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Apple, i dubbi di Wall Street sulla svolta di Cupertino

di Marco Valsania


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(REUTERS)

5' di lettura

New York - L’annuncio di Apple che ha sancito la svolta del gigante di iPhone e gadget verso i servizi ha aperto ufficialmente anche un intenso dibattito tra analisti e investitori sull’esito della nuova scommessa strategica. Per i conti e per il titolo del gruppo. Di sicuro l’evento orchestrato dal gigante di Cupertino è stato accolto con freddezza dal mercato: il titolo ha ceduto terreno nelle ore successive. E il giudizio generale - messo da parte lo “star power” Hollywoodiano e di Wall Street sul palco e nell’audience nel presentare streaming video, informazione giornalistica in abbonamento, giochi e carta di credito intelligente - è stato che il debutto sarà anche stato in grande stile ma ha potuto fare poco per dissipare i dubbi.

Ricco d’immagine ma parco di sostanza e dettagli, dal content ai prezzi. Certo è anche, agli occhi di alcuni osservatori di Borsa, che Apple non ha inaugurato rivoluzioni per rispondere alla frenata in corso dei suoi popolari hardware: i principali servizi, sui quali ha sollevato il sipario e che aveva per grandi linee oltretutto già anticipato, sono parsi variazioni di offerte già esistenti tra agguerriti concorrenti. In questo clima le puntate “short”, ribassiste, sul titolo si sono di recente moltiplicate, un aumento del 143% che coinvolge 97 milioni di titoli, il massimo da tre anni.
I grandi fautori di Apple restano e non sono pochi: sottolineano che per Apple è sempre stato così, che non ha inventato i music player digitali e gli smartphone ma li ha fatti propri, radicalmente modificati e rilanciati tra i consumatori. Che l’azienda gioca sul più lungo periodo.

«Quel che dice è che prenderemo cose con le quali interagiamo ogni giorno, streaming, gaming, credit card, e cambieremo il modo in cui la gente le usa», ha detto Gene Munster di Loup Ventures. Altri aggiungono che l’obiettivo di Apple potrebbe essere più limitato oggi rispetto a conquiste tout court di terreno occupato da rivali: ottenere progressivamente maggiori revenue da consumatori già nella sua orbita, in un ecosistema fatto di 1,4 miliardi di propri devices diffusi al mondo (tra cui 900 milioni di iPhone). E che l’azienda si presenta alla nuova sfida comunque con 130 miliardi di riserve in contanti e 65 miliardi di cash flow. L’analista di BTIG Walt Piecyk aveva previsto che l’evento di Apple avrebbe anche potuto far scattare vendite sul titolo perché «l’azienda poteva dir poco per rassicurare gli scettici».

E ha alzato il target di prezzo per il titolo a 220 dollari da 189 dollari, nonostante le quotazioni di Apple abbiano guadagnato oltre il 30% in tre mesi (pur restando lontane dai massimi dell’anno scorso). Lo stesso Piecyk ha tuttavia ammesso che oggi è difficile e costoso essere un protagonista nei media. Dan Ives di Wedbush ha a sua volta un rating di “buy” sul titolo e considera l’annuncio di Apple il più importante dagli inizi dell’iPhone, stimando che i servizi rappresentino già la metà della valutazione di mercato di Apple, quasi 900 miliardi, pur contribuendo solo al 15% delle revenue.
Kevin Landis di Firsthand usa invece toni ben diversi. «Sto ancora aspettando che Apple scateni nuovi entusiasmi». L’azienda ha messo in mostra «grandi nomi», ma per il «grande contenuto dovremo aspettare e vedere».

Chris Caso di Raymond James afferma che «per ottenere un effetto con servizi quali i video, Apple dovrebbe aggiungere un business che sia un multiplo di Netflix per dimensioni. L’iPhone è semplicemente troppo grande». John Butler di Bloomberg Intelligence ha aggiunto che la mossa non presenta rischi nel breve per i leader dello streaming. «Apple non può essere ignorata ma si sta costruendo una strada nel mercato dello streaming anziché procedere con acquisizioni e avrà bisogno di alcuni anni per avere le dimensioni tali da rappresentare una minaccia». I concorrenti di Apple appaiono oltretutto ai critici particolarmente consolidati, anzitutto nello streaming. Si parla di nomi quali Netflix e Amazon, oltre ai nuovi servizi in preparazione da parte di Disney che ha assorbito Fox e a quelli che potrà offrire la neonata AT&T-Time Warner. Un simile vantaggio appare a molti più pronunciato rispetto a precedenti avventure di Apple su nuove frontiere.

Lo stesso Piecyk indica che, se ha l’appoggio di stelle dello spettacolo da Steven Spielberg a Oprah Winfrey, Apple avrà bisogno di un “processo pluriennale” per creare content in grado di generare significative entrate. E che una simile “produzione” è molto diversa dallo sfornare iPhone, i quali tuttora rappresentano gran parte di revenue e profitti del gruppo.
Veniamo più precisamente ad alcuni dei più pesanti dubbi e a come si manifestano, anzitutto nel fenomeno dello streaming che scuote ormai da tempo il settore da cento miliardi di dollari della pay tv. Per la sua Apple Tv+ in arrivo l'azienda ha investito finora solo circa uno—due miliardi l'anno in programmi contro gli 8-12 miliardi vantati da Netflix. Ha assunto dal 2017 due executive da Sony. Ma il risultato rimane tutto da scoprire: durante l’atteso evento di lunedì ha deluso gli analisti e gli investitori l’assenza di spezzoni dei promessi programmi originali, che hanno avuto solo menzioni a parole.

E mancano indicazioni chiare sul futuro degli investimenti. L’appeal di Apple e del suo raggio d’azione per creativi e protagonisti dello spettacolo può essere forte, ma far accettare le abituali regole di ferreo controllo che l’azienda è abituata a imporre in un universo nuovo potrebbe rivelarsi inoltre arduo. Netflix garantisce ampia libertà e discrezione ai creators. Apple sembra intenzionata a sposare criteri di cosiddetti nuovi “programmi familiari” e potrebbe difettare di una “biblioteca” di titoli su cui fare leva.
Il nuovo servizio di Apple News+, la Netflix dell’informazione, vanta l’adesione di circa 300 tra riviste e giornali, tra cui il Wall Street Journal, il Los Angeles Times, Vogue e il New Yorker. Rimangono tuttavia fuori marchi del calibro di New York Times e Washington Post, irritati dai termini finanziari punitivi di Apple (una percentuale del 50% delle entrate). E non solo: numerosi editori hanno protestato contro il fatto che non avrebbero accesso a dati cruciali sugli abbonati, da carte di credito a indirizzi email, gelosamente custoditi da Apple.

Anche tra gli aderenti, il Wall Street Journal ha indicato che manterrà comunque contenuto esclusivo per i propri abbonati e non è chiaro quale accesso ci sarà ai “titoli” di Condé Nast. Simili limitazioni e incertezze sono passate sotto silenzio all’evento di Apple. Apple Arcade, il servizio di gaming, soffre a sua volta come lo streaming di mancanza di prezzo per gli abbonamenti. E la nuova carta di credito con Goldman Sachs? Alcuni dei più concreti vantaggi offerti, quali piani di cash back, appaiono spesso meno generosi di quelli già sul mercato. «Sono deluso», ha detto l’analista specializzato Ted Rossman. Per Apple, insomma, la partita del futuro appare ancora in cerca di chiarimenti e tutta da giocare, tra gli investitori oltre che tra i consumatori.

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