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«Arancia Meccanica», 50 anni fa a New York la prima del capolavoro di Kubrick

Il 19 dicembre 1971 il film tratto dal romanzo di Burgess fu proiettato per la prima volta: accoglienza modesta. Nel giro di qualche mese, la rivoluzione

di Francesco Prisco

50 anni fa approdava al cinema "Arancia meccanica" di Kubrick

2' di lettura

«Arguto. Divertente. Musicale. Eccitante. Bizzarro. Politico. Entusiasmante. Spaventoso. Metaforico. Comico. Sardonico». Una sfilza di aggettivi mai banali che si inseguivano sulle note velocizzate dell’overture del «Guglielmo Tell», alternandosi a immagini distanti anni luce da quanto il pubblico di tre quarti di mondo era abituato a vedere. L’Arancia meccanica di Stanley Kubrick si presentava così nelle sale cinematografiche, attraverso un trailer che anticipava alla perfezione la rivoluzione che quei 137 minuti di pellicola avrebbero scatenato.

Un’accoglienza così così

Applausi a fine proiezione, critica giubilante ma anche proteste, denunce, sequestri di copie, svenimenti in sala e incredibili casi di emulazione delle gesta dei protagonisti: tutto 50 anni fa. Ma la Rivoluzione non si fa in un giorno. Era esattamente il 19 dicembre del 1971 il giorno della prima a New York del film interpretato da Malcolm McDowell. L’accoglienza fu al di sotto delle aspettative, tanto da indurre Kubrick e la Warner Bros a rimandare l’uscita nel resto del mondo. In Gran Bretagna la pellicola uscirà nel gennaio 1972 dopo qualche ritocco, nel resto degli Stati Uniti a febbraio, qui da noi soltanto a settembre, dopo un’anteprima al Festival del Cinema di Venezia. Alterne vicende per quest’opera costata 2,2 milioni di dollari che, di lì in poi, porterà 114 milioni nelle casse di Warner Bros che aveva avuto il coraggio di produrla.

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Scandaloso sì, ma avrebbe potuto esserlo ancora di più

Di coraggio ne serviva parecchio: che il «prodotto finale» delle riprese - svoltesi nei sobborghi di una irriconoscibile Londra tra l’ottobre del ’70 e l’aprile del ’71 - sarebbe stato scioccante almeno quanto il romanzo di Anthony Burgess che le ispirava era facile immaginarselo. Anzi. Il film ha corso il rischio concreto di esserlo ancora di più, almeno stando alla prima versione della sceneggiatura vergata dallo stesso Burgess, spuntata fuori una decina di anni fa. Avremmo visto Alex, l’(anti)eroe protagonista «i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven», iniettarsi sostanze anfetaminiche per endovena e collezionare crani di bambini recuperati chissà come. Troppo persino per quell’anticonformista di Kubrick che, attraverso un fitto carteggio, indusse il romanziere britannico a più miti soluzioni narrative.

Un’opera che parla a tutti (a più livelli)

In ogni caso il film - con quel montaggio così frenetico da far pensare al cinema muto, l’uso sapiente del «sublime» della musica classica per commentare l’«infimo» della violenza, quell’estetica visionaria ed espressionista - ci è rimasto appiccicato addosso, impresso in maniera indelebile nell’immaginario collettivo occidentale. Forse perché, come solo le più grandi opere d’arte riescono a fare, parla a tutti: dal professore universitario all’ultimo ragazzino di periferia. E a diversi livelli di comunicazione. Facile allora comprendere il motivo per cui, fatta cento la fama di Kubrick, un buon 25% di essa dipenda proprio da Arancia meccanica. Un’enormità, se si considera che cosa il regista ebreo newyorchese, tra i più grandi di sempre, ha nel curriculum.

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