siderurgia

ArcelorMittal, altri 1.000 dipendenti in cassa integrazione

Dal 15 maggio altri 1.000 dipendenti tra i siti di Taranto (in questa città erano già 3.000), Genova e Novi Ligure sono in cassa integrazione.

di Domenico Palmiotti

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(Reuters)

Dal 15 maggio altri 1.000 dipendenti tra i siti di Taranto (in questa città erano già 3.000), Genova e Novi Ligure sono in cassa integrazione.


3' di lettura

Si complica la situazione di ArcelorMittal, il gruppo siderurgico che da novembre 2018 è subentrato a Ilva in amministrazione straordinaria nella gestione degli impianti. Dal 15 maggio altri 1.000 dipendenti tra i siti di Taranto, Genova e Novi Ligure sono in cassa integrazione Covid . Solo a Taranto già ci sono più di 3.000 unità in cassa Covid da alcune settimane e l'ammortizzatore sociale è stato chiesto da fine marzo per 8.173 addetti.

Come si è arrivati
I segnali della nuova crisi si sono avuti nel pomeriggio del 14 maggio, quando a Taranto ArcelorMittal ha comunicato ai sindacati metalmeccanici che non sarebbero più rientrati al lavoro, oppure sarebbero tornati in cassa integrazione anche se tornati al lavoro da pochissimi giorni, gli addetti ad alcuni impianti dell'area a freddo. Avrebbero dovuto lavorare dalle 3 alle 7 settimane, a seconda degli impianti, per eseguire commesse acquisite da ArcelorMittal ma non effettuate perché nella parte finale di marzo e fino al 3 aprile, causa Coronavirus , il siderurgico di Taranto ha contingentato la forza lavoro a 3.500 diretti su 3 turni (l'organico è di 8.200) per motivi di sicurezza.
Il 5 maggio ArcelorMittal ha dichiarato che riprendeva gli ordini in sospeso e faceva rientrare al lavoro 630 unità. Il 14 maggio, però, retromarcia: nessun rientro, nessun impianto tra quelli previsti, riparte, e laddove si è ricominciato, adesso si ferma tutto.

Cassa integrazione per altri 1.000
A questo dietrofront, è seguita la stretta con la messa in cassa integrazione di altre 1.000 persone. La nuova cassa è scattata già dal turno delle 23 del 14 maggio, tant'è che gli interessati sono stati raggiunti telefonicamente dall'azienda. La maggior parte, invece, ha ricevuto la comunicazione di cassa sul portale aziendale, nella propria casella di posta, solo che essendo stata spedita in serata, con decorrenza 15 maggio, è accaduto che oltre un centinaio di lavoratori non l'abbiano vista in tempo utile. Questo ha fatto sì che i lavoratori si presentassero regolarmente prima delle 7 in fabbrica, per il turno di lavoro, scoprendo poi dai badge di accesso disattivati, di essere stati collocati in cassa integrazione. Molte le proteste al riguardo.

La lettera di cassa integrazione
A ciò si aggiunga che nella lettera che decorre dal 15 maggio, rispetto alla precedente lettera di cassa integrazione datata 4 maggio, che indicava la possibilità di ritorno al lavoro dei cassintegrati su richiesta dei responsabili del settore di appartenenza, questa possibilità del rientro non è più citata. C'è solo il riferimento alla cassa integrazione Covid. Di qui la preoccupazione del personale circa una cassa integrazione di lunga durata, preludio all'abbandono di ArcelorMittal che a Taranto tutti danno ormai per molto probabile. A parte il conflitto crescente, da segnalare che ArcelorMittal non ha corrisposto ad Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, l'ultimo canone del fitto degli impianti, benché l'accordo del 4 marzo scorso l'abbia dimezzato rispetto ai 45 milioni iniziali (il 50% mancante sarà versato all'acquisto dell'azienda fissato al 2022).

Piano industriale assente
Inoltre, si segnala da fonti vicine al dossier che ArcelorMittal non ha ancora presentato il nuovo piano industriale sul quale svolgere - da maggio in avanti - la nuova trattativa. Obiettivo, il riassetto del gruppo entro novembre 2020 con l'ingresso dello Stato.I sindacati premono sul Mise perché torni in campo. «La domanda di acciaio è crollata - dichiarano Marco Bentivogli e Valerio D'Aló della Fim Cisl -, la pandemia è stata devastante per la siderurgia, ma non può essere una scusa per smantellare la ex Ilva. Bisogna cambiare rotta - dice la Fim - evitando che la siderurgia italiana precipiti nel baratro».
Infine per Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom Cgil, «è inaccettabile che il Governo continui a ignorare la situazione e non si faccia promotore di un'iniziativa convocando le parti al Mise mentre, tra l'altro, è in corso il confronto su un possibile ingresso di Invitalia nella compagine societaria del gruppo siderurgico. L'intesa del 4 marzo tra Governo e ArcelorMittal - conclude Venturi - prevede che entro il 31 maggio 2020 si definisca l'accordo sul piano industriale e il conseguente ricorso alla cassa integrazione straordinaria perché quella ordinaria è in scadenza al 30 giugno 2020 a prescindere da quella per Covid 19».

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