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Aramco promette 75 miliardi di dividendi, Fitch taglia il rating di Riad

di Sissi Bellomo


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3' di lettura

Settantacinque miliardi di dollari di dividendi. È questa la promessa di Saudi Aramco per l’esercizio 2020, il primo in cui il gigante petrolifero potrebbe essere quotato in borsa, visto che Riad sta preparando il debutto sul listino locale entro fine anno. L’ennesimo roboante annuncio tuttavia non solo si smorza dopo un’analisi più attenta delle sue implicazioni, ma si scontra con un contesto che si fa sempre più difficile.

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L’ultima pietra d’intralcio sul cammino dell’Ipo l’ha lanciata proprio ieri Fitch, che in reazione agli attacchi contro gli impianti di Abqaiq e Khurais ha tagliato il rating dell’Arabia Saudita da A+ ad A, una valutazione ancora di tutto rispetto ma che rischia di aumentare il costo del denaro tanto per lo Stato quanto per la compagnia petrolifera, che ne è diretta emanazione e principale fonte di entrate.

Per Aramco è anche un ulteriore colpo all’immagine, in un momento in cui sta facendo di tutto per conquistare il favore degli investitori.

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Sul fronte dei dividendi la mossa a dire il vero non è apparsa troppo convincente. La somma messa sul piatto è altissima, ma a beneficiarne sarà soprattutto lo Stato saudita, che rimarrà l’azionista dominante (ad essere collocato in borsa in una prima fase dovrebbe essere appena l’1% della società). E comunque – nel caso di una valutazione di 2mila miliardi di dollari per Aramco, come vorrebbe Riad – il dividend yield sarebbe del 3,75%, inferiore a quello di molte major petrolifere occidentali (Exxon e la nostra Eni “rendono” più del 4%, Bp e Shell oltre il 6%).

Saudi Aramco potrebbe persino subire a sua volta un downgrading, anche se non è automatico. Fitch l’ha direttamente chiamata in causa, giustificando la sua decisione sul rischio Paese proprio con il raid di due settimane fa contro gli impianti petroliferi: «Pensiamo che ci sia il rischio di ulteriori attacchi» con potenziali «danni economici» per il Paese. E ancora: «L’Arabia Saudita è vulnerabile di fronte all’escalation delle tensioni geopolitiche», visto il suo allineamento con gli Usa nei confronti dell’Iran e il coinvolgimento nella guerra in Yemen.

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La relativa debolezza del prezzo del greggio e i tagli di produzione concordati con l’Opec Plus hanno già messo a freno l’economia saudita. La crescita, secondo dati ufficiali comunicati ieri, si è fermata allo 0,5% nel secondo trimestre, appesantita dal settore petrolifero in cui il Pil è diminuito del 3%. Nel primo trimestre l’Arabia Saudita aveva registrato una crescita economica dell’1,66% e il Pil era cresciuto del 2,2% nel 2018 2018 (dopo un periodo di recessione nel 2017).

Gli attacchi contro Abqaiq e Khurais peggiorano le prospettive: anche se Riad si vanta di aver già rimesso quasi tutto a posto, alcuni impianti sono da sostituire e la capacità di trattamento del greggio resterà ridotta a lungo, costringendo a nutrire i flussi di esportazione da un lato con le scorte e dall’altro sfruttando al massimo i giacimenti collegati ad altri siti (a scapito della spare capacity).

L’analisi di immagini satellitari ancora pochi giorni fa evidenziavano che la produzione di greggio saudita si aggirava intorno a 8 milioni di barili al giorno, 1,5-1,8 mbg in meno rispetto a prima degli attacchi.

A differenza di Fitch, in seguito agli eventi del 14 settembre S&P Global Ratings e Moody’s hanno riaffermato il giudizio sull’Arabia Saudita (A- e A1 rispettivamente), ma hanno ridotto le stime sul Pil: la prima ora si aspetta una contrazione dello 0,4% quest’anno, la seconda una sostanziale stagnazione (+0,3%).

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