la crisi dell’acciaio

Ex Ilva: fallito lo sciopero a Taranto, si ferma solo l’indotto. Impianto verso lo spegnimento

All’astensione dal lavoro indetta per oggi non hanno aderito i lavoratori dell’ex Ilva: percorrendo il perimetro esterno della fabbrica, il primo elemento che balza evidente è infatti l'assenza di presidi sindacali. Attività dell’impianto al minimo, il siderurgico verso lo spegnimento. I commissari chiedono più tempo alla Procura

di Domenico Palmiotti


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5' di lettura

È sciopero venerdì 7 novembre ad ArcelorMittal di Taranto, il siderurgico ex Ilva. Ventiquattrore indette da Fim, Fiom e Uilm contro i 5mila esuberi dichiarati da ArcelorMittal e l'avvio del recesso dal contratto da parte della multinazionale che restituisce stabilimenti, impianti e personale all'amministrazione straordinaria di Ilva da cui li aveva presi un anno fa. Mentre a sorpresa nel pomeriggio è in arrivo a Taranto il premier Conte.

È sciopero nello stabilimento di Taranto, ma percorrendo il perimetro esterno della fabbrica, il primo elemento che balza evidente è l'assenza di presidi sindacali. La percentuale di adesione nel primo turno è stata, secondo fonti sindacali, del 27%.

Le attività vanno verso il minimo, primo passo verso lo spegnimento. Intanto i commissari Ilva in amministrazione straordinaria presenteranno una istanza all'autorità giudiziaria di Taranto per chiedere la proroga del termine del 13 dicembre fissato dal Tribunale per la realizzazione degli adeguamenti di sicurezza dell'Altoforno 2
sottoposto a sequestro dopo l'incidente del giugno 2015 in cui
morì l'operaio Alessandro Morricella. Lo hanno annunciato gli
stessi commissari, Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio
Lupo, in un incontro con il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo.

Nessun presidio, tanti al lavoro
Fuori, a manifestare, non ci sono né delegati, nè lavoratori. Nessun corteo in città. Deserte le portinerie della direzione, la A e la D. In compenso, però, in queste ultime due i piazzali dei parcheggi risultano discretamente affollati di auto e moto. Il segno esteriore che in tanti sono andati al lavoro. Ben altra aria, invece, alla portineria imprese. Al mattino presto c'è qualche centinaio di persone, poi, pian piano, la folla si assottiglia. Ma comunque lavoratori e delegati ci sono. E con loro, le bandiere sindacali. Certo il venerdì è anche giorno di cassa integrazione (a Taranto coinvolge dal 30 settembre 1.276 addetti per 13 settimane) ma il fatto che davanti alle portinerie principali non vi sia uno straccio di mobilitazione non é irrilevante.

Raccontano che la sera del 5 novembre in cui l'ad di ArcelorMittal, Lucia Morselli, preannunciò ai sindacati l'avvio della procedura di restituzione all'amministrazione straordinaria di Ilva del personale (cosa poi formalizzata la mattina del 6 novembre), da Roma i metalmeccanici abbiano chiesto a Taranto di promuovere subito lo sciopero. E che si siano sentiti dire di no, perché la risposta non sarebbe stata positiva. Poi la Fim ha scioperato per 24 ore da sola e infine, a fronte del precipitare degli eventi, Fim, Fiom e Uilm hanno promosso lo sciopero unitario del 7 novembre.

Tutta la situazione ha una spiegazione: lo sciopero fa più presa sui lavoratori dell'indotto-appalto che sui diretti ArcelorMittal. Quest'ultimi, infatti, sono stanchi di sette anni di storia infinita, da quando cioè è scattato il sequestro, e sanno che se alla fine dovessero davvero diventare degli esuberi, comunque verranno presi in carico dall'amministrazione straordinaria, dallo Stato. E lo Stato, con le gestioni commissariali, ha sempre retribuito i lavoratori Ilva.

L’indotto
Il personale delle imprese esterne, invece, sa già che il burrone è vicino. Con l'aria che tira, per loro - a Taranto sono circa 3.500 e si occupano della manutenzioni, servizi, mense, trasporti, pulizie industriali e civili - rischia di non esserci più lavoro, e quindi stipendi, e forse nemmeno ammortizzatori sociali. Con ArcelorMittal che ha bloccato gli ordini alle imprese, stanno fioccando già le prime richieste di cassa integrazione: 50 di Enetec, 30 di FC e altre ancora se ne preannunciano.

