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Ripensare scuole e università: più spazi verdi e apertura all’esterno

Parla l’architetto Alfonso Femia, che con il suo studio Atelier(s) ha lavorato spesso per progettare spazi dell’educazione e della formazione: «Necessario cambiare approccio: basta edifici dal perimetro rigido e vincolato. Serve apertura alla città e una fruizione più fluida e flessibile degli ambienti»

di Giovanna Mancini

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Parla l’architetto Alfonso Femia, che con il suo studio Atelier(s) ha lavorato spesso per progettare spazi dell’educazione e della formazione: «Necessario cambiare approccio: basta edifici dal perimetro rigido e vincolato. Serve apertura alla città e una fruizione più fluida e flessibile degli ambienti»


3' di lettura

I bambini e i ragazzi sembrano essere i grandi dimenticati nell’emergenza coronavirus anche nella fantomatica Fase 2 che sta per aprirsi. Un’ulteriore conferma di questa “dimenticanza” si riscontra anche nel vuoto di confronto e progettazione sulla trasformazione che necessariamente dovrà investire i luoghi dell’educazione e della formazione, per renderli sicuri e agibili il prima possibile.

Trasformare i luoghi della formazione
«Sento parlare molto di come dovremo ripensare i luoghi dell’abitare o del lavoro, gli ospedali e gli spazi pubblici, ma quasi mai si parla di scuola e università – osserva Alfonso Femia, architetto e fondatore dello studio Atelier(s), che nel proprio portfolio ha numerosi progetti in ambito formativo -. Eppure dovrebbe essere un tema su cui concentrarsi con grande impegno, perché investe le nuove generazioni e quindi il futuro del Paese».

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In Italia ci sono quasi 8 milioni di studenti, 90 università e quasi 50mila istituti scolastici, diffusi in modo capillare nel Paese e spesso obsoleti, che richiedono perciò (spesso urgentemente) una riqualificazione. «Dobbiamo attivare scenari nuovi e condividerli anche con le nuove generazioni», suggerisce Femia, che nell’emergenza in corso vede anche l’opportunità per avviare un ripensamento di questi luoghi.

È una sfida impegnativa ma necessaria: «Credo che l’analoga riflessione sugli uffici o sulle case, legata ad esempio allo sviluppo di forme lavorative da remoto come lo smartworking, sia più facile e immediata, perché è stata accelerata dalle necessità di smartworking imposta dal lockdown e perché interessa soggetti privati, che quindi stanno investendo per adeguarsi alle nuove esigenze e normative sanitarie», aggiunge l’architetto.

Alfonso Femia, fondatore dello studio Atelier(s)

Per i luoghi dell’educazione e della formazione il discorso è più complesso: si tratta, spiega Femia, di introdurre un nuovo approccio: «uscire dalla logica di scuole concepite come un perimetro rigido e immaginare architetture che si inseriscano nel paesaggio circostante, senza divisioni nette».

Leggi anche: L’autorità garante per l’infanzia: scuole aperte a settembre

Spazi dilatati, che dialogano all’esterno con la strada, i marciapiedi, gli edifici attorno, e all’interno ampliare il verde con terrazzi e giardini. Il che fornirebbe anche una risposta alla necessità di contenere il contagio, che si diffonde più facilmente in ambienti chiusi.

Ripensare l’offerta formativa
Ovviamente questo significa anche ripensare l’offerta educativa, immaginando attività – ad esempio quelle creative – da svolgere all’aperto, in modo da ridurre il numero di studenti all’interno delle aule e garantire il distanziamento sociale.

«Lo spazio per fare tutto questo, nella maggior parte dei complessi scolastici esistenti, c’è – assicura Femia -. La scuola deve diventare più osmotica, più aperta, portare in questi spazi verdi alcuni momenti di formazione, creare luoghi di incontro o dedicati allo studio, dando vita a un sistema diffuso che esce dal perimetro rigido e vincolato tradizionale e si mette in relazione con lo spazio esterno».

I progetti
In questa direzione vanno due progetti in corso di realizzazione, ideati dallo studio Atelier(s): un istituto scolastico di Legnago (Verona) e un campus universitario ad Annecy, in Francia.

Questi tema, dice ancora Femia, coinvolge una filiera ampia di soggetti: non solo gli architetti e i committenti pubblici o privati, ma anche gli studenti stessi e gli insegnanti, che devono contribuire a immaginare nuovi percorsi formativi, più flessibili, fruibili in spazi di questo tipo. «Noi architetti siamo solo lo strumento per dare forma alle nuove esigenze, ma la riflessione deve essere più ampia. Bisogna rovesciare il cannocchiale: per le scuole oggi non si tratta più di collocare un edificio dentro l’ambiente ma di creare un ambiente nell’edificio e quindi di passare a una prospettiva osmotica e permeabile».

In un mondo che sta prendendo coscienza delle proprie fragilità, occorre «fare in modo che gli spazi della formazione diventino luoghi porosi e permeabili, per curare la società guardandola e creando connessioni con essa».

Come ripartire a settembre?
Già nel breve termine, a settembre, questo approccio può essere messo al servizio della riapertura delle scuole: «Io cercherei di capire, per ogni edificio, come aumentare le relazioni con gli spazi esterni, per immaginare una ripartenza che trovi un equilibrio tra momenti ancora di didattica da remoto e una fruizione più fluida e flessibile, meno concentrata, degli edifici», conclude Femia. Perché quello che serve alle scuole non sono soltanto tablet e dispositivi elettronici, ma anche e soprattutto un cambiamento di paradigmi e approccio.

Per approfondire:
Fase 2 e scuole chiude: È ora di parlare ai bambini e dei bambini
Scuole: ecco i primi indizi che si riaprirà a settembre

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  • Giovanna ManciniRedattore ordinario

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Industria del design e arredo, made in Italy, cronaca di Milano, consumi, industria del commercio, e-commerce

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