Hong Kong

Apre il museo M+, ma si teme la censura

Appena inaugurato l’istituto si candida ad essere il più importante dell’area asiatica per la narrazione dell’arte contemporanea, sforzi che rischiano di infrangersi contro le nuove leggi sulla sicurezza nazionale

di Marilena Pirrelli

(AFP)

5' di lettura

Il nuovissimo museo della cultura visiva M+ di Hong Kong è fresco d’inaugurazione con sei mostre più esposizioni nei grandi come nei piccoii spazi e in quelli esterni. Ci sono voluti 25 anni per realizzare l’idea del progetto avveniristico firmato da Herzog & de Meuron in collaborazione con TFP Farrells e Arup sulla punta meridionale della penisola di Kowloon di Hong Kong sul lungomare di Victoria Harbou, oggi profondamente cambiata. L’ex colonia britannica, dal 1997 sotto la sovranità cinese con lo status di Regione amministrativa speciale, ha visto perdere negli anni la sua autonomia, nonostante il suo ruolo di centro di turismo, industriale ed economico tra i più importanti al mondo. Con l’introduzione nel 2020 della nuova legge sulla sicurezza nazionale, è cambiato il clima politico con la perdita di alcune libertà fondamentali. L’applicazione della nuova normativa dettata da Pechino piuttosto ampia sui crimini di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere o esterne e due settimane fa l’approvazione dal legislatore di Hong Kong della nuova legge sulla censura cinematografica gettano una luce sinistra anche sulle attività culturali del nuovo museo che ha al suo interno anche tre sale cinematografiche e una mediateca. Il polo della cultura visiva del XX e del XXI secolo insomma si inaugura con più di una preoccupazione e il rischio che nasca dimezzato nonostante una ricchissima collezione al suo interno.

La linea rossa

Durante la conferenza stampa per l’inaugurazione del museo, Henry Tang, presidente del consiglio di amministrazione della West Kowloon Cultural District Authority ed ex segretario capo di Hong Kong dal 2007-11, ha tenuto un discorso in cui si è rallegrato con Hong Kong per avere un museo di livello mondiale ma contemporaneamente alla domanda ricorrente di possibili censure all’interno di M+ ha sottolineato che nessun museo può infrangere le leggi, inclusa la legge sulla sicurezza nazionale. “L’espressione artistica non è al di sopra della legge” ha affermato e ha aggiunto che le società hanno standard che si evolvono, sia morali che legali, che possono rendere alcune opere d’arte meno accettabili di quanto non fossero quando furono prodotte per la prima volta. Insomma una premessa che è una promessa? A marzo, la direttrice australiana del museo Suhanya Raffel ha dichiarato in un’anteprima mediatica che M+ non avrebbe avuto “problemi” a mostrare l’opera dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei o opere con temi politici, scatenando un’ondata di critiche da politici e giornali pro-Pechino e dalle voci che contestavano eventuali censure o autocensure. Raffel, il cui contratto è stato appena rinnovato, ha sottolineato in un’intervista a The Art Newspaper che l’apertura di M+ rappresenta un “momento storico”, non solo per la regione ma a livello globale, e che offrirà al pubblico arte e prospettive “che non è possibile vedere in nessun’altra parte del mondo”. Anche lei ha ribadito che tutti gli sforzi presenti e futuri del museo dovranno rispettare “ogni legge”.

