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App Immuni, tre nodi da sciogliere perché sia davvero efficace contro il virus

Chi mette i dati, dove e come risolvere i falsi positivi. Tra i punti tecnico-pratici da sistemare perché l'app sia davvero efficace c’è la sicurezza

di Alessandro Longo

Coronavirus, Arcuri: Immuni? Volontaria e nel rispetto privacy

Chi mette i dati, dove e come risolvere i falsi positivi. Tra i punti tecnico-pratici da sistemare perché l'app sia davvero efficace c’è la sicurezza


5' di lettura

Partita la corsa contro il tempo perché l'app di contact tracing coronavirus – Immuni quella scelta dal governo – sia non solo pronta ma anche funzionale, efficace per aiutare l'Italia nella fase 2. Ossia a maggio. Che il traguardo sia importante l'ha appena ricordato il commissario per l'emergenza coronavirus Domenico Arcuri: l'app ci serve per passare dal lockdown a limitazioni parziali. È condizione necessaria di ripresa (come indicato anche dall'Oms); ma non sufficiente. Un'analisi degli attuali lavori in corso per l'app – che IlSole24Ore ha fatto in queste ore con tutti i referenti -rivela quali sono i punti tecnico-pratici da sistemare perché l'app sia davvero efficace.

Alcuni di questi sono noti sono agli addetti ai lavori, ma fanno la differenza. Il più importante è probabilmente l'interfaccia con gli operatori sanitari. C'è poi anche il problema della riduzione falsi positivi, che ora è vicino alla doppia cifra percentuale. Così come il dilemma della collocazione dei dati (di tracciamento e sanitari), su cui sono in ballo varie ipotesi.

Perché ci serve un'app di contact tracing
Ricordiamo però prima, in sintesi, un punto che nell'avvicendarsi delle cronache si è spesso smarrito. Perché tutto il mondo (Europa, Usa), su suggerimento dell'Oms, stanno andando nella direzione dell'app? Per poter isolare gli infetti asintomatici, bisogna individuarli. Non possiamo fare test a tutti. Farli a campione random sarebbe poco efficace e molto dispendioso. Finora si è cercato di farlo con questionari tradizionali, dove gli operatori sanitari chiedevano al malato gli spostamenti fatti e si è cercato di sfruttare in automatico alcuni dati statici come il luogo di lavoro, domicilio e residenza. Una prassi lenta e inefficiente, quando per questo virus molto contagioso la tempestività fa la differenza. Di qui l'idea – come già fatto in Corea del Sud e Singapore – di automatizzare con un'app il tracciamento dei contatti avuti dal paziente.

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I falsi positivi e l'alto tasso di download
Ciò detto, l'Europa e gli Usa hanno scelto una via diversa da quella “asiatica”: i dati degli utenti tracciati dall'app sono (pseudo)anonimizzati, per evitare il rischio della sorveglianza massiva e nel rispetto delle norme privacy. Ne derivano complicazioni ulteriori: dato che nessuno (nemmeno l'autorità) conoscerà tutti i dati delle persone tracciate, come verificare l'affidabilità del tracciamento? Ossia – senza avere nessun altro dato, nemmeno geografico o vagamente identificativo – come avere la garanzia che un dispositivo sia stato in effetti vicino (un metro, senza pareti di mezzo) per un tempo sufficiente (svariati secondi)?
Questo è il lavoro che tutte le app occidentali stanno facendo, in collaborazione con Apple e Google, che hanno appena pubblicato le interfacce di accesso (API) al bluetooth dei dispositivi (com'è ormai noto, il tracciamento avviene via bluetooth low energy).
Il ruolo dei due è stato sottovalutato da molti. Ma allo stato sarà impossibile avere app funzionali che non seguano le specifiche indicate dai due che controllano i rispettivi sistemi operativi smartphone.
Quest'inedita collaborazione Apple-Google ha già permesso un primo traguardo essenziale: l'interoperabilità della soluzione. Adesso i cellulari Android e iPhone potranno “vedersi” senza problemi in qualsiasi circostanza (se il bluetooth e l'app sono attivi, ovviamente).
Ma non basta. C'è il problema dei falsi positivi, appunto. Di fondo, c'è che il bluetooth non è pensato per tracciare dispositivi a raggio, per poter dire la distanza tra loro, ma solo banalmente per metterne in comunicazione due. Ebbene, gli sviluppatori lavorano, con le specifiche di Apple-Google, a un algoritmo che tenga conto di alcuni parametri, come potenza del segnale e la durata della visibilità reciproca dei dispositivi. L'algoritmo deve tenere conto che la potenza è influenzata da fattori ambientali, è più forte all'aperto, meno se c'è una parete tra i dispositivi (che così si vedono comunque, ma non se ne può desumere un possibile contagio).
L'algoritmo, come di consueto, va affinato con tanti dati e lo sarà anche nei prossimi mesi. Dati non solo italiani: anche per questo motivo è importante che i dati siano condivisi a livello europeo e – come vuole la Commissione ue – si arrivi a una soluzione interoperabile (che tra l'altro permetta il tracciamento oltre confine con la stessa app).
Certo, per avere molti dati è necessario anche che sia scaricato più volte possibile. Almeno dal 60-70 per cento delle persone. Ma questa è una sfida non tecnico-pratica quanto politico-organizzativa, posto che il Governo ha appena confermato di non voler rendere l'app obbligatoria né di norma né di fatto (chi non la installa non subirà limiti di mobilità). Al momento non si sa quali incentivi e campagne intenda usare per “spingere” l'app. Certo, al minimo, sarà necessario convincere il pubblico della bontà dell'app, con la massima trasparenza relativa al funzionamento e la gestione operativa.

