Opinioni

Arcelor sceglierà la penale, l’Ilva verso un futuro di Stato

di Gianfilippo Cuneo

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(Reuters)


5' di lettura

L’accordo fra i commissari straordinari dell’Ilva e ArcelorMittal delinea un percorso che in teoria realizzerebbe a termine il definitivo trasferimento dell’impianto di Taranto alla multinazionale, ma invece pone le premesse per una nazionalizzazione perché è prevista la possibilità che, pagando una penale di 500 milioni di euro, ArcelorMittal si sganci definitivamente da un flusso inarrestabile di perdite.

L’accordo è stato raggiunto per la convergenza delle motivazioni delle parti di rimandare il redde rationem; il governo non vuole che oggi ci sia la deflagrazione della crisi di Taranto e la multinazionale non vuole affrontare gli esiti negativi di una causa di recesso, esiti quasi scontati stante una magistratura che troppo spesso si è comportata in modo non indipendente e obiettivo. A novembre con il nuovo accordo la riconsegna delle chiavi al settore pubblico sarà semplice e inappellabile, ancorché costosa (ma la penale è pari a solo 1/5 del free cash flow 2019 del gruppo e sarà più che recuperata con l’aumento del valore di borsa della società). Lakshmi Mittal è un bravo imprenditore che capisce quando ha fatto uno sbaglio e cauterizza definitivamente le perdite.

La convergenza delle motivazioni è stata realizzata presentando i lineamenti di un piano industriale che è una specie di libro dei sogni, ma tutti, sindacati compresi, hanno convenienza a far finta di crederlo fattibile. Vediamone alcuni degli elementi principali.

La principale ipotesi del piano è la costruzione di un grande impianto di riduzione diretta (Dri) che produrrebbe 2 milioni di tonnellate di preridotto (“spugna di ferro”) con generazione di CO2 inferiore a quella di un equivalente produzione da ciclo integrale; poiché non tutto il preridotto può esser utilizzato negli altoforni e convertitori a ossigeno esistenti occorre anche costruire una nuova acciaieria con forni elettrici e ipotizzare la vendita di preridotto a terzi. Il nuovo sistema è anche più flessibile e permette di far funzionare sempre gli altoforni in modo ottimale (cioè a piena capacità) e di compensare con i forni elettrici le inevitabili variazioni di domanda del mercato. Contemporaneamente, poiché i tre altoforni in marcia si stanno avvicinando alla fine della loro vita operativa e richiederanno dei rifacimenti, si è prevista anche la riattivazione dell’altoforno 5, il più grande d’Europa, con investimenti complessivi di alcune centinaia di milioni. Alla fine, l’assetto produttivo sarebbe di circa 8 milioni di tonnellate (il doppio della attuale produzione), il che consentirebbe un parziale assorbimento della manodopera in cassa integrazione. I nuovi impianti (Dri e forni elettrici) richiedono molto meno personale del ciclo integrale (agglomerazioni, cokerie, altoforni); per ora non si è voluto quantificare l’eccesso strutturale di personale, ma una verifica con i sindacati è prevista a maggio. Anche in quell’occasione ArcelorMittal e sindacati avranno la convenienza a far finta di credere al futuro riassorbimento del personale in eccesso perché intanto non sarà la multinazionale a doverne sopportare l’onere.

Tutto perfetto quindi? No, perché gli enormi investimenti per realizzare il nuovo assetto sono improbabili e non redditizi. A novembre ArcelorMittal non avrà alcuna certezza che qualcun altro realizzerà davvero l’investimento nel Dri e che lo condurrà per anni, fornendo il preridotto a un prezzo così basso da rendere profittevoli gli impianti a valle; avrà quindi buon gioco a sganciarsi. Un impianto di riduzione diretta si basa su minerale di ferro, che a Taranto già arriva via mare per alimentare gli altoforni, trattato con gas naturale che invece occorre far arrivare con un nuovo gasdotto lungo 130 chilometri da Melendugno (dove arriverà il Tap dall’Albania). Nonostante l’esperienza di ritardi e opposizioni nelle costruzioni del Tap in Puglia si può anche immaginare che fra alcuni anni il nuovo gasdotto sia operativo; quello che non si può immaginare è che il prezzo del gas sia così basso da rendere possibile economicamente produrre e vendere preridotto.

