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Argentina e non solo: mercati emergenti in balìa della guerra commerciale Usa-Cina

La battaglia dei dazi resta il principale market mover e rischia di vanificare i miglioramenti

di Andrea Gennai


Equity: mercati emergenti sorpresa del secondo semestre

3' di lettura

Sembra un appuntamento quasi ineluttabile: l’estate è il periodo per eccellenza delle turbolenze sui paesi Emergenti e anche quest’anno i mercati non si sono sottratti all’appuntamento. Una sorta di remake di quanto accaduto nell’agosto del 2015 quando la svalutazione dello yuan fece tremare i listini azionari di tutto il mondo. Questa volta con l’aggravante della guerra commerciale in corso. E gli Emergenti sono i primi a farne le spese quando la volatilità si riaffaccia sui mercati.

Come dimostra l’Argentina, dove la sorprendente sconfitta del presidente Macrì alle primarie contro il candidato peronista ha scatenato un’ondata di vendite sui titoli argentini. Per questo l'Etf chiamato Global X MSCI Argentina (simbolo ARGT) sta crollando nel pre-mercato (-20%). Da inizio anno è salito del 42% e la Borsa di Buenos Aires ha aperto con un -9%, sprofondando poi al -32,5 per cento. Non solo: il dollaro sta volando del 23% contro il peso argentino. La divisa americana compra 55,75 peso, stando al sito investing.com.

«La tensione tra Usa e Cina sulla guerra commerciale - spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte Sim - andrà avanti ancora e sicuramente non è finita qui anche se potranno esserci dei periodi di relativa tranquillità. Dopo Ferragosto il mercato guarda all’appuntamento di Jackson Hole in programma il 22 poi, a settembre, sarà la volta delle banche centrali. I cinesi vogliono probabilmente trascinare questa situazione senza arrivare a un accordo per mettere all’angolo Trump e minare la rielezione».

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Ogni volta che riesplode la tensione tra i due giganti il mercato chiude i carry trade (operazioni a caccia dei rendimenti più alti) e questo penalizza gli asset emergenti a favore di quelli più difensivi come oro, yen e franco svizzero. «I flussi sugli Emergenti a caccia di extrarendimenti - conclude Cesarano - continueranno ma i risparmiatori devono essere disposti a sopportare una maggiore volatilità».

Un warning arriva anche da S&P: secondo l’agenzia i rischi prevalgono. Il timore del protezionismo Usa e la frenata delle economie sviluppata insieme alle tensioni geopolitiche rapprestano una minaccia per gli Emergenti, al momento sostenuti da buoni flussi grazie alle consenguenze delle mosse Fed e Bce. Focus anche sulle condizioni macro economiche che non sono troppo solide soprattutto con un outlook che si sta deteriorando.

Secondo M&G Investments nel breve termine è probabile che l’incertezza relativa alle tensioni commerciali e al possibile impatto sulla crescita economica globale continuerà a influenzare il sentiment degli investitori su questa asset class. Tuttavia, in qualità di investitori a lungo termine, «riteniamo che la volatilità determinata da fattori macroeconomici possa creare opportunità. Crediamo che gli investitori reagiscano spesso in modo eccessivo alle preoccupazioni macro. Questo ci consente di trovare investimenti promettenti che sono rimasti intrappolati nella volatilità, nonostante l’impatto a lungo termine a livello “micro” o corporate sarà probabilmente minimo».

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Cina e India restano i giganti che dettano la linea nel mondo Emergente. La loro crescita si attesta intorno al 6-7% un livello in frenata rispetto ai picchi, ma pur sempre irraggiungibile per i paesi sviluppati. Il futuro dell’economia mondiale resta in mano a queste aree come pure le prospettive di crescita, questo rende necessaria agli investitori l’esposizione verso l’area. Anche se le turbolenze non mancheranno. Nei prossimi decenni Cina e India da sole contribuiranno a oltre la metà della crescita economica globale. In un’ottica di lungo termine la tendenza appare molto chiara e netta: gli investitori devono imparare però a gestire le turbolenze che periodicamente si verificano.

Negli ultimi anni i governi di molti paesi Emergenti hanno dato prova di gestire alcune variabili macro particolarmente delicate come l’inflazione, che consentono margini di manovra a livello di politiche monetarie. «Uno dei successi di cui si parla meno quando ci si riferisce agli emergenti - commenta Craig Botham, senior Emerging markets economist, Schroders - è il calo strutturale dell’inflazione. Nonostante il recente aumento in Turchia, l’andamento dell’inflazione a livello regionale negli emergenti negli ultimi 20 anni è stato moderato e stabile. In parte ciò è legato al contesto di minore inflazione a livello globale, ma anche i miglioramenti delle politiche e della credibilità negli emergenti hanno avuto un ruolo. Ciò rafforza ulteriormente le armi a disposizione delle banche centrali emergenti, che possono ora muoversi verso un allentamento per motivi convenzionali (per supportare una domanda più debole o a causa di un’inflazione inferiore) senza incorrere nel rischio di essere accusati di agire solo per scopi politici». Un taglio dei tassi implicherebbe quindi un minore timore di un aumento incontrollato dei prezzi rispetto al passato.

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