Mondo del lavoro

Area Ocse, in calo iscritti ai sindacati e copertura contratti collettivi. Italia parziale eccezione

Nei Paesi dell’area Ocse sono sempre di meno i lavoratori sindacalizzati, soprattutto fra i giovani, e molti non vengono tutelati da contratti collettivi. Nel nostro Paese la situazione è relativamente diifferente

di Giuliana Licini


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Rider per consegna cibo a domicilio. Queste nuove categorie di lavoratori sono tra le meno sindacalizzate (Ansa)

4' di lettura

Diminuiscono, nell'area Ocse, sia le iscrizioni ai sindacati, sia la copertura dei contratti collettivi, proprio in un momento di grande trasformazione del mercato del lavoro che, invece, richiederebbe più considerazione per le tutele. Tra i Paesi industrializzati, comunque, l'Italia, fa parzialmente eccezione, in quanto la ‘densità sindacale', pure in calo, ha ‘tenuto' e la copertura dei contratti collettivi resta su livelli stabili e elevati.

Come sottolinea lo studio Ocse “Negotiating our Way Up”, i sistemi di contrattazione collettiva dagli anni '80 in poi sono sottoposti a crescenti pressioni, sullo sfondo dell’indebolimento delle relazioni industriali, dello sviluppo di nuove forme di lavoro e al tempo stesso tempo della trasformazione digitale, della globalizzazione e dei cambiamenti demografici.

Nell'area Ocse, che conta complessivamente 82 milioni di lavoratori iscritti ai sindacati e circa 160 milioni coperti da contratti collettivi, il tasso di iscrizione ai sindacati si è più che dimezzato, passando dal 33% medio nel 1975 al 16% nel 2018. Il ‘top' è il 91% dell'Islanda (sono in media oltre il 65% nei Paesi nordici), mentre il minimo del 4,7% è in Estonia. In Italia, il tasso è, invece, diminuito dal 48% al 34,4%.

Copertura dei contratti collettivi in forte calo

La percentuale di lavoratori nell'area Ocse coperti da un contratto collettivo si è ridotta dal 46% nel 1985 al 32% nel 2017 in media. In Italia, invece, la quota di lavoratori ufficialmente coperti da un contratto collettivo è calata in modo molto meno drastico: era dell'85% nel 1985, è dell'80% nel 2016. Sono quasi 900 i contratti collettivi in Italia e coprono, almeno formalmente, tutti i lavoratori e le aziende della Penisola.

In media, inoltre il 59% dei lavoratori nell'area Ocse è occupato in un'azienda che è membro di un'organizzazione datoriale e questa percentuale è rimasta stabile negli ultimi 15 anni. In Italia la percentuale è del 65% contro il 69,6% del 2000.

La (parziale) eccezione italiana
«I sindacati italiani sono rimasti un po' più forti che altrove, perché il sistema non è stato riformato negli anni 80, come è accaduto nei Paesi anglosassoni o in quelli mediterranei durante la recente crisi e, offrendo un misto di servizi e difesa personale, i sindacati hanno tenuto in termini di iscritti», commenta a Radiocor Andrea Garnero, economista dell'Ocse, tra gli autori del rapporto. L'aspetto positivo dei sistema italiano – aggiunge Garnero – «è la forte organizzazione dai due lati, sindacati e parti datoriali e il consenso ancora elevato rispetto all'importanza della contrattazione collettiva, che viene invocata, ad esempio, per i rider, così come per altri problemi», aggiunge Garnero. Il problema principale – rileva d'altro canto - è che «le parti non vogliono o non riescono a fare riforme significative del sistema che ha sempre più ‘buchi'», come ad esempio «i lavoratori pagati meno del minimo e la scarsa flessibilità per le imprese».

L'appartenenza sindacale dipende anche dall'età, dal ruolo e dal tipo di contratto di lavoro. A livello Ocse - emerge dallo studio - i giovani rappresentano solo il 7% degli iscritti al sindacato e sono la fascia di età che più difficilmente si sindacalizza in tutti i Paesi industrializzati. Gli iscritti tendono in generale ad essere lavoratori con competenze alte o medie (circa il 40% degli iscritti totali) e per la quasi totalità hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato, infatti solo il 9% ha contratti temporanei.

Lavoratori atipici meno sindacalizzati
L'aumento di forme di lavoro atipiche pone in effetti sfide aggiuntive alla contrattazione collettiva. In Italia i lavoratori atipici hanno una probabilità del 50% inferiore di essere sindacalizzati rispetto ai lavoratori standard. L'Ocse sottolinea che i contratti collettivi, oltre ad essere assieme all'espressione dei lavoratori sul posto di lavoro un diritto fondamentale, sono strumenti che contribuiscono a rendere più inclusivo il mercato del lavoro. Dove non ci sono, è maggiore la disparità salariale. La loro presenza può garantire che tutti i lavoratori e le aziende, anche quelle di piccole e medie dimensioni, possano beneficiare dell'innovazione tecnologica, dei cambiamenti organizzativi, così come può aiutare l'equilibrio tra lavoro e vita privata. I contratti possono insomma tutelare anche gli aspetti non-monetari del lavoro.

Che la qualità dell'ambiente lavorativo presenti problemi è esperienza comune e diffusa. L'Ocse calcola che il job strain, cioè le difficoltà fisiche e psicologiche che un lavoratore ha in presenza di richieste ed aspettative che gli sono imposte e non sono adeguate alle risorse, riguarda in media il 30% dei lavoratori. I più “logorati” sono i lavoratori della Turchia (47%) davanti a quelli della Spagna (39,5%). Gli italiani sono un po' sopra la media, al 33,5%, mentre i meno stressati sono i lavoratori dei Paesi nordici, in particolare quelli della Norvegia (16%).

Tra i rischi – non manca di rilevare l'Ocse - c'è ovviamente quello che una contrattazione collettiva non ben congegnata può danneggiare la produttività. Tirando le somme, lo studio sottolinea che l'indebolimento delle parti sociali pone un rischio comune a tutti i Paesi: quello di ritrovarsi senza istituzioni rilevanti e rappresentative per superare problemi collettivi e trovare un equilibrio tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle aziende nel mercato del lavoro. Il rischio è tanto più grave nel momento in cui i conflitti e le aspirazione che sono stati alla base dell'introduzione della contrattazione collettiva e in generale dell'espressione dei lavoratori, potrebbero aumentare in futuro.

«La contrattazione collettiva può e dovrebbe essere mobilitata per fare fronte alle questioni che emergono in un mondo del lavoro in trasformazione. Questi cambiamenti, spesso offrono anche alle parti sociali l'opportunità di rivitalizzare la rappresentazione e le iniziative collettive», è la sottolineatura finale.

Per approfondire:
Contratti collettivi, più della metà sono scaduti
Contratti collettivi e di prossimità per «salvare» il lavoro a termine

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