Non a caso oggi i Paesi con impianti Dri da gas naturale sono quelli dove il gas abbonda: Iran, Russia, Arabia Saudita, Messico e recentemente Algeria ed Egitto; c’è anche produzione in India, ma prevalentemente con utilizzo di carbone. Facendo bene i conti si vede che costa meno portare il minerale, cioè un prodotto solido, dalle miniere fino al posto dove il gas abbonda, e poi produrre e trasportare il preridotto dove lo si utilizza, piuttosto che trasportare un prodotto gassoso, eventualmente liquefatto, direttamente dall’origine (Azerbaijan o liquefatto dal Medio Oriente) a una singola acciaieria; è pur vero che così si perde la possibilità di utilizzare direttamente in acciaieria un preridotto caldo e risparmiare un po’ di energia, ma alla fine i costi complessivi di trasporto sono inferiori e si ha maggior flessibilità per la pluralità dei clienti finali. Trasportare metano con gasdotti implica costi operativi e pagamento di diritti di transito e di utilizzo del gasdotto, e quindi il prezzo del gas non può esser mai così basso come quando lo si utilizza direttamente a bocca di pozzo. Non a caso in Europa grandi impianti di Dri non esistono.

Si è fantasticato che imprenditori privati dell’acciaio concorrerebbero all’investimento di un nuovo impianti di Dri; alla resa dei conti nessuno si farà avanti perché ci vorrebbe una garanzia ventennale di prezzo irrisorio del gas e non si vede chi possa darla dato che la fornitura sarebbe in perdita. L’annosa vicenda di garantire un prezzo agevolato dell’energia elettrica per tener in vita il settore dell’alluminio in Sardegna è un buon esempio di quanto sia difficile obbligare un fornitore di energia a lavorare in perdita. Inoltre se l’accoppiata Dri/Acciaieria serve per poter facilmente ridurre la produzione in caso di domanda insufficiente di laminati piani (è necessario che gli altoforni funzionino “a tappo”), l’impossibilità per i nuovi impianti di funzionare sempre a pieno regime penalizzerebbe ulteriormente la loro redditività.

Di fronte alle incertezze relative all’impianto di Dri (io direi piuttosto “certezze negative”) come si può immaginare che un privato razionale come Mittal costruisca “a valle” una nuova acciaieria e spenda centinaia di milioni, comprendendo il rifacimento dell’altoforno 5 e altri impianti, in una città dove sindaco, cittadini e magistrati colgono ogni occasione per intralciare la produzione e dichiarano apertamente che vogliono far chiudere tutto il centro siderurgico (e per poco ci riuscivano anche con sequestri e ingiunzioni)? Da notare che il lodevole obiettivo di “decarbonizzare” non viene raggiunto perché le emissioni di CO2 comunque aumenterebbero rispetto a oggi.

La realtà economica è che per i laminati piani in Europa lo squilibrio strutturale fra capacità produttiva installata e effettiva domanda di mercato manterrà molto bassi e per anni i prezzi dei prodotti finiti e non ci sarà convenienza a realizzare nuovi impianti anche se più efficienti dal punto di vista energetico e di emissioni di CO2 (come il Dri o la tecnologia di laminazione diretta di Arvedi); situazione che potrebbe cambiare solo in presenza di una forte carbon tax europea, oggi però politicamente non proponibile. Piuttosto che andare avanti in un contesto di illogicità economiche, irragionevolezze sindacali e ostilità generalizzata, per ArcelorMittal sarà meglio pagare una penale e andarsene. Dopodiché l’Ilva tornerà statale con eccesso di personale, di investimenti pubblici e di ammortamenti, con conseguenti perdite eterne a carico dei contribuenti.

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