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ArcelorMittal e Ilva: nella crisi dell’acciaio l’Italia paga il prezzo più alto

Il ciclo negativo sta obbligando molti produttori a tagliare la produzione, mentre la Cina vale ormai metà del mercato mondiale

di Matteo Meneghello


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(Carino)

3' di lettura

Il mercato siderurgico è ciclico e spesso anticipatore degli andamenti congiunturali di molti settori industriali, essendo l’acciaio una materia prima necessaria a molti e diversi ambiti produttivi, come l’automotive, l’elettrodomestico, le costruzioni, i mezzi agricoli e movimento terra, la cantieristica navale, il packaging.

Dopo avere archiviato un biennio di forte espansione, il settore ha conosciuto a partire dall’anno scorso una stagione di ridimensionamento, oggi allineata alle difficoltà di gran parte del manifatturiero, automotive su tutti.

Acciaio europeo in profonda crisi, Ilva e' l'iceberg

In Europa, in particolare, le difficoltà sono inasprite dalla «guerra dei dazi» innescata dalle politiche protezionistiche del Governo Trump. Molti flussi commerciali provenienti da Paesi extraeuropei, indirizzati verso gli Usa, sono stati dirottati all’interno dei confini europei.

Bruxelles ha provato a reagire con un meccanismo di Salvaguardia, costruendo una serie di tetti alle importazioni, divisi prodotto per prodotto, calcolati in base ai flussi degli anni precedenti.

Il meccanismo, secondo i produttori, è debole, come dimostrerebbero i dati sulle importazioni degli ultimi mesi, che vedono un incremento dei flussi da parte di alcuni paesi particolarmente aggressivi, come per esempio la Turchia.

Tutti i principali produttori europei sono in crisi. Nelle ultime trimestrali i gruppi quotati hanno segnalato perdite o profitti in calo e i titoli delle società da inizio anno perdono dal 10 al 20 per cento. Molti hanno deciso di tagliare la produzione.

A questa dinamica si salda un dato strutturale relativo al mercato mondiale dell’acciaio, vale a dire la sovracapacità. C’è troppa capacità produttiva rispetto alla domanda, troppi impianti che producono acciaio. E in questo settore i costi fissi sono elevati. Si produce a ciclo continuo. Questo significa che non è possibile fermare e riavviare un’acciaieria a piacimento senza dovere sopportare inefficienze e costi aggiuntivi.

L’Europa non è il centro del mondo, a maggiore ragione nel mercato dell’acciaio. La produzione siderurgica globale l’anno scorso è cresciuta del 4,6%. Ma a crescere sono stati Cina (+6,6%), India (+4,9%), Stati Uniti (+6,2%), mentre la Germania ha perso il due per cento. La Cina, poi, produce oggi 928 milioni di tonnellate di acciaio, la metà degli 1,808 miliardi di produzione globale.

L’Italia è storicamente un importante produttore di acciaio. A oggi è ancora il secondo a livello europeo (dopo la Germania), ma è uscito dalla classifica dei primi dieci, sorpassata dall’Iran. L’Italia ha prodotto, nel 2018, 24,5 milioni di tonnellate, in aumento dell’1,7 per cento sul 2017.

Quest’anno, nei primi nove mesi dell’anno, la produzione nazionale è stata di 17,621 milioni di tonnellate, il 3,9% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel 2015, prima dell’ultimo ciclo espansivo, la soglia a settembre era pure peggiore, a 16,752 milioni di tonnellate.

All’interno di questi volumi bisogna però distinguere tra due tipi di prodotto: i «lunghi», destinati all’edilizia (e per i prodotti di maggiore qualità, automotive e meccanica) e i «piani», prodotti legati all’industria manifatturiera pesante, come la filiera automobilistica, l’elettrodomestico, la cantieristica, i lavori pubblici.

I piani sono la specialità dell’Ilva e di un unico altro operatore in Italia (il gruppo Arvedi). Il venir meno di una fonte di approvvigionamento interna di questo tipo non può non impattare su gran parte delle filiere produttive italiane, con ripercussioni sul livello delle scorte, dei prezzi. Per questo motivo la vicenda dell’ex Ilva è un problema di politica industriale che investe tutta Italia.

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