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Argentina, ecco chi viene colpito dal default

Sono state allungate solo le scadenze brevi ma la sfiducia contagia tutte i bond con cali tra il 30 e il 50% nel 2019

di Andrea Gennai


L’Argentina ci ricade: default per 110 miliardi di dollari

3' di lettura

L’Argentina ci ricasca. Nelle settimane scorse è stato annunciato l’ennesimo default selettivo da parte di Buenos Aires. Il provvedimento si concretizza nell’allungamento delle scadenze di alcune obbligazioni a breve. Si tratta sostanzialmente di un riscadenziamento che ha un impatto limitato rispetto a quanto avvenuto nel 2001. All’epoca il 60% del debito era in mano a investitori privati (tra cui gli italiani) mentre oggi la percentuale è scesa al 15%. L’effeto indiretto di questo ultimo default è stato il crollo dei prezzi di tutti i bond argentini per il venir meno della fiducia e per potenziali rischi che potrebbero aprirsi in vista delle elezioni presidenziali del 27 ottobre.

«Il default si concretizza in differenti situazioni - spiega Rocco Probo, analista Consultique -. Per quanto riguarda i titoli di Stato a breve termine (Lecap, Letes, Lecer e Lelinks) le persone fisiche non subiscono il default. Nel caso in cui, invece, il possessore fosse una persona giuridica verrà pagato il 15% alla scadenza, il 25% a tre mesi dalla scadenza e il 60% a sei mesi dalla scadenza. Per quanto riguarda, invece, i titoli a lunga scadenza ci sarà una proposta di ridefinizione volontaria delle scadenze».

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I titoli oggetto di ristrutturazione dopo il 2001 (i cosiddetti Par 2038 Eur e Discount 2033 Eur) non vengono toccati da questa nuova insolvenza. «In generale - continua Probo - l’investitore italiano molto difficilmente potrà essere colpito da questo default in modo diretto. Ciò non toglie che un investitore possa subire indirettamente il default dato che ha avuto ripercussioni comunque sui prezzi dei titoli di Stato argentini e sugli attivi dei fondi comuni che investono in tali titoli». Le flessioni da inizio anno sui bond argentini arrivano anche al 57 per cento.

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Peraltro gli avvenimenti argentini si accavallano con la situazione del Venezuela, dove la crisi ha assunto toni decisamente più acuti. «La contrattazione dei bond venezuelani sulle piattaforme italiane e internazionali - aggiunge Probo - continua a essere bloccata dallo scorso febbraio. Al momento per quanto riguarda l’Argentina non ci sono titoli bloccati, ma è un rischio che, seppur estremo, non possiamo escludere, anche perché le tensioni non sono del tutto rientrate dopo l’ennesimo default. Siamo in piena campagna elettorale e nuovi sviluppi possono essere all’orizzonte».

Molti titoli hanno una pezzatura minima di 100mila euro nominale, ma il crollo in area 30-40 li rende più accessibili. Il parere degli esperti è quello di grande prudenza intorno all’Argentina: il rischio resterà molto alto e chi vuole esporsi in chiave speculativa è opportuno lo faccia con una quota assolutamente marginale del portafoglio. La situazione non appare ancora risolta.

«Le maggiori vulnerabilità del profilo creditizio argentino - sottolinea Manuel Gerardo Musto, analista PascaProfit.com – derivano dal contesto finanziario in rapido deterioramento e dall’assenza di fiducia nei mercati finanziari in merito alle iniziative politiche della prossima amministrazione. Sul mercato dei capitali, le obbligazioni, sia in euro che in dollari, a 10 anni Argentina trattano intorno a quota 40 per un rendimento che sfiora il 24% a scadenza scontando una forte penalizzazione derivante dal processo di ristrutturazione e allungamento del debito. La maggiore preoccupazione sarà se il prossimo governo (peronista), dovesse bloccare i pagamenti delle prossime scadenze, creando un vero e proprio crollo».

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