nata nel 1939

Ardea, il gioiello (ottantenne) di casa Lancia che resta utilizzabile anche ai giorni nostri

di Vittorio Falzoni Gallerani


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Lancia Ardea

3' di lettura

Quando nacque la Lancia Aprilia, nel 1937, di primo acchito apparve a tutti, pubblico e critica, un tantino azzardata: in sostanza una specie di «dream car» già pronta per i saloni di vendita; molto avanti rispetto alla concorrenza e con molte soluzioni innovative, essa, grazie all’eccellente livello della progettazione Lancia, oltre ad essere esteticamente molto seducente, risultò poi ugualmente veloce ed affidabile; le perplessità vennero così presto fugate ed il successo fu molto confortante. E tale da suggerire, quando si trattò di lanciare sul mercato un modello più a buon mercato che si rivolgesse alla clientela della non dimenticata Augusta, di creare praticamente una mini Aprilia: l’Ardea (con l’accento sulla prima A), questo è il nome prescelto, sembrava infatti fosse scaturita dall'interno di un’Aprilia per partenogenesi, quasi fossero due pezzi di una Matrioska.

Si è accennato all’Augusta che, come è noto, aveva un motore da 1,2 litri; in questo caso, però, per maggiormente distanziarla in gamma dall’Aprilia che all’epoca aveva un motore da 1,35 litri, sull’Ardea ci si limitò ad un motore da 0,9 litri, contando sulla sua maggiore leggerezza e sul progresso nella progettazione dei motori per proporre prestazioni del tutto paragonabili. Infatti, pur calando la potenza da 35 a 28,8 CV, i sessanta chili in meno e la molto migliore profilatura dell’Ardea nei confronti dell’Augusta, consentirono alla Lancia di dichiarare la stessa velocità massima (105 km/h) ed un’accelerazione del tutto simile.

Analoga anche l’impostazione generale: scocca portante, sospensioni anteriori indipendenti con il classico sistema Lancia a foderi verticali; retrotreno a ponte rigido con balestre; motore con i quattro cilindri disposti a V molto stretto con valvole in testa comandate da un albero a camme laterale, ma disposte sul motore Ardea in modo tale da ottenere una camera di scoppio emisferica a beneficio del rendimento; circostanza resa possibile dagli incomparabili ingegneri Lancia che si traduce in elasticità di funzionamento e consumi molto bassi.

Un insieme raffinato, quindi, ma più tradizionale rispetto a quello dell’Aprilia che aveva minori vincoli in termini di costi costruttivi e nutriva anche ambizioni agonistiche del tutto sconosciute alla sorellina; ad essa, come detto, regalava invece un disegno della carrozzeria moderno ed accattivante, forse oggi ancora più di allora; molti appassionati ricorderanno, in proposito, quanto il Gruppo sottolineò la parentela stilistica con l’Ardea della Lancia Y del 1995: una delle più belle e personali utilitarie della storia.

Uno stile, quello dell’Ardea, capace anche di lasciare intuire la raffinatezza dell’abitacolo tutto foderato nel cosiddetto «Panno Lancia» e decorato da pomelleria e strumentazione di livello superiore; un luogo intimo e signorile, quindi, cui si continuava ad accedere tramite le classiche due portiere con apertura ad armadio senza piantone centrale: una specialità Lancia, resa possibile dalla robustezza delle sue scocche, e talmente ben eseguita da assicurare una chiusura dei battenti così perfetta da diventare un punto di riferimento, mai raggiunto peraltro neppure dalla Rolls-Royce, per la concorrenza, anche la più prestigiosa.

Il tutto su una vettura da considerarsi allora di media categoria e con le dimensioni di una «city car» attuale; ecco che, tenendo presente anche il più che soddisfacente comfort di marcia offerto dall’Ardea, diventa incomprensibile il disinteresse del mercato per questo piccolo gioiello che non raggiunge i ventimila Euro di quotazione anche se in condizioni perfette.

Evoluta in quattro serie dal 1939 al 1953, ognuna delle quali con le sue prerogative che la rendono comunque appetibile, la Lancia Ardea migliora con gli anni la sua fruibilità; in particolare le due serie del dopoguerra presentano il motore portato a 30 CV, l’impianto elettrico a 12 Volt, il lunotto in un sol pezzo di dimensioni accettabili, il bagagliaio raggiungibile dall’esterno e più capiente: tutte cose molto utili nell’uso anche amatoriale; e, udite udite, il cambio a cinque marce. Una presenza, questa del quinto rapporto surmoltiplicato tipo overdrive (la velocità massima si raggiunge in quarta) allora unica nel suo segmento di mercato e che le consente di viaggiare a ottanta/novanta all’ora col motore a regimi non troppo faticosi: un vantaggio importante in caso di viaggi o raduni lontano da casa.

L’unico uso oggi purtroppo consentito in molte zone d’Italia per lunghi periodi dell’anno; in un mondo perfetto, invece, ci sentiamo di poter affermare che solo la guida a destra, non evitabile, potrebbe pregiudicare in parte la piacevolezza dell’uso quotidiano di questa elegantissima vetturetta; capace come nessuna di attribuire al suo (od alla sua) conducente la patente di raffinatissimo/a intenditore/ice.

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