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Le tante mostre

Il museo ha reso noto che si potrà usufruire dell’ingresso gratuito alle mostre M+ (salvo mostre ed eventi speciali) nei primi 12 mesi dopo l’apertura. Nelle mostre inaugurali è possibile vedere circa il 20% della collezione di 8.000 opere. Nella sala principale, «Hong Kong: Here and Beyond» (fino al 27 novembre 2022) punta i riflettori sulla cultura visiva di Hong Kong dagli anni ’60 fino ad oggi, racconta la trasformazione della città dai decenni del dopoguerra ai giorni nostri: “C’è più di una storia a Hong Kong”. Insieme a una sezione su design e architettura nelle East Galleries, «Things, Spaces, Interactions» (fino al 21 maggio 2023), offre uno sguardo su un linguaggio visivo più pop (dalla calligrafia autodidatta di Tsang Tsou-choi, il “Re di Kowloon”, ai pattern astratti creati dai paesaggi urbani fotografati da Michael Wolf ), nonché una panoramica dettagliata di alcuni degli aspetti più importanti dell’architettura e della cultura popolare di Hong Kong. La galleria Ovest espone «Field» di Antony Gormley fino al 3 lugllio. «The Dream of the Museum» attraverso i capolavori di Marcel Duchamp, John Cage, Yoko Ono e Nam June Paik, riunisce 27 artisti di diverse geografie e generazioni fino al 18 settembre per esplorare il caso e l’uso di objet trouvé nell’arte concettuale. «Individuals, Networks, Expressions» fino al 5 febbraio 2023 mette in scena a partire dagli anni ’50 la storia dell’arte visiva intrecciata da esperienze individuali e condivise con il focus sull’Asia. La mostra «From Revolution to Globalization dalla Collezione M+ Sigg che conta 1.510 opere, una delle più grandi e complete collezioni di arte cinese contemporanea costruita in quattro decenni, dal 1972 al 2012, è supervisionata dal curatore Pi Li. Documenta la scena artistica cinese senza rifuggire da soggetti politici scomodi. L’evoluzione artistica dall’apertura economica della Cina nel 1978 è illustrata da opere che dialogano con le campagne politiche degli anni di Mao e la successiva commercializzazione. Tra le tante opere di artisti noti, come Zhang Xiaogang e Fang Lijun, quelle di Ai Weiwei con due pezzi: «Whitewashing» (1995-2000), un’installazione di urne in ceramica neolitica cinese parzialmente spruzzate di vernice bianca, e il video «Chang’an Avenue» (2004) di una delle principali arterie di Pechino. Poi ci sono i pinguini feriti trasportati da cittadini angosciati nel dipinto «New Beijing» (2001) di Wang Xinwei, rielaborazione di una fotografia scattata durante la repressione di Tiananmen del 1989 a Pechino, e Lin Yilin che con «Back» del 2019, traccia una connessione tra lo status simbolico di Roma come luogo di nascita del diritto occidentale e il controverso emendamento alla costituzione cinese nel 2018, che ha posto fine ai limiti del mandato presidenziale. La coraggiosa scelta curatoriale lascia però, con didascalie minime, agli spettatori riconoscere da soli questi potenti riferimenti politici.

Successo e budget

Il museo dichiara un grande successo, senza però rivelarne il quantum, del sostegno di Soci M+ e Patron, per loro l’accesso è illimitato per tutto l’anno senza prenotazione. Con un impegno economico non dichiarato, che dovrebbe superare il budget iniziale di 5,9 miliardi di HK$ (757 milioni di dollari), M+ possiede tutte le qualità necessarie per entrare nell’empireo dei più importanti musei d’arte al mondo. M Plus Museum Limited (M+ Ltd), o semplicemente M+, è una consociata interamente controllata dalla West Kowloon Cultural District Authority (WKCDA o Authority), un ente pubblico stabilito dall’ordinanza WKCDA (Cap. 601 ). La collezione M+ è interdisciplinare riunisce design e architettura, immagini in movimento e opere di arte visiva provenienti da Hong Kong, dalla Cina continentale, da altre parti dell’Asia e oltre.

L’edificio di 18 piani è composto da un podio e una torre slanciata che si fondono nella forma di una “T” rovesciata. L’ampio podio è a sbalzo fuori terra e comprende 17.000 metri quadrati di spazio espositivo in 33 gallerie, tre cinema, una mediateca, un centro di apprendimento e un giardino pensile che si affaccia sul Victoria Harbour. La torre ospita il centro di ricerca del museo, gli uffici, i ristoranti e una sala soci all’11° piano. La facciata della torre rivolta verso il porto è dotata di LED per la proiezione di immagini in movimento, che possono essere viste dal lungomare di West Kowloon e dall’isola di Hong Kong.

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