorna spesso in tutte le sue opere ed è una fonte di ispirazione costante. Un altro dei suoi quadri rappresenta due operai metalmeccanici a Port Talbot, con le teste ovali come in un quadro di Munch, mentre il contrappunto bucolico di quel paesaggio industriale si ritrova in una tenera e nostalgica composizione per orchestra intitolata, semplicemente, Margam.

Hopkins è il figlio unico di un panettiere. Suo padre era un tipo pratico, sbrigativo, che gli ha insegnato a tenere i piedi per terra. La madre ha invece sempre incoraggiato la sua sensibilità musicale, è stata lei a comprargli per cinque sterline un piccolo pianoforte verticale. «Il mio passato è parte di me. Spesso sogno di essere di nuovo nei luoghi in cui sono cresciuto. L'anno scorso ci ho trascorso un po' di tempo per un documentario sui miei anni vissuti in Galles e ho perfino pensato di tornarci a vivere». Sarebbe un lungo viaggio di ritorno in un posto in cui, almeno a scuola, non è stato felice; è a quel periodo che fa risalire molti dei problemi avuti da giovane. «Da bambino a scuola non ero tanto sveglio. Ero considerato uno “un po' indietro” e sono diventato un adolescente pieno di rabbia e molto confuso. Non sapevo che strada prendere, non nutrivo grandi speranze. Ricordo però di avere detto a mio padre, che mi ha sempre sostenuto: “Un giorno ti farò vedere”. Era la Pasqua del 1955, e lo dissi con grande convinzione pur portandogli a casa una pagella tremenda. Ebbene, già alla fine dell'anno avevo ottenuto una borsa di studio al Royal Welsh College of Music & Drama e, nel giro di dieci anni, mi sono capitate cose straordinarie. Ancora oggi ci ripenso e mi meraviglio di come sia potuto succedere. Penso che tutto sia iniziato in quel giorno di Pasqua in cui ho fatto una promessa a mio padre».

Naturalmente, il percorso ha avuto battute d'arresto. Come quando, nel 1960, andò dal Galles fino all'Old Vic, a Londra, per un'audizione, ma il regista gli disse: «Penso che tu non sia pronto. Chissà, forse un giorno...». Vent'anni dopo, quello stesso regista è andato nel camerino di Hopkins, che al National Theatre interpretava un terribile magnate della stampa in Pravda di David Hare, e ha ammesso il suo errore. «Così vanno le cose», dice Hopkins con nonchalance. Nel 1965 Laurence Olivier lo invitò a far parte della National Theatre Company. Giovane e ambizioso, rubò in fretta la scena. Nella sua autobiografia, Olivier ricorda che, per via di un'appendicite, aveva dovuto passare a Hopkins la parte di Edgar in Danza di morte di Strindberg: «Il mio sostituto era un nuovo attore della compagnia, giovane e straordinariamente promettente, si chiamava Anthony Hopkins e se ne è andato via con la parte di Edgar come un gatto con un topo tra i denti». Hopkins ricorda questo periodo e quello in cui ha lavorato con David Hare in Pravda, come due dei momenti più felici trascorsi in teatro. Ma, come attore teatrale, la metà degli anni Ottanta è stato il suo canto del cigno. La sua ultima interpretazione di Shakespeare è stata nel 1986, nel King Lear diretto da Hare. Hollywood lo chiamava. Peter Hall, che allora dirigeva il National, dichiarò con grande dispiacere: «È l'ultimo nostro Shakespeare con Tony, è molto triste che lui smetta». Non si è mai pentito di avere lasciato il teatro? «Sentivo di non farcela. Non reggevo la routine. Non ero abbastanza socievole. Ho pensato: “Non fa per me”. Poi le cose sono cambiate, sono venuto in America, ho girato Il silenzio degli innocenti che ha mutato la mia prospettiva. “Forse è questa la mia strada”, mi sono detto».

Ha mai pensato di ritornare sul palcoscenico? «Cinque anni fa ho lavorato con Ian McKellen nel film The Dresser. Ammiro lui, Judi Dench e tutti quelli che hanno la tenacia e trovano la motivazione per andare in scena tutti i giorni. Io tristemente, e sfortunatamente forse sono troppo nervoso. Non credo di avere quel tipo di resistenza, di possedere la tempra che ci vuole per fare la stessa cosa, sera dopo sera. No, non sento il desiderio di tornarci. A meno che arrivasse una proposta straordinaria e comunque dovrei pensarci due volte». David Hare una volta ha detto a Hopkins che era la persona più arrabbiata che avesse mai conosciuto. E in un documentario sul periodo in cui, nel 1986, stavano lavorando insieme in King Lear, Hopkins ha dichiarato: «La rabbia di Lear è come un vulcano, erutta e lo fa esplodere. Io ho quella rabbia». Gli chiedo da dove arriva questa rabbia interiore e come ha imparato a controllarla. «Penso risalga a quel bambino, così instabile, che si sentiva un disadattato... Non era come la rabbia di un vulcano, io la chiamo semplicemente energia, l'energia di qualcuno che si trova a vivere in un contesto che non sente suo. Però non puoi sprecare il tempo a essere sempre furioso, la vita è troppo breve. Io sono stato fortunato, sono sopravvissuto a questi anni e, sì, ho avuto due vite… A volte mi guardo indietro, ripenso a com'ero quarant'anni fa e penso, santo cielo, era un gran caos. Non sono orgoglioso del mio passato. Non lo cambierei, è stato quel che è stato, ma non ne vado fiero. Un paio di persone con cui ho lavorato sono mancate da poco, si sono spente perché hanno distrutto la propria vita. Anch'io ero su quella china. “Grazie a Dio ne sono uscito”. Non sono un missionario. Non sono un predicatore, sono solo contento di essermi liberato di quell'incubo perché non ero una bella persona, tutt'altro. Nel corso degli anni mi sono detto: “Calmati, calmati”. E sono molto fortunato ad essere arrivato fino a qui».

Per non rischiare di prendere il Covid-19 ha rinunciato a un ruolo in un film di Kenneth Branagh («uno dei miei attori preferiti») ma, dopo la nomination all'Oscar come migliore attore non protagonista per The Two Popes, è felice e pieno di entusiasmo. Sua moglie lo ha appena diretto in Elyse (in uscita il 4 dicembre) dove recita la parte di uno psichiatra che aiuta una giovane donna con un esaurimento nervoso. A dicembre dovrebbe uscire anche la pellicola tratta da The Father, grande successo teatrale di Florian Zeller, in cui fa la parte di un uomo che sta sprofondando nella demenza. «Un'interpretazione immensa, così precisa, difficile e assolutamente coinvolgente. Ti ricorda perché Hopkins è oggetto di venerazione da così tanto tempo», ha scritto Vanity Fair all'inizio di quest'anno, dopo il Sundance Film Festival. E lui commenta: «È uno dei miei film migliori. Gli ultimi cinque anni sono stati fantastici, ho lavorato con Richard Eyre, Ian McKellen, Emma Thompson e, in questo, con Olivia Colman. Un periodo speciale».

Questa è la sua routine, preparare le parti con meticolosità infinita, dipingere, suonare il piano, scrivere la sceneggiatura di un film ambientato nel Galles, adottare cani e gatti, indossare con aplomb T-shirt hawaiane (vengono dallo store Jams World). Un complesso mix di saggezza e realismo da ex ragazzo della working class di Port Talbot. Quando ci salutiamo mi dice: «Continua a sorridere, e a ridere, è l'unica cosa da fare».

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