MIND THE ECONOMY

Apologia dell’errore fecondo

Perchè fatichiamo ad accettare i nostri errori e perchè sono indispensabili per capire il mondo in cui viviamo. E cambiarlo

di Vittorio Pelligra

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(zimmytws - stock.adobe.com)

6' di lettura

“Mi fa infuriare avere torto, soprattutto quando so che ho ragione”, così recita un aforisma attribuito a Molière. Sbagliare non ci piace, proprio non ci piace, anche se spesso sbagliare può essere terapeutico. Molto spesso l'errore, anche se doloroso, può essere generativo e fecondo. È certamente vero nel caso dell'impresa scientifica che non comincia, come si potrebbe pensare, con l'osservazione del mondo esterno, ma, piuttosto, con coraggiose congetture e progredisce attraverso radicali confutazioni. Questa visione, così moderna e al tempo stesso così controintuitiva, inizia ad emergere nella prima metà del secolo scorso per cercare di dare una risposta ad uno dei principali problemi filosofici dell'epoca, il cosiddetto “problema della demarcazione”: come facciamo a distinguere rigorosamente ciò che è scienza da ciò che è metafisica o, peggio, pseudo-scienza.

Il principio di verificazione

A cimentarsi col problema troviamo alcune tra le menti più brillanti dell'epoca. Innanzitutto, i filosofi e gli scienziati riuniti nel Wiener Kreis, il famoso “Circolo di Vienna”, che metteva insieme personaggi come Moritz Schlick, Rudolf Carnap, Otto Neurath, Carl Menger che ebbero frequenti contatti con altri giganti del pensiero come Gödel, Tarski, Quine, tra gli altri, e naturalmente con Ludwig Wittgenstein, che divenne, in qualche modo, prima oggetto di studio e poi continuatore discontinuo delle idee del Circolo. Nell'ambito del positivismo logico, così verrà a definirsi l'approccio originato nel Circolo, la possibilità di una demarcazione tra scienza e pseudo-scienza risiede nel “principio di verificazione”, nella possibilità, cioè, di trovare un criterio che consenta di verificare una data proposizione o un'intera teoria.

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Solo le affermazioni verificabili, in linea di principio, hanno, infatti, un senso. Quelle non verificabili, pur non essendo necessariamente false, semplicemente sono prive di senso e quindi inutilizzabili all'interno di un complesso di idee volto alla comprensione del mondo reale. Fare scienza significa, dunque, costruire teorie verificabili ed esperimenti verificanti. Ma cosa vuol dire, esattamente, verificare una teoria? Quante osservazioni coerenti sono necessarie per farci ritenere la teoria valida? Quanti cigni bianchi dobbiamo osservare per farci definire l'enunciato “tutti i cigni sono bianchi” fattualmente corretto? E quanti cigni non bianchi, al contrario, sarebbe sufficiente osservare per smentire quella stessa ipotesi?

Le more dell’induzione

Emerge qui una interessante asimmetria tra verifica e falsificazione, una asimmetria che sta al cuore del problema dell'induzione: che tipo di conoscenza ci deriva dalla pura accumulazione di osservazioni? Per chiarire il punto Bertrand Russell chiamò in causa un tacchino: “Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell'allevamento in cui era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un'inferenza induttiva come questa: ‘Mi danno sempre il cibo alle 9 del mattino'. Questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla Vigilia di Natale” (“I problemi della filosofia”, Feltrinelli, 1988).

Popper e il principio della falsificabilità

L'asimmetria tra verifica e falsificazione, e il tragico esito del ragionamento del tacchino induttivista, mandano in crisi la posizione dei neopositivisti e aprono la strada all'elaborazione successiva del problema della demarcazione sviluppata dal filosofo, viennese anch'egli, Karl Popper. Sarà questi a ribaltare la prospettiva rispetto a ciò che caratterizza l'impresa scientifica, dalla verifica alla confutazione. Una teoria è scientifica solo se produce coraggiose previsioni ed è, almeno in linea di principio, facilmente falsificabile. Nel 1934 Popper da alle stampe la sua “Logik der Forschung” (“La logica della ricerca”), pubblicata in Inghileterra, nel 1959 e poi anche in Italia, nel 1970, con il titolo leggermente alterato di “La logica della scoperta scientifica”. In esergo alla prefazione della prima edizione troviamo questa citazione di Lord Acton: “Nulla è più necessario all'uomo di scienza della storia della scienza e della logica della ricerca (…) Il modo in cui si scopre l'errore, l'uso dell'ipotesi, dell'immaginazione, il modo dei controlli”.

