documentario

«Arbëria», la riscoperta delle radici: storia degli arbëreshe d’Italia

di Donata Marrazzo


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3' di lettura

«Ciascuno di noi ha tanti luoghi nel sangue». Un borgo, un vicolo, la vetta di una montagna o il suo fianco puntellato di ulivi. Aida ha lasciato da anni la Calabria, Santa Caterina Albanese, il padre, gli zii, la sartoria di famiglia. Disegna e cuce abiti da sposa in un atelier dell'Eur, a Roma. Ma qualcosa le si agita dentro, una nostalgia che con il tempo non si attenua. I vicoli del suo paese arbëreshe, stretto tra le montagne del Pollino, la gente semplice, le nenie dei pastori, le icone bizantine, le madonne odigitrie, le vallje danzate per strada dopo la Pasqua. Tutto un mondo che con la morte del padre si spalanca.

Arbëria, la riscoperta delle radici

Arbëria, la riscoperta delle radici
“Arbëria” è il film di Aida che torna in Calabria, un'opera sulla doppia cultura. Il punto di vista di una donna sull'appartenenza etnica rifiutata e poi riscoperta. Un'auto-fiction se si considerano gli elementi biografici di Francesca Olivieri che è la sceneggiatrice e la regista. Arbëreshe a metà: la nonna paterna Alfonsina discendeva da Scanderbeg, come tutti gli albanesi che dal 1400 in poi hanno popolato il Sud Italia, Calabria e Basilicata in particolare. Mantengono intatta la propria cultura e le proprie tradizioni. A partire dall'uso della lingua.

«Un film come atto politico»
«Filmare questa storia è stato anche un atto politico: ho capito che il passato e l'attualità di questo popolo sono un paradigma di tutte le minoranze etniche che subiscono un decadimento», racconta Francesca Oliveri che, dopo la laurea a Bologna in Discipline semiotiche e la scuola di cinema di Marco Bellocchio, lavora come regista di documentari e serie tivù a Parigi. «Quest'opera è il mio sguardo sulle mie radici, sulla mia storia di bambina che ogni estate, da Tortona, tornava in paese. È una riflessione sull'importanza di custodire la propria indentità, tramandando usanze e lingua madre». Sulle culture che si integrano e non si separano.

L'uso della lingua arbëreshe
Gli attori recitano prevalentemente in arbëreshe, a cominciare dalla protagonista che è l'attrice Caterina Misasi, romana di origini calabresi, nota al pubblico televisivo per le sue partecipazioni a molte fiction. Ha studiato la pronuncia esatta di San Demetrio Corone con la coach Viki Baffa. Anna Stratigò, che a Lungro incarna la cultura e la musica albanese, nel film veste i panni della zia, ma nella parlata ha voluto mantenere l'inflessione tipica della sua zona. La regista ha scelto bene il suo cast (tra gli altri Carmelo Giordano, Mario Scerbo, Alessandro Castriota Scanderbeg, Fabio Pappacena, Antonio Andrisani, Denise Sapia), anche quello tecnico: il montaggio è di Fabio Nunziata. Le musiche del compositore Luigi Porto.

Keza, merletti e il Pollino sullo sfondo
Incantevoli gli abiti tradizionali, che appartengono alla famiglia di Francesca Olivieri: in più occasioni le donne sfoggiano camicie di cotone bianco, merletti inamidati, corpetti azzurri, corti e aderenti, con le maniche ricamate in oro e gallonate ai polsi, preziose gonne in raso di seta (kukule), lunghe fino alle caviglie con il bordo in oro. In testa il keza, un diadema a forma di conchiglia. Sullo sfondo la maestosità del Parco del Pollino e alle falde i suoi piccoli borghi: San Giorgio, Mormanno, Morano, Oriolo, Vaccarizzo Albanese.

    Un'opera che valorizza la creatività giovanile
    L'opera è stata realizzata a km 0: distribuita dalla calabrese Lago film (che vaglia già richieste arrivate da Francia e Germania), è prodotta da Open Fields Productions, società di produzione cinematografica cosentina, in collaborazione con LuCa, prima macro film commission che ha messo insieme le due fondazioni regionali che si occupano di sviluppo dell'industria cinematografica in Basilicata e in Calabria. La stessa che ha supportato “The Millionairs” (regia di Claudio Santamaria, prodotto dalla Goon Films di Gabriele Mainetti) e “A'Ciambra” di Jonas Carpignano (due David di Donatelllo). Il film rientra nell'iniziativa di Mibac e Siae “Sillumina” (“Per chi crea”), a supporto della creatività e della promozione culturale dei giovani: destina ad autori, produttori, artisti e interpreti il 10% dei compensi per “copia privata”. La prima nazionale è fissata al cinema Garden di Rende (Cosenza) il 26 marzo.

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