LE VIE DELLA RPRESA: LE POLITICHE PER I TERRITORI

Aree di crisi, solo 4 province su 19 tornate ai livelli di dieci anni fa

di Marzio Bartoloni e Carmine Fotina

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Su 163 milioni stanziati per Piombino ne sono stati utilizzati solo 11,7 (nella foto un operaio al lavoro, foto Imagoeconomica)


3' di lettura

I grandi disegni di reindustrializzazione del Paese devono ancora attendere. A 10 anni dall’esplosione della crisi finanziaria, solo 4 delle 19 province nelle quali ricadono le Aree di crisi industriale complessa hanno recuperato in termini di tasso di occupazione: Livorno, Trieste, Venezia e Cagliari (provincia originaria di Portovesme, area ora passata alla Sud Sardegna). Non è però ancora l’effetto dei finanziamenti previsti dagli Accordi governo-regioni, sia perché in alcuni casi sono stati firmati solo pochi anni fa sia perché sono in realtà altri settori - diversi rispetto a quelli dei siti da rilanciare - che hanno determinato questa mini-svolta. Il tasso di disoccupazione, che ovviamente tiene conto anche degli inattivi, al contrario cresce ovunque rispetto al 2007. E, nel periodo considerato, in tutte le province diminuisce il numero delle imprese attive. Più sorprendenti le esportazioni, che crescono in 9 province, soprattutto però per effetto di exploit esterni all’area in crisi.

Livorno, oltre a quella di Piombino, è un’area di crisi a sé. Qui l’occupazione è timidamente ripartita come l’export, ma gli accordi di programma in entrambi i casi «hanno inciso davvero poco e anche le risorse sono state utilizzate in maniera risibile, solo 11,7 milioni sui 163 stanziati a Piombino e 13,2 milioni sui 541 milioni per l’area di Livorno», spiega Alberto Ricci, presidente di Confindustria Livorno e Massa Carrara. Che attribuisce i dati con il segno più dell’area livornese alla capacità di reazione degli imprenditori soprattutto nella cantieristica, nella logistica e nell’automotive. Ricci è convinto che gli strumenti servano, «ma oggi sono complessi e hanno criteri poco coerenti con i bisogni delle aree di crisi». Sulla stessa linea Fausto Fagioli di Fim Cisl che ha seguito da vicino tutta la vicenda di Piombino: «Questo strumento è servito per garantire gli ammortizzatori sociali per i lavoratori, ma l’indotto nel frattempo è praticamente sparito. Se non riparte la grande industria è tutto inutile, per questo la norma va ripensata e resa più flessibile perché ogni area ha la sua specificità».

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Nel caso di Trieste Sergio Razeto, presidente di Confindustria Venezia Giulia, cita l’esempio positivo del bando chiuso a dicembre 2017 che ha in istruttoria due domande che assegneranno «importanti risorse per un’iniziativa imprenditoriale a carattere ambientale e per l’ampliamento di un’iniziativa esistente in ambito nautico. Si tratta di due investimenti “modello” di altrettanti indirizzi di sviluppo della nostra area, ai quali guardiamo con grande attenzione». Ma anche Razeto parla di un meccanismo da rendere più “dinamico”. «Ad esempio sarebbe importante una sua apertura a “sportello” e non a bando – idea condivisa anche dalla Regione - per sostenere le iniziative nel momento della loro cantierabilità».

Frosinone è il caso con le maggiori differenze lavoro-export. Nel 2007 la provincia esportava 2,5 miliardi, l’anno scorso ha chiuso a 7,4 miliardi. L’occupazione è invece ancora sotto ai livelli pre-crisi: 48,7% contro il 50,9% del 2007. Giovanni Turriziani, presidente di Unindustria Frosinone, lega la performance dell’export soprattutto ai dati della farmaceutica e dell’automotive (con la Fca a Cassino), «ma i nuovi investitori attesi dopo il decreto del 2016 che ha istituito l’Area di crisi ancora non ci sono». «Abbiamo 19 manifestazioni di interesse preliminari e in prospettiva dovremmo poter creare oltre 500 nuovi posti di lavoro, ora però bisogna velocizzare l’iter di autorizzazione». Per Alessandro Di Venanzio, presidente Unindustria Rieti, il buon funzionamento dell’Area è quasi una questione di sopravvivenza: «Speriamo in investimenti che coniughino la ricostruzione post sisma allo sviluppo economico. Quanto alla validità dello strumento, mi sembra un po’ penalizzante aver posto la condizione di investimenti finanziabili non inferiori a 1,5 milioni, ma ci stiamo dando da fare 24 ore al giorno per trovare investitori».

È la parola chiave di ogni Progetto di riqualificazione: investitori. Lo spiega bene Giampietro Castano, responsabile del ministero dello Sviluppo dell’unità “Imprese in crisi”. «Questo strumento di legge non crea lavoro da solo - dice - Funziona se ci sono rapidamente progetti di investimento. Pensiamo alla crisi dell’Antonio Merloni (precedente la riforma delle «aree complesse», ndr) dove si è praticamente fermi. Agli antipodi il recente caso di successo dell’Alcoa di Portovesme». In alcuni casi lo strumento è apparso in realtà un canale per attivare e prorogare di volta in volta la cassa integrazione straordinaria. Castano riconosce che servirebbe un ripensamento generale della legge: «Bisognerebbe partire dalla progettazione per rilanciare grandi aree di dismissione industriale, penso al modello Ruhr in Germania o Manchester nel Regno Unito. E dotare le aree di un’autorità di governo forte, in grado di superare i veti locali». A sentire un rappresentante politico del territorio - l’assessore allo Sviluppo del Lazio, Guido Fabiani - «va sicuramente salvata la logica della collaborazione Stato-Regioni, magari semplificando». Fabiani ricorda i cofinanziamenti attivati per Frosinone e Anagni (pre-riforma) e Rieti, «ora tocca a Invitalia chiudere il cerchio con gli investitori».

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