arte antica

Archeologia: Il Kouros di Lentini con la testa a posto

Grazie ad accurate analisi archeometriche sul marmo, il laboratorio LAMA di Venezia ha potuto ricomporre perfettamente il corpo e il capo dell’efebo di Lentini

di Salvatore Settis

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3' di lettura

Varrà la pena rimetter piede appena possibile nel Museo archeologico di Siracusa: vi troveremo un eccezionale kouros greco dei primi del V secolo a.C., in mostra fino a marzo 2021. Non è un nuovo arrivato: ad acquisirne il corpo acefalo, rinvenuto a Lentini, fu ai primi del Novecento l’indimenticato apostolo roveretano dell’archeologia siciliana, Paolo Orsi.

Nel 1925 Ludwig Pollak riconobbe che la testa mancante doveva essere quella del museo di Castello Ursino a Catania (dalla collezione settecentesca del principe di Biscari), anch’essa da Lentini, e cinque anni dopo Guido Libertini tentò un montaggio fotografico; ma solo pochi anni fa accurate analisi archeometriche hanno dimostrato che testa e torso furono scolpiti nello stesso blocco di marmo, che proviene dalle cave di Lakkoi, nell’isola greca di Paros. La riuscitissima ricomposizione ha dunque alle spalle non solo una diagnosi stilistica, ma una solida base documentaria.

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Laboratorio di Analisi dei Materiali Antichi

Il merito di queste analisi decisive va al Laboratorio di Analisi dei Materiali Antichi (LAMA) fondato nel 1994 dall’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), diretto da Fabrizio Antonelli e prima di lui, per vent’anni, da Lorenzo Lazzarini, prestigioso esperto di queste tematiche. L’affinamento di analisi come queste negli ultimi decenni va di pari passo col progredire di tecnologie sviluppate anche per altri scopi, e sta donando all’archeologia e alla storia dell’arte una messe di dati che talora risolvono un problema (come nel caso dell’efebo di Lentini), altre volte aprono alla ricerca nuove strade.

Il LAMA si è così conquistato un’alta reputazione come uno dei più attendibili centri di studio in quest’ambito perché mette in gioco grandi competenze, strumentazione avanzata e un continuo intreccio con la conoscenza storica. Non meno decisiva che per l’efebo siciliano fu, per esempio, l’analisi che il LAMA, su richiesta del Museo Nazionale dell’Iran di Teheran, condusse sulla celebre Penelope trovata a Persepoli. Un caso singolarissimo di originale greco di metà V secolo a.C. emerso fra le rovine di un palazzo reale persiano incendiato dai soldati di Alessandro Magno: eppure, di quella statua esistono copie di età romana, certo derivate da un suo “gemello” (al tema fu dedicata una parte della mostra Serial Classic alla Fondazione Prada di Milano nel 2016, e poi una piccola mostra a Teheran).

Gli archeologi hanno discusso a lungo su questo singolare enigma storico, e la provenienza del marmo della Penelope era uno degli elementi in gioco: finché le analisi archeometriche lo hanno identificato come marmo dolomitico dell’isola di Taso, aprendo la strada a una miglior comprensione del quadro storico e artistico, fra Grecia e Persia.

Marmi da un capo all’altro del Mediterraneo

Numerosi monumenti antichi, dal tempio di Hera a Metaponto al tempio di Bacco a Baalbek, dal tempio C di Selinunte a quello di Demetra a Cirene, al sito archeologico di Volubilis in Marocco, si sono avvantaggiati delle analisi condotte dal LAMA. Si è così accumulata una folla di dati sulle cave d’origine dei materiali lapidei, disegnando una mappa delle vie commerciali che portarono enormi quantità di marmi da un capo all’altro del Mediterraneo. Un esteso campionamento condotto nelle cave antiche ha individuato, in particolare, i luoghi d’origine di rari marmi colorati, confluiti in un vasto archivio, unico in Italia, di oltre 3mila sezioni sottili di altrettante qualità o tipologie di marmi (“litotipi”). Ricerche come queste (ma anche accurate analisi delle malte e degli intonaci, delle terrecotte e dei materiali da costruzione) consentono di comprendere i fenomeni di degrado materico e di programmare il monitoraggio dei monumenti storici, in vista di quella “conservazione programmata” propugnata da Giovanni Urbani e assai raramente messa in pratica.

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Il LAMA è una di quelle “eccellenze italiane” che restano sconosciute ai più, e che la fragilità delle istituzioni nel difficile tempo presente rischia di indebolire. A quasi trent’anni dalla sua fondazione questo avamposto della ricerca archeometrica spicca per la rete di rapporti internazionali, la qualità delle pubblicazioni (fra cui la rivista «Marmora»), la ricerca sperimentale e d’avanguardia. Quando potremo vedere la mostra di Siracusa saremo dunque di fronte a un capolavoro di arte greca, l’efebo di Lentini ricomposto, ma anche al documento di una ricerca archeometrica avanzata. Di storie come questa, o quella della Penelope finalmente assegnata all’anagrafe di Taso ne sentiremo, si spera, ancora molte.

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