intervista

Antoine Arnault: «Il lusso di Lvmh in Italia vale 10mila posti di lavoro»

di Giulia Crivelli

4' di lettura

Sono vent’anni che lavora nel mondo del lusso, ma guardandolo non si direbbe. Solo per un motivo: Antoine Arnault, classe 1977, non dimostra, fisicamente, i suoi 41 anni e ha l’entusiasmo di chi scopre mondi affascinanti per la prima volta. Quando inizia a parlare però emerge tutta la sua esperienza, accanto alla freschezza dello sguardo. Presidente di Loro Piana e direttore generale di Berluti, è membro del consiglio di amministrazione di Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo, che ha in portafoglio anche i due marchi italiani. Primogenito del fondatore di Lvmh Bernard Arnault, Antoine è a Milano per presentare un’iniziativa della quale ha completa paternità, le Journées Particuliéres, nate sette anni fa come occasione per mostrare a tutti gli atelier, i laboratori e le sedi storiche della maison del gruppo.

L’iniziativa è nata nel 2011 ed è arrivata alla quarta edizione. Cosa è cambiato?

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Tutto e niente, potrei dire. Nel senso che lo spirito è rimasto identico: celebrare a livello mondiale l’arte e l’artigianato e far scoprire, per una volta dall’interno o non tramite prodotti o altre forme di comunicazione, le diversità del patrimonio di Lvmh, la ricchezza delle competenze del gruppo e la sua capacità di innovare costruire però su Dna, heritage, tradizione. Quello che è cambiato è il numero di luoghi e maison coinvolte e la modalità di prenotare o organizzare le visite, sempre più digitale e quindi democratica e accessibile a tutti.

Qualche numero?

Iniziamo dalle date: 12, 13 e 14 ottobre e spero che in tutti e tre i giorni e nei quattro continenti coinvolti il tempo sia clemente. Sono quasi tutti luoghi coperti, ma nel 2016 abbiamo avuto 145mila visitatori e in tanti hanno fatto code di ore all’esterno. Non posso accettare niente di più di una leggere pioggia (ride). Per l’edizione 2018 i luoghi aperti sono 77, 39 dei quali mai visti prima dal grande pubblico. Ci sono maison e location che rappresentano tutti i settori di Lvmh: vini e alcolici, moda e pelletteria, profumi e cosmetici, orologi e gioielli e distribuzione selettiva, come la catena Sephora o la divisione Dfs, attiva anche nel travel retail.

Per vini e alcolici è consigliabile venire in Francia, dove aprirete, ad esempio, lo Chateau d’Yquem o l’abbazia d’Hautvillers, dove visse Dom Pierre Pérignon, considerato il padre spirituale dello champagne. E in Italia?

Qui abbiamo scelto undici luoghi, quattro in più rispetto alla terza edizione, quella del 2016. Le novità sono le sedi italiane di Cova e Sephora, lo stabilimento Thélios, nel Cadore, e il Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Si aggiungono ad Acqua di Parma, Berluti, Bulgari, Emilio Pucci, Fendi, Loro Piana e Louis Vuitton per il suo atelier dedicato alle calzature sulla Riviera del Brenta. Nel portafoglio di Lvmh ci sono sette marchi italiani, ma le maison del gruppo che hanno sedi produttive nel vostro Paese sono poco meno di venti. Per questo considero Lvmh un’azienda italo-francese. O almeno, che ha una doppia anima e nella quale le diversità convivono perfettamente. Anzi, si completano a vicenda.

Molti manager o stilisti di Lvmh sono italiani e lavorano magari a Parigi. Poi ci sono i francesi che avete trasferito qui. Vanno sempre d’amore e d’ccordo?

Se non parlano di calcio sì (ride). Proprio come per le competenze artigianali e manifatturiere, per il valore che si dà al lavoro manuale e alla tradizione tramandata da generazione a generazione, italiani e francesi non possono che andare d’accordo. Abbiamo un linguaggio comune, una visione dello stile, del bello e ben fatto che fa superare qualsiasi possibile incomprensione. E se ci scontriamo, magari anche con toni accesi, poi tutto si ricompone. Un po’ come accade quando si litiga tra fratelli e sorelle.

A quante persone date lavoro in Italia?

Oltre 10mila, tra manifattura, retail, uffici. Negli anni abbiamo investito centinaia di milioni e siamo orgogliosi di fabbriche modello come quella di Fiesso D’Artico per le calzature Louis Vuitton o quella alle porte di Ferrara per Berluti o ancora, della nuova sede di Bulgari nel distretto orafo di Valenza, da tutti riconosciuta come lo stabilimento di gioielleria più sostenibile al mondo.

Lei non è un Millennial né un nativo digitale. Come vede l’utilizzo del digitale e qual è il suo approccio alla sostenibilità?

Cominciamo dalla seconda: ricordo che quando ho iniziato a lavorare e assistevo o facevo la presentazione di un progetto la slide sulla sostenibilità ambientale era una delle ultime. Ora è la prima. È una premessa, una dichiarazione di intenti e un investimento molto concreto. Non considero la sostenibilità un costo, sia che riguardi l’ambiente sia che tocchi gli aspetto sociali e di rispetto delle persone con le quali lavoriamo. È la garanzia per dare all’azienda un futuro solido, perché già oggi i consumatori esigono di sapere tutto sulla corporate social responsibility di un’azienda. Lvmh poi, viste le dimensioni, ha l’opportunità di essere capofila e di fare davvero una differenza. Per noi che abitiamo il pianeta al momento e per le future generazioni.

E il digitale?

L’e-commerce per me è un servizio e deve essere il più efficiente possibile. Ma nell’alta gamma l’esperienza fisica sarà sempre insostituibile e non smetteremo mai di investire nei negozi e nelle persone che ci lavorano.

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