Le stesse aziende appaltatrici sono in allarme. Sono già rimaste “bruciate” dal passaggio dalla gestione commissariale all'amministrazione straordinaria, a gennaio 2015, vedendo sfumare 150 milioni di crediti relativi a prestazioni effettuate e non pagate. E ora le imprese segnalano che ArcelorMittal ha bloccato i pagamenti e le banche, di conseguenza, hanno chiuso i rubinetti. «Io disoccupato, o a sbafo dello Stato con gli ammortizzatori sociali, non ci voglio stare - dice Davide Nettis, operaio di un'impresa -. Io il reddito di cittadinanza non lo voglio. Non fa per me. Ho una dignità». «Non sappiamo che direzione sta prendendo questa barca, noi vogliamo capire dove si sta arrivando. Vogliamo risposte da chi é abituato a fare promesse. Stavolta però ci deve fare una promessa e la deve mantenere. Perché siamo stanchissimi» esclama Mirco Galeandro.

E Antonio Trivisani aggiunge: «Quello che viene sempre martoriato è l'indotto. La politica è assente. Viene solo quando vuole il voto. Poi non capisce le difficoltà che abbiamo. Il presidente della Regione Puglia dice: disastro ambientale a Taranto. Ma come, prima metti fuoco? Ma sai cosa significa spegnere questi impianti?».

Il blocco degli impianti
«Il Governo parla di allarme rosso ma non ha una idea precisa di cosa fare. L'azienda, tenendo fede a quanto scritto nella lettera di recesso, sta portando gli impianti al minimo della capacità di marcia. In queste
condizioni entro fine mese ci sarà lo stop totale, compreso
l'Afo2.

Bisogna intervenire presto» ha detto il segretario generale della Uilm di Taranto, Antonio Talò. «Ieri hanno fermato l'Afo4 - aggiunge il sindacalista - in maniera preventiva, secondo quanto ci hanno riferito, in vista dello sciopero annunciato per oggi. Hanno ridotto anche la marcia del treno nastri e per l'Afo2 erano già programmate le operazioni di
fermata, anche se c'è un discorso avviato con la Procura.

Del resto avevano parlato di ordinata fermata degli impianti e credo
che stiano già operando in tal senso». Secondo Talò «tra qualche giorno, in mancanza di provvedimenti, questa fermata degli impianti sarà inevitabile. Ieri abbiamo chiesto al governo cosa ha intenzione di fare, forse non hanno ancora recepito la vera condizione di emergenza. Continuano a essere convinti che ArcelorMittal se ne va. Le condizioni poste anche per noi sono inaccettabili e se così è vanno accompagnati alla porta». Non è possibile, conclude il segretario della Uilm, «aspettare il
giudizio del ricorso annunciato per il non rispetto del contratto. Nel frattempo il rischio è che si fermi tutto entro fine mese senza avere idea di quali possono essere le azioni da mettere in campo per tutelare il salario dei lavoratori».

Di Maio: «Niente minacce, ArcelorMittal rispetti i patti»
«Va bene il dialogo ma senza minacce: Arcelor Mittal sapeva che avrebbe trovato un governo che pretende siano rispettati i patti. Chiedere di andare via da Taranto è un'azione inaccettabile che non è presupposto per il dialogo. Mettere sulla strada 5mila persone mi sembra assurdo» ha detto il ministro degli Esteri e capo del M5s, Luigi Di Maio.

Il soccorso dell’Abi e delle banche

Ilpresidente ed il direttore generale dell'Abi, Antonio Patuelli e Giovanni Sabatini, esprimono massima attenzione dell'Associazione alle esigenze dei lavoratori dell'Ilva di Taranto in un momento molto problematico sulle loro prospettive e accolgono con favore quanto auspicato dal segretario generale della Fabi Lando Sileoni, per contribuire a individuare gli strumenti più adeguati per venire incontro alle eventuali esigenze che dovessero emergere relativamente ai finanziamenti contratti da lavoratori dell'Ilva. L'Abi - informa in una nota - sensibilizzerà le banche affinché via sia la massima attenzione sugli strumenti già disponibili e per individuare nuove misure per ridurre le difficoltà dei lavoratori.

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