LE INDAGINI DELLA COMMISSIONE

Apple, Amazon, Google. Le supermulte Ue costano 23 miliardi ai Big tech

di Alberto Magnani


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(Afp)

3' di lettura

I più critici la accusano di andare a caccia di annunci. I suoi sostenitori la elogiano per l’esatto contrario, la concretezza. Sta di fatto che Margrethe Vestager, il commissario Ue alla concorrenza, è riuscita ad avviare in quattro anni una serie di procedure che hanno messo alle strette (almeno sulla carta) i colossi del tech e i comportamenti illeciti rispetto alle leggi Ue.

Il conto? Se si considera il totale di multe e richieste di rimborso ai singoli stati membri imposte dal 2014 ad oggi, si arriva a un totale di 22,7 miliardi chiesti per infrazioni che vanno dall’abuso di posizione dominante al cartello fra produttori di batterie ricaricabili. Una cifra che potrebbe arrotondarsi ancora, visto che la legislatura è in scadenza a maggio 2019 e la Commissione ha tutto il tempo di annunciare nuove decisioni contro le multinazionali del settore.

Altra domanda è quanto, e se, sia confluito effettivamente nelle casse della comunità o degli erari nazionali coinvolti di caso in caso. Molti fra i giganti interessati in prima persona, a partire da Google, hanno fatto ricorso e sono riusciti a “congelare” il versamento fino alle parole definitive dei tribunali interpellati.

Dall’e-commerce alle batterie ricaricabili, i fronti aperti fra Ue e tech
L’esborso teorico di quasi 23 miliardi di euro, calcolato dal Sole 24 Ore, è frutto della somma di sanzioni e richieste di rimborso avanzate dal braccio esecutivo della Ue dal 2014 ad oggi. Il totale è spinto all’insù da un’ingiunzione di peso, i 14,3 miliardi di euro appena pagati da Apple all’Irlanda (vedi sotto). Ma i volumi e il ritmo delle sanzioni non sono trascurabili, soprattutto se si considera l’accelerazione impressa nell’ultimo biennio. Si inizia nel 2016 con una multa di 166 milioni di euro a Sony, Panasonic e Sanyo per aver coordinato i prezzi sulla fornitura di batterie a ioni di litio ricaricabili per smartphone. Si prosegue tra 2017 e 2018 con i 110 milioni di euro a Facebook per le «informazioni depistanti» fornite sull’acquisizione del sistema di messaggistica Whatsapp; i 2,4 miliardi di euro a Google per aver favorito il suo sistema di comparazione prezzi Google Shopping. E ancora l’obbligo imposto ad Amazon di restituire al Lussemburgo 250 milioni di euro di tasse aggirate grazie a un accordo ritenuto «aiuto di Stato» (pratica vietate dal diritto Ue), i 997 milioni di euro al gigante Usa dei semiconduttori Qualcomm per abuso di posizione dominante e i 124,5 milioni di euro alla multinazionale olandese delle telecomunicazioni Altice per il take-over sulla concorrente Pt Portugal prima del disco verde di Bruxelles.

Il resto è cronaca dei giorni recenti. Il 18 luglio di quest’anno è arrivata la sanzione dei record a Google, 4,3 miliardi di euro per l’abuso di posizione dominante esercitato attraverso il suo sistema operativo Android. Il 24 luglio 2018, più in sordina, la Commissione ha inflitto “solo” 111 milioni di euro di multa in quattro indagini separate su altrettanti produttori (Asus, Denon & Marantz, Philips, Pioneer) per aver concordato dei prezzi fissi ai propri rivenditori online. Il 18 settembre Apple ha dovuto versare al governo Irlandese l’equivalente di 14,3 miliardi di euro in tasse arretrate (per la precisione 13,1 miliardi più gli interessi), in consegunza di un’indagine giunta alla conclusione che Dublino avesse accordato un aiuto di Stato all’azienda della Mela Morsicata.

L’ultimo fronte aperto con Facebook
Tornando ad oggi, il materiale sotto la lente continua ad abbondare. Vestager ha appena annunciato l’avvio di indagini preliminari su Amazon, per verificare se il colosso dell’ecommerce si sia avvantaggiato dei dati forniti da negozi ospitati online sulla sua piattaforma. E la sua collega Vera Jourova, commissaria alla Giustizia e altra «lady di ferro» nella difesa dei consumatori Ue, ha paventato oggi una nuova tranche di multe verso Facebook e Twitter. L’accusa, per entrambi, è di non essersi adeguati alle regole europee sulla privacy, rinsaldate dall’impianto legislativo del Gdpr a maggio. L’ultimatum per colmare la lacuna scade a fine anno. In caso di violazioni, la risposta Ue non sarebbe inedita: «Se non vediamo progressi - ha detto - Faremo scattare sanzioni».

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