Dove devono essere posti i dati
Il Governo deve fare anche scelte architetturali e comunicarle al più presto agli sviluppatori di Immuni. Su questo punto si è fatta molta confusione, nelle cronache, nei giorni scorsi. Al momento l'unica soluzione de facto praticabile per una soluzione con milione di utenti, con l'attuale modello dello dell'app Immuni (con il server che genera le chiavi) è su cloud. Per ovvi motivi di scalabilità. Bisognerà vedere come rendere compatibile questo vincolo con la proprietà e gestione italiana. Basterà che sia un datacenter di un'azienda privata, italiana o straniera, purché con datacenter in Italia e contrattualizzato dallo Stato italiano? Passare alla soluzione decentralizzata potrebbe favorire una scelta infrastrutturale tutta in casa dell'Italia (non cloud) perché in quel caso basterebbe un server più leggero (spostando il lavoro di generazione chiavi sul dispositivo)


L'equivoco, sulle volontà Google-Apple, è nato da qui: loro premono perché l'app generi le chiavi crittografiche localmente (per proteggere le identità delle persone); invece che prenderle da un server, come funzionano le attuali app, che seguono il modello del consorzio europeo Pepp-pt.
Vogliono anche che i dati dei tracciamenti (ossia dei contatti avvenuti) siano di base residenti nella memoria del dispositivo. Ma così già funziona l'app Immuni (a differenza del modello centralizzato tipico Pepp-pt).
“Di base” significa: finché non è necessario utilizzarli, ossia finché non bisogna farli comunicare con il server per controllare che uno di questi contatti è avvenuto con un contagiato.

Ciò detto, il dilemma da sciogliere per il Governo è la gestione di questo server. Arcuri dichiara che deve essere gestione pubblica e italiana. Al momento l'unica soluzione de facto praticabile per un'app che vuole fare milioni di download in poco tempo è su cloud. Per ovvi motivi di scalabilità. Bisognerà vedere come rendere compatibile questo vincolo con la proprietà e gestione italiana. Basterà che sia un datacenter di un'azienda privata, italiana o straniera, purché con datacenter in Italia e contrattualizzato dallo Stato italiano? Una scelta politica, non tecnica, ma che dovrà tenere presente anche i vincoli tecnici, già noti ed evidenziati (a quanto risulta) dal ministero dell'Innovazione.

L'interfaccia sanitaria
Infine, l'elefante nella stanza che rischia di far fallire tutto. Come dev'essere la comunicazione tra la soluzione e l'operatore sanitario. Gli sviluppatori di Immuni aspettano ancora indicazioni dal governo. L'aspetto più semplice è l'interfaccia tra l'operatore sanitario e il server.

Un'altra app? Una web app via browser?
Il punto più critico è un altro: cosa troverà l'utente nell'app, una volta che arriva la notifica di potenziale positivo? Oltre al messaggio che consiglierà di auto-isolarsi, ci sarà un pulsante per contattare il medico (magari in video)? Un pulsante per prenotare un tampone, con una coda visualizzata? Tecnicamente si può fare tutto questo e tanto altro. Ma il Governo non si è ancora espresso perché non sa se e come poter gestire, organizzativamente, la gestione del potenziale paziente. Sarebbe inutile, persino dannoso, lasciare una notifica inevasa (senza tampone) per molti giorni. Servirebbe solo a causare confusione e panico.
Finché il Governo non risolverà questi punti, il destino del contact tracing italiano sarà appeso a un filo.

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