Al centro dell'opera c'è una semplice e rivoluzionaria idea: la scienza non procede accumulando successi, ma collezionando errori e fallimenti. I dati a supporto delle nostre teorie non potranno mai verificarle definitivamente, ma solo corroborarle, in un movimento di avvicinamento asintotico alla verità, sfuggente, inafferrabile, inarrivabile. Gli esperimenti, però, dovranno essere progettati non per cercare dati a favore, ma per cercare di falsificare le congetture teoriche. Solo dall'errore, secondo Popper e il suo approccio falsificazionista, scaturisce il progresso. Dopo i “Principia” di Newton, pubblicati nel 1687, e le innumerevoli verifiche sperimentali e osservative delle sue previsioni, i successivi progressi sostanziali nascono dai fallimenti della teoria che spingono verso la rivoluzione relativistica. Nel suo “Congetture e Confutazioni”, Popper fa riferimento proprio alla teoria einsteiniana come esempio di teoria scientifica da contrapporre ad altre teorie pseudo-scientifiche.

“Fu durante l'estate del 1919 – ci racconta Popper - che cominciai a sentirmi sempre più insoddisfatto di queste tre teorie: la teoria marxista della storia, la psicanalisi e la psicologia individuale; e cominciai a dubitare delle loro pretese di scientificità. Il mio problema dapprima assunse, forse, la semplice forma: “che cosa non va nel marxismo, nella psicanalisi e nella psicologia individuale? Perché queste dottrine sono così diverse dalle teorie fisiche, dalla teoria newtoniana, e soprattutto dalla teoria della relatività? (…) I miei amici, ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente potere esplicativo.

La differenza einsteniana

Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, che consentiva di levare gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre”. Qualunque cosa accadesse le teorie erano sempre in grado di accomodare l'evidenza, apparentemente anomala, all'interno del loro quadro concettuale. La relatività einsteiniana era, invece, profondamente differente. Produceva previsioni ardite e controintuitive rispetto alla fisica newtoniana e per questo facilmente confutabili sperimentalmente. Ecco una nuova soluzione al “problema della demarcazione”: da una parte teorie praticamente infalsificabili, dall'altra teorie ardite facilmente falsificabili. La scienza è, dunque, fatta di teorie fallibili, di idee che devono poter essere smentite dai fatti e di esperimenti progettati non per cercare dati a supporto, ma, al contrario, per smentire tanto più severamente e radicalmente possibile, quelle congetture e quelle stesse teorie.

Già il grande fisico Ernst Mach aveva probabilmente in mente qualcosa di simile quando affermava che: “La conoscenza e l'errore fluiscono dalla stessa sorgente mentale. Solo il successo sarà in grado di distinguere la prima dal secondo (…) L'errore riconosciuto con chiarezza è come correttivo altrettanto utile cognitivamente della conoscenza positiva”. Ecco allora che la filosofa americana Donna Haraway può considerare il laboratorio come una “grande macchina per fare errori significativi il più velocemente possibile; errori capaci di farci guadagnare il potere di cambiare il mondo”.

Errore e distopia

L'idea che non prevede costitutivamente l'errore diventa ideologia. E l'ideologia che si sviluppa concretamente per eliminare l'errore dalla vita dei singoli e delle comunità fa paura e si trasforma presto in distopia. L'errore, è vero, ci fa male, ma, come la fatica dell'esercizio corrobora il nostro fisico, così l'errore corrobora le nostre conoscenze, attiva processi di apprendimento e favorisce, in definitiva, il progresso e non solo quello scientifico. Il nostro cervello ha sviluppato una regione – la corteccia prefrontale mediale – dedicata al controllo delle nostre azioni, all'individuazione degli errori e alla conseguente attivazione di processi di apprendimento.

La fatica dell'errore è, in altri termini, la fatica della scoperta. Per questo non dobbiamo temere di sbagliare, ma solo le conseguenze potenzialmente negative dei nostri sbagli. Perché, come ci hanno ricordato recentemente Giulio Giorello e Pino Donghi: “Senza errori non c'è evoluzione, senza errori non c'è progresso della conoscenza. La scienza è un processo che accumula esperienza, consapevolezza, competenza a misura della quantità di errori nei quali inciampa e che le permettono di progredire sulla scala della cultura e della civiltà” (“Errore”, 2019, Il Mulino). Viviamo in un tempo che teme l'errore e rifugge lo sbaglio e non si rende conto che in questo modo allontana la saggezza e disprezza la conoscenza vera. La via dell'errore è il cammino che dobbiamo affrontare se vogliamo sfuggire all'angustia dell'ideologia per giungere all'umile onestà della conoscenza scientifica. Come non essere d'accordo con l'esortazione che chiude il librettino di Giorello e Donghi: “L'errore ha un grande futuro davanti a sé; sfruttiamolo al meglio”.

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