L’istruttoria

Antitrust, multa da 20 milioni a Google e Apple

I due big tech nel mirino dell’autorità italiana per l’utilizzo dei dati degli utenti a fini commerciali «non sempre trasparente». . Le due aziende faranno ricorso

Pieno di utili per le Big Tech: Alphabet e Microsoft oltre attese

3' di lettura

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso due istruttorie nei confronti di Google e Apple sanzionando entrambe per 10 milioni di euro, ossia per il massimo edittale secondo la normativa vigente. L’Antitrust ha accertato per ogni società due violazioni del Codice del Consumo, una per carenze informative e un’altra per pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali. Google, secondo l’Authority, fonda la propria attività economica sull’offerta di un’ampia gamma di prodotti e di servizi connessi a Internet (che comprendono tecnologie per la pubblicità online, strumenti di ricerca, cloud computing, software e hardware) basata anche sulla profilazione degli utenti. Il tutto sulla base dei dati di questi ultimi.

Le due aziende hanno deciso che faranno ricorso. «Crediamo che l’opinione dell’Autorità sia sbagliata e faremo ricorso contro la decisione. Apple si impegna da molto tempo per proteggere la privacy dei nostri utenti e lavoriamo con il massimo impegno per progettare prodotti e funzionalità che proteggano i dati. Diamo a tutti gli utenti un livello di trasparenza e controllo all’avanguardia nel settore, in modo che possano scegliere quali informazioni condividere, e come vengono utilizzate». Lo afferma Apple in una nota. E anche Google annuncia: «Non siamo d’accordo con la decisione dell’Autorità e faremo ricorso».

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Il ruolo dei dispositivi Apple

Secondo l’Antitrust, Apple raccoglie, profila e utilizza a fini commerciali i dati degli utenti attraverso suoi dispositivi e servizi. Quindi, pur senza procedere ad alcuna cessione di dati a terzi, Apple ne sfrutta direttamente il valore economico attraverso un’attività promozionale per aumentare la vendita dei propri prodotti e/o di quelli di terzi attraverso le proprie piattaforme commerciali App Store, iTunes Store e Apple Books. «In tali contesti», riferisce la nota, «l’Autorità ha ritenuto che esiste un rapporto di consumo tra gli utenti e i due operatori, anche in assenza di esborso monetario, la cui controprestazione è rappresentata dai dati che essi cedono utilizzando i servizi di Google e di Apple». L’Autorità ha accertato che sia Google sia Apple non hanno fornito informazioni chiare e immediate sull’acquisizione e sull’uso dei dati degli utenti a fini commerciali.

Informazioni omesse

In particolare Google, sia nella fase di creazione dell’account, indispensabile per l’utilizzo di tutti i servizi offerti, sia durante l’utilizzo dei servizi stessi, omette informazioni rilevanti di cui il consumatore ha bisogno per decidere consapevolmente di accettare che la società raccolga e usi a fini commerciali le proprie informazioni personali. Apple, sia nella fase di creazione dell’Id Apple, sia in occasione dell’accesso agli Store Apple (App Store, iTunes Store e Apple Books), non fornisce all’utente in maniera immediata ed esplicita alcuna indicazione sulla raccolta e sull’utilizzo dei suoi dati a fini commerciali, enfatizzando solo che la raccolta dei dati è necessaria per migliorare l’esperienza del consumatore e la fruizione dei servizi.

Una pratica «aggressiva»

L’autorità ha accertato che le due società hanno attuato una pratica aggressiva. In particolare, nella fase di creazione dell’account, Google pre-imposta l’accettazione da parte dell’utente al trasferimento e/o all'utilizzo dei propri dati per fini commerciali. Questa pre-attivazione consente il trasferimento e l’uso dei dati da parte di Google, una volta che questi vengano generati, senza la necessità di altri passaggi in cui l’utente possa di volta in volta confermare o modificare la scelta pre-impostata dall’azienda. Nel caso di Apple, invece, l'attività promozionale è basata su una modalità di acquisizione del consenso all’uso dei dati degli utenti a fini commerciali senza prevedere per il consumatore la possibilità di scelta preventiva ed espressa sulla condivisione dei propri dati. Questa architettura di acquisizione, predisposta da Apple, non rende possibile l’esercizio della propria volontà sull’utilizzo a fini commerciali dei propri dati. Dunque, il consumatore viene condizionato nella scelta di consumo e subisce la cessione delle informazioni personali, di cui Apple può disporre per le proprie finalità promozionali effettuate in modalità diverse.

La replica di Apple

Apple non ci sta e annuncia battaglia legale: «Crediamo che l’opinione dell’Autorità sia sbagliata e faremo ricorso contro la decisione», recita la nota della società di Cupertino che si dice «da tempo impegnata nella protezione della privacy» degli utenti. «Lavoriamo con il massimo impegno per progettare prodotti e funzionalità che proteggano i dati. Diamo a tutti gli utenti un livello di trasparenza e controllo all’avanguardia nel settore, in modo che possano scegliere quali informazioni condividere o meno, e come vengono utilizzate», conclude il comunicato di Apple.

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