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Apple non sblocca l’iPhone di un attentatore, Trump attacca: «Deve aiutare l’America»

Tutti gli indizi portano ai drammatici fatti accaduti nella base aeronautica di Pensacola, in Florida, il 6 dicembre scorso, quando un ufficiale - Mohammed Saeed Alshamrani – ha ucciso tre marinai prima di essere ucciso a sua volta dalle forze di polizia

di Biagio Simonetta


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(REUTERS)

3' di lettura

«Aiutiamo sempre Apple sugli scambi commerciali e su molti altri problemi, eppure si rifiutano di sbloccare i telefoni utilizzati da assassini, narcotrafficanti e altri violenti elementi criminali. Deve farsi avanti e aiutare il nostro grande Paese, adesso! Rendi di nuovo grande l’America». Con questi tweet, Donald Trump si è scagliato contro Apple, sollevando una questione mai chiusa, iniziata anni da con la strage di San Bernardino.

Ma a cosa si riferisce, stavolta, Trump? Tutti gli indizi portano ai drammatici fatti accaduti nella base aeronautica di Pensacola, in Florida, il 6 dicembre scorso, quando un ufficiale - Mohammed Saeed Alshamrani – ha ucciso tre marinai prima di essere ucciso a sua volta dalle forze di polizia. Nei giorni scorsi, l’Fbi ha chiesto ad Apple di sbloccare due iPhone che i federali ritengono collegati all’assalitore. Entrambi gli smartphone sono protetti da password, e risultano dunque inaccessibili. Anche il Segretario alla Giustizia degli Stati Uniti, Bill Barr, ha sollecitato la casa di Cupertino. Ma evidentemente qualcosa non è andata per il verso giusto.

L’aiuto di Apple
Da parte sua, Apple sostiene di aver dato un aiuto concreto alle autorità, e ha respinto le accuse di scarsa collaborazione: «Respingiamo le accuse secondo le quali Apple non ha fornito aiuto concreto nelle indagini sull’attentato a Pensacola. Le nostre risposte alle loro numerose richieste sono state tempestive e approfondite». A quanto pare, Apple ha fornito tutto il necessario relativamente alle informazioni contenute nello spazio iCloud. Ma non ha accettato di creare una backdoor che possa sbloccare i due iPhone, come richiesto dai federali. E il motivo sarebbe sempre lo stesso. Già in passato da Cupertino hanno negato questa ipotesi. Tim Cook, in più di una circostanza, ha spiegato che una porta secondaria per sbloccare un iPhone non è fra le ipotesi percorribili: «Sarebbe errato – ha sempre sostenuto Cook - obbligarci a integrare porte di accesso riservate nei nostri prodotti. È una strada che consideriamo troppo pericolosa, perché se finisse nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno. E anche se il governo può sostenere che il suo uso sarebbe limitato a un singolo caso, non c'è modo di garantire tale controllo».

Il caso San Bernardino
Il tweet di Trump, però, non passerà sottotraccia. Il caso dell’attentato a Pensacola rischia di diventare un nuovo San Bernardino. Era il febbraio del 2016 quando Apple si trovò ad affrontare la richiesta dell’Fbi di sbloccare l'iPhone 5C di di Syed Rizwan Farook, killer spietatissimo che insieme a sua moglie, il 2 dicembre 2015, ha ucciso 14 persone a San Bernardino, in California. I federali volevano che la casa di Cupertino creasse una backdoor per entrare nel device di Farook e poter visionare potenziali indizi sulla matrice del gesto. Ma Apple si oppose clamorosamente, facendone una questione di privacy. Il caso infiammò l’America, con prese di posizione – da una parte e dall'altra – che riempirono le pagine dei giornali per settimane. La soluzione arrivò qualche mese dopo, quando l’Fbi annunciò di aver sbloccato l’iPhone 5C grazie a una società israeliana. Costo complessivo dell'operazione: più di un milione di dollari. San Bernardino, da allora, è il caso simbolo della spaccatura fra governi e società tecnologiche in fatto di protezione dei dati personali. Una questione che riesplode con frequenza e che, ogni volta, ripropone gli stessi dubbi. Di certo, stavolta, il tweet notturno di Trump contro Apple avrà le sue ripercussioni.

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