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Arcelor-Mittal rilancia: Ilva aumenterà la produzione

di Matteo Meneghello

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Ilva (Olycom)


3' di lettura

ArcelorMittal, in jv con Marcegaglia, alza l’asticella della produzione nell’offerta per gli asset dell’Ilva, dai 6 milioni di tonnellate dichiarati nei mesi scorsi (in linea con le richieste dell’attuale Aia) a 8 milioni, aggiungendo 2 milioni di tonnellate di bramme da laminare provenienti da altri siti del gruppo; in ogni caso, gli altoforni in marcia restano tre, e per l’afo 5 non ci sono speranze di tornare in funzione, nonostante il piano di investimenti, anche in nuovi impianti, si preveda corposo.

Lo ha annunciato ieri Geert Van Poelvoorde, ceo di ArcelorMittal Europe flat products, presentando gli investimenti e i progressi del ciclo integrale di Gent, in Belgio, fiore all’occhiello del gruppo. Una realtà da oltre 5 milioni di tonnellate, integrata a monte e a valle, nella quale, nel solo 2016, sono stati investiti 144 milioni in ricerca, automazione e produttività.

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Ilva è una sfida diversa. Per il turnaround dell’impianto tarantino, ha spiegato il manager, servirà un piano di investimenti che va «molto oltre» lo standard di 20 euro a tonnellata solitamente utilizzato come benchmark per una fabbrica in buone condizioni. Van Poelvoorde ha ricordato infine che Am Investco Italy, la jv con Marcegaglia (il gruppo mantovano ha il 15%), «è aperto a chiunque. Altri partner sono liberi di entrare nel consorzio, se lo vogliono».

ArcelorMittal ritiene di essere il miglior partner possibile per rilanciare llva, e per dimostrarlo non esita a mettere in evidenza i limiti di Jsw, il gruppo indiano che, con Cdp, Arvedi e Delfin è in competizione con Am per rilevare gli asset pugliesi (offerte definitive entro il 3 marzo). «È un’ottima realtà, ben strutturata – ha spiegato il manager -, ma ha una dimensione produttiva limitata e circoscritta al mercato indiano. Ha poca esperienza di acquisizioni e nessuna presenza in Europa».

La vicenda Ilva, per ammissione di Van Poelvoorde, resta complicata anche per Mittal. «Nel 2014 puntavamo a produrre 8 milioni di grezzo, anche con l’afo5 – ha spiegato -, ma in questi due anni lo stabilimento è decaduto velocemente e le necessità di manutenzione sono aumentate. Bisogna muoversi velocemente, o il degrado sarà irreversibile. Oggi ci concentriamo su 3 impianti, con 2 milioni di bramme aggiuntive per arrivare a 8 milioni di produzione finita», dei quali è ragionevole pensare che Marcegaglia ne ritiri almeno 1,5 milioni, battente storico della fornitura di Taranto verso Mantova. In ogni caso l’output previsto «è il massimo possibile, e la forza lavoro – ha detto il ceo - sarà quella adatta a questo tipo di volumi».

Il manager ha tagliato corto sulla decarbonizzazione («in questo momento non può funzionare in Europa») e non teme rischi di concentrazione («deciderà la Commissione, ma non ci aspettiamo problemi»). Sul piano ambientale Van Poelvoorde si è detto «consapevole dei limiti, siamo in contatto con il Governo: in ogni caso, per non essere squalificati, la nostra offerta sarà in conseguenza di quanto richiesto dalle regole».

Nessuna indicazione sugli indirizzi produttivi: la mission, una volta superata l’emergenza, sarà ampliare la gamma dei prodotti, introducendo nuovi acciai a valore aggiunto, in particolare per l’automotive. Taranto potrà beneficiare di sinergie con il resto del gruppo, non solo in management e ricerca: Van Poelvoorde ha citato in particolare le verticalizzazioni di ArcelorMittal in Turchia. Servono però investimenti, molto di più dei 20 euro per tonnellata normalmente necessari per le spese in capex di un impianto in salute. «A Taranto – ha detto – oggi tutto funziona in maniera sub-ottimale, i prodotti non sono venduti correttamente, non c’è alcun progetto di miglioramento in corso».

Il gruppo franco-indiano non teme rischi da sovraproduzione. «I mercati a valle stanno crescendo, e anche uno scostamento di 1,5-2 punti percentuali può essere sufficiente a giustificare un’espansione della base produttiva attraverso l’acquisizione di Ilva» ha spiegato il manager, che però non ha nascosto la necessità di «difendere l’acciaio europeo dalle importazioni cinesi in dumping. Pensiamo che l’Ue adotterà presto anche misure contro Russia, Ucraina, Serbia, Brasile e Iran. Abbiamo problemi anche con le importazioni di Turchia e India, che riversano in Europa le loro produzioni, sempre a causa dell’overcapacity cinese».

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