Universo olivettiano

Antonella Tarpino, ricordi dalla Ivrea di “Adriano”

«Memoria imperfetta. La comunità Olivetti e il mondo nuovo» è in libreria per i tipi di Einaudi

di Eliana Di Caro

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Stabilimenti Olivetti I.C.O., Copertura cortile, Nuova I.C.O., 1958 c.a. - Architetto: Eduardo Vittoria (Courtesy Francesco Mattuzzi e Fondazione Adriano Olivetti)

«Memoria imperfetta. La comunità Olivetti e il mondo nuovo» è in libreria per i tipi di Einaudi


3' di lettura

Un viaggio nella memoria di bambina, fatto di luoghi, personaggi, aneddoti, architetture, materiali, colori. E un viaggio reale, il ritorno in quel mondo a distanza di anni, l'osservazione sensibile e consapevole di chi tira le somme. Sono i percorsi compiuti da Antonella Tarpino in Memoria imperfetta, una lettura istruttiva e piacevole nella sua densità.
Siamo a Ivrea, dove l'autrice è nata e cresciuta. La via Jervis, gli edifici della fabbrica, le case bianche con i tetti piani dei dipendenti, l'asilo-nido, le geometrie della mensa. Chi legge entra pian piano nella cittadella, si sofferma sulle vetrate, attraversa la biblioteca, immagina il rumore del lavorìo incessante che dà corpo alla produzione, assimila la tensione all'umanità che si nasconde in ogni piega.

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Adriano Olivetti (per tutti soltanto “Adriano”) c'è, ovviamente, gli occhi «cristallini», il bianco dell'abbigliamento; soprattutto c'è la cesura violenta della sua morte, nel 1960, il giorno in cui a Ivrea si festeggiava il Carnevale. Un Carnevale diverso, per la piccola Antonella, per tutti: «Quella fine è stata per me come l'uccisione di un grande capo indiano in un villaggio sioux», parole che spiegano meglio di saggi e monografie che cosa è stato Olivetti. Il cui significato, in questo libro, emerge soprattutto dalle figure che lo hanno circondato, un susseguirsi di architetti (a partire dal papà dell'autrice, Emilio, con gli «onnipresenti tecnigrafi») e scrittori, artisti e ingegneri, designer e poeti, psicologi e pubblicitari. Un pezzo della cultura italiana del '900 al servizio della fabbrica, intesa, spiega a più riprese Tarpino, come un posto in cui uomini e donne - a dispetto del lavoro alienante - potevano contare sulla cura del loro essere persone: «Un'industria che si fa Comunità, un'industria sì del Nuovo assoluto - la tecnica e l'elettronica, il design e l'urbanistica più sperimentale - ma che è attenta insieme a riconoscere l'elemento umano del lavoro».
Incontriamo così Paolo Volponi, Giorgio Soavi, Ottiero Ottieri, Geno Pampaloni, Riccardo Musatti (e anche l'omonimo Cesare), Franco Fortini. Naturalmente Leonardo Sinisgalli, direttore di quella «Civiltà delle macchine» tanto evocata, al di là della rivista, e molti altri. Come coloro che hanno ideato e disegnato i complessi architettonici descritti, che includono il villaggio La Martella a Matera - progettato da Ludovico Quaroni, inaugurato nel 1953 e destinato a una parte degli abitanti dei Sassi appena evacuati - e la fabbrica di Pozzuoli, opera di Luigi Cosenza.

Ricordi infantili
Tarpino, sospinta dai ricordi infantili e forse con il desiderio di “metterli alla prova”, torna dunque a Ivrea con lo sguardo adulto di storica e studiosa degli oggetti e paesaggi (ricordiamo, uno per tutti, il suo Spaesati. Luoghi dell'Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi 2012 e premio Bagutta) e misura la portata innovativa di quell'esperimento, pur interrotto. Né si sottrae all'analisi delle conseguenze della brusca interruzione, con i cambiamenti intercorsi dopo la morte di Olivetti e, prima, «l'isolamento politico» delle sue iniziative (come accaduto per La Martella, il cui discorso, complesso, va oltre le implicazioni partitiche). Si sofferma sulla crisi del 63-64 e sul lento spegnersi dell'utopia concreta olivettiana, vittima, per dirla con Luciano Gallino, del «finanzcapitalismo». Il Nuovo che apparentemente diventa Vecchio.

Ivrea, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco
E tuttavia il ritorno in quei luoghi serve a riconoscerne la potenza contemporanea, che è valsa a Ivrea l'ingresso nella lista Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. È la contemporaneità dello «stile Olivetti, quella “poetica comune” fatta di forme che si ritrovano, in scala più o meno ridotta o dilatata, nella grafica, nei prodotti aziendali, nelle architetture, negli interni dei negozi, nelle installazioni delle mostre». Un mondo in cui ogni elemento è in relazione con l'altro, proprio come era impresso nei ricordi di bambina.

La parte più intensa del libro è senza dubbio la prima, che si nutre anche del vissuto dell'autrice. Un omaggio incantato nel sessantesimo anniversario della morte del capo sioux.

eliana.dicaro@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Memoria imperfetta. La comunità Olivetti e il mondo nuovo
Antonella Tarpino
Einaudi, Torino, pagg. 180, € 18

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