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Argentina, accordo sulla ristrutturazione del debito di 67 miliardi di dollari

Ora le parti sono al lavoro per la formulazione delle clausole legali. Aspetti tecnici che non dovrebbero generare ulteriori rinvii

di Roberto Da Rin

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Scritte sui muri di Buenos Aires contro il pagamento del debito e l’Fmi - Afp

Ora le parti sono al lavoro per la formulazione delle clausole legali. Aspetti tecnici che non dovrebbero generare ulteriori rinvii


3' di lettura

L'utopia e il disincanto dei negoziatori si è trascolorata in un atto di fede. Governo e creditori sono vicinissimi all'accordo e il default dovrebbe essere evitato. Il governo argentino di Alberto Fernandez ha annunciato di aver raggiunto l'anelata intesa per la ristrutturazione di 67 miliardi di dollari di debito.

Estenuante trattativa

Il presidente della repubblica Fernández e il suo ministro dell'Economia, Martín Guzman, dopo una estenuante trattativa durata quasi 4 mesi, con i tre grandi gruppi di investitori, detentori dei titoli, hanno annunciato “fumata bianca”.

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Le parti sono riuscite ad avvicinare le loro posizioni e una intesa sarebbe stata trovata nella definizione della sostituzione dei vecchi titoli con nuovi sulla base di un riconoscimento di circa 54,5 dollari per ogni 100 di valore nominale. L’ennesimo ultimatum scadeva martedì 4 agosto e ora le parti sono al lavoro per la formulazione delle clausole legali. Aspetti tecnici che non dovrebbero generare ulteriori rinvii.

I dettagli dell'accordo

Alcuni primi dettagli dell'operazione: i titoli di debito da ristrutturare, emessi nel 2005 e nel 2010 e a partire dal 2016, saranno scambiati con nuovi titoli in dollari ed euro con scadenze nel 2029, 2030 e 2038.La nuova versione del patto prevederebbe quindi uno scaglionamento dei pagamenti un po' più favorevole ai creditori dell'ultima bozza presentata un mese fa. La schiarita ha spinto al rialzo il valore dei bond argentini e ha fatto schizzare all'insù dell'8,7% un paniere di titoli nazionali quotati a Wall Street. La chiusura delle trattative con i creditori dovrebbe consentire a Buenos Aires di tornare ad accedere al mercato dei titoli di Stato.

La proposta iniziale

L'iniziale proposta argentina risale ad aprile ed era articolata così: un periodo di grazia di tre anni, un taglio del 5,4% sul capitale e del 62% sugli interessi. Un pacchetto che si sarebbe tradotto in un risparmio di 41,5 miliardi di dollari, riducendo il tasso di interesse dal 7% a una media del 2,3 per cento. Proposta rifiutata dall'80% dei creditori. Da qui un susseguirsi di “limature” e correzioni, un lungo braccio di ferro, una trattativa dilatata oltre ogni aspettativa.

Vigilia drammatica

La mediazione del Fondo monetario internazionale ha rappresentato un punto di forza ma finora l'obiettivo non è stato raggiunto. Nelle ultime settimane i toni sono stati più concilianti: il presidente Fernandez, in video conferenza al Consiglio delle Americhe, ha lanciato un vero e proprio appello all'unità nazionale, che evocava anche una richiesta di solidarietà internazionale: «Spero davvero che i creditori capiranno che stiamo facendo uno sforzo enorme. Ed è l'ultimo che possiamo fare. Chiedo, per favore, che aiutino l'Argentina a uscire dalla depressione».

L’apertura di Jp Morgan

Sul fronte opposto il ceo della banca d'affari JP. Morgan, Jamie Dimon, ha dichiarato in merito alla ristrutturazione del debito dell'Argentina, di essere disposto a «perdere 500 milioni di dollari» affinché quel Paese cresca. Dimon ha sostenuto che il ruolo di una banca nel sistema capitalista non è operare solo nei momenti positivi, ma che è importante accompagnare iniziative «durante i tempi difficili». «Abbiamo concesso un prestito complesso all'Argentina - ha poi detto - perché siamo stati presenti nel Paese da 75 anni. Adesso loro hanno un nuovo grande presidente che sa quello che sta facendo».

E infine: «Potremmo perdere 500 milioni di dollari, ma se li perdiamo per far sì che quel Paese possa rimettersi in piedi, non credo si tratti di un errore, credo sia quello che si deve fare».

La grave recessione

La trattativa si è svolta in un contesto economico gravemente recessivo: negli ultimi due anni il tasso di crescita del Pil argentino è crollato. Nel 2019 ha fatto registrare un -2,2% e nel 2018 un -2,5%. La pandemia del Covid-19 ha aggiunto un pesante fardello di incertezza per gli investitori. Le stime del Fondo monetario internazionale prevedono che quest'anno l'economia argentina si contrarrà del 9,9 per cento. L'inflazione al 50% annuo è l'altro tallone d'Achille, una vera e propria mannaia abbattuta sul potere di acquisto delle classi sociali più deboli.

Un'eredità del governo precedente di Mauricio Macri, liberista, la cui elezione venne salutata con grande entusiasmo dagli investitori e operatori. Delusi poi dai risultati acquisiti: Macri, oltre all'inflazione, ha fatto schizzare il debito pubblico in percentuale al pil, dal 52% del 2015 al 90% del 2019.La soluzione con i creditori allontana comunque il pericolo di una grave instabilità finanziaria nella regione che avrebbe amplificato le preoccupazioni per la recessione globale in corso.

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