Societa

Architettura come paesaggio: da Ponis una lezione di civiltà

di Stefano Salis

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4' di lettura

Su Stazzu. Su Medau. Su Furriadroxiu. Sa Lolla. Sa Pinnetta. Ladiri, mattoni in terra cruda. Dubito che abbiate mai sentito nominare questi oggetti o episodi architettonici se non siete mai vissuti in Sardegna, o che ci abbiate davvero fatto caso, durante le vacanze. Sono architetture vernacolari: strutture tipiche, o che aspirerebbero ad esserlo, in una tradizione costruttiva che è sempre stata più poverella anzi che no (con la maestosa eccezione del nuraghe, tuttora un enigma: ma è decisamente un’altra storia); ed è comunque, nonostante tutto, degna di una sua, pratica, nobiltà.

Sono elementi che punteggiano il susseguirsi di macchia e pietra, di campagna e paesi, di colline brulle, di graniti sfiniti dal frinire impazzito delle cicale sotto il sole impietoso dell’estate, di scogli a strampiombo e sabbie su mari di imbarazzante chiarità: e sono anche, credo, elementi che ha tenuto presenti un architetto come Alberto Ponis (Nervi, 1933) quando ha iniziato a costruire, cioè a incedere e a incidere nel paesaggio naturale (o malamente, per lo più, antropizzato) dell’isola, a partire dagli anni 60. Ed è un’esperienza, la sua, che lo accomuna, mi pare, e sotto diversi rispetti, che qui non posso approfondire, a due architetti-artisti: lo spagnolo (meglio: canario, anzi, di Lanzarote: ed è importante) César Manrique e il finlandese totale, Alvar Aalto.

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Ponis ha appena ricevuto il Premio alla Carriera In/Arch e la sua opera è riepilogata in una mostra antologica a Cagliari, alla Fondazione di Sardegna. Naturalmente il premio ha valenza non solo isolana e forse (vista la visibilità internazionale della quale Ponis ha goduto con mostre importanti in mezzo mondo) arriva persino in ritardo. Poco male. L’importante è che ora ci sia, e la sua motivazione, che sottolinea la qualità della sua opera. «Con i progetti realizzati nei lunghi anni di attività professionale, in cui non ha mai smesso di indagare i rapporti tra costruzione e paesaggio, Ponis ci propone una riflessione tesa a rivendicare un ruolo centrale all’architettura, non solo come strumento di trasformazione, ma anche come strumento di conoscenza dei luoghi in cui si interviene».

Un disegno di progetto di Casa Cirillo, 1991-1993, Costa Paradiso

È la cosa (il corsivo è mio) che più mi preme sottolineare: perché Ponis ha soprattutto costruito ville da turismo, da vacanzieri, da ricchi “scesi” in Sardegna (visti spesso come nuovi colonizzatori): e così, invece, ha contribuito, al contrario, a dare un volto nuovo e diverso al territorio sardo. Una possibilità. Lo dimostrano i diversi libri a Ponis dedicati (con Sebastiano Brandolini a fungere da sommo esegeta) e il catalogo della mostra (a cura di Paola Mura, edito da Steinhauser), che fa capire, a tutto tondo, la personalità di un architetto che non è sardo ma, a differenza di chi ha costruito “ville per ricchi” in Sardegna, ha scelto di vivere nell’isola e di condividere una riflessione e un agire concreto su ciò che non va disperso del patrimonio isolano, naturale o costruito. E se il mezzo impiegato, nei suoi vari ruoli, nelle diverse declinazioni, è, lo ricorda Giuseppe Vallifuoco in catalogo, «un disegno che “scava” il sito, non alla ricerca di soluzioni mimetiche o di associazioni facili e scontate, ma per scoprire tracce capaci di guidare il progetto nella ricerca di un sistema di relazioni complesso e unico», le case di Ponis sono un percorso – individuale e collettivo – di rispetto e di bellezza: le case si inseriscono nel paesaggio (soprattutto costiero), vi si mimetizzano ma anche lo modificano. Interpretano, di volta in volta, l’andamento del territorio: ecco un tramonto e una mareggiata che segnano il vivere e viceversa, la macchia mediterranea, asfodelo, cisto e mirto, e una conformazione di pietre intatte che “entrano” in salotto: diventano non solo parte dell’abitazione ma ne sono sostanza ed essenza. Esperienza e conoscenza: appunto.

Un dipinto di Alberto Ponis: «Bonifacio. Paysage vert», olio su tela 50x50, 1995

Non sono tantissime le abitazioni scandagliate, e quasi tutte sulla costa, proprio laddove la ferita dell’ “architettura turistica” e geometrile ha spesso sfregiato (di qui la sacrosanta campagna di tutela, purché non sia talebana) il paesaggio. «Alla base di molti progetti si trova l’idea di un organismo edilizio formato da più elementi connessi tra loro da “giunti”» (ecco un riferimento alla tradizione vernacola), «premessa per una articolata adattabilità sia in pianta che in sezione. Il risultato è una architettura fatta principalmente di volumi, la cui frammentazione spesso non rende possibile una lettura totale delle facciate. Per Ponis l’ambiente, visto come stratificazione di eventi geologici e umani, costituisce il materiale di base dell’architettura e non il suo antagonista e che l’architettura stessa è il risultato di un processo complesso che nel suo farsi confronta, riposiziona e ridefinisce le componenti formali, funzionali e costruttive che la costituiscono». Sa perfettamente, Ponis, che l’architettura del Mediterraneo è stata fonte di ispirazione per l’architettura moderna, e se ne fa geniale continuatore. Il punto, in Ponis, è che, passando dalle esperienze di Rudofsky e Sert, si ricava una possibilità di lavoro in armonia con il tessuto naturale molto più (e duole dirlo) di interventi abitativi forse più popolari e urgenti ma molto meno attenti alle esigenze della qualità dell’insieme del territorio. Casa Scalesciani, Casa Hartley, Casa Costner, Casa Cirillo (tra le oltre 200 case ideate da Ponis, previste in «ogni dettaglio, fino alla posizione della vasca in ogni bagno») sono altrettanti messaggi che servono a proporre un intento molto chiaro: non solo che l’architettura del turismo va riconosciuta come argomento di primo piano, ma che, se trattata con mano da artista – e nel catalogo Alberto Ponis viene esaltato anche come pittore, scultore, fotografo, e a piena ragione –, può addirittura essere un elemento in più per “convivere” con la bellezza, con l’emozione di essere dentro un territorio: viverlo, amarlo, cercare di portarlo avanti. Senza dimenticare il passato, certo, e immaginando futuro.

Questa è una lezione di civiltà che solo gli artisti sono in grado di impartire. E allora: sull’attenti! Ché qui ce n’è una, ed è un contributo di verità: e dobbiamo prestare massima attenzione, guardare con rispetto e persino amore a “casa d’altri” perché sì, in qualche modo (sperando nel meglio) è destinata a diventare casa nostra, casa di tutti. Isola di vento, di roccia, di mare, di cespugli. E di case degne di essa. Della Grande Bellezza che rivela, porta e, se può, custodisce.

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