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Argentina, i peronisti tornano al potere: Fernandez nuovo presidente

Alberto Fernandez vince le elezioni presidenziali in Argentina con il 48% contro il 40% di Macri. Tornano dunque i peronisti di Cristina Fernandez

di Roberto Da Rin


L’Argentina ci ricade: default per 110 miliardi di dollari

3' di lettura

DAL NOSTRO INVIATO
BUENOS AIRES - C’è chi sventola enormi bandiere biancocelesti, chi dirige il coro dell’inno peronista, chi vende T-shirt di Cristina Fernandez de Kirchner e, naturalmente, di Evita. Buenos Aires vive una notte di passione e l’Argentina archivia la stagione liberista. Le elezioni presidenziali le vince Alberto Fernandez, 60 anni, peronista doc. Il presidente in carica, Mauricio Macri, esce sconfitto. «Domattina farò colazione con il vincitore, Alberto Fernandez», ha dichiarato Macri a rete unificate.

Il vincitore ottiene il 48% dei voti, lo sconfitto il 40 per cento. Non sarà necessario il ballottaggio; la legge elettorale argentina prevede che, con il 45% dei voti si acceda alla Casa Rosada, senza ricorrere al secondo turno.
Controlli sui capitali, lotta all’inflazione e alla povertà sono le sfide del nuovo governo. La società è sfibrata da una recessione che la attanaglia da due anni.

I sondaggi prevedevano un distacco maggiore ma nel bunker elettorale peronista, nel quartiere di Chacarita, la gioia è ugualmente incontenibile. Di rosso vestita, Cristina Fernandez Kirchner - l’ex presidente che ha corso come vice di Fernandez (i due non sono imparentati9 - si presenta in tarda serata, alle 22,30, esulta, ed è sommersa dagli applausi, standing ovation. È costretta ad attendere a lungo prima che i suoi elettori plachino l’entusiasmo. «Arriveranno tempi difficili. Inizieremo a lavorare da subito - dice Cristina - e non attenderemo l’avvio formale del nuovo governo, il prossimo 10 dicembre. C’è tanto da fare. Quelli che abbiamo in mano sono i numeri del dolore. Per gli economisti sono cifre, per me no».

Non li affronta ma i temi sottesi dalla vicepresidente sono tre: l’inflazione al 55%, la svalutazione del peso, il tasso di povertà al 35 per cento. A lungo denunciati in campagna elettorale, a palese discredito del governo di destra.

Si tratta dell’assurda eredità di Macri, che lo ha reso indifendibile persino dai mezzi di comunicazione più antiperonisti e, inizialmente, a lui vicini. La svalutazione del peso è forse la prima emergenza. Il “peso”, la moneta Argentina, è scivolata a quota 65 per un dollaro e la Banca centrale ha bruciato, da metà agosto a oggi, 22miliardi di dollari per frenarne la caduta. Difficile quantificare l’ammontare preciso di riserve rimaste, alcune stime le attestano attorno ai 10-11 miliardi di dollari.

Marcos Buscaglia, capoeconomista per l’America Latina di Bank of America Merrill Lynch, spiega che il compito sarà duro ma «la lezione che l’Argentina dovrà apprendere una volta per tutte è quella di non attendere il rialzo dei prezzi delle materie prime per ripartire» . E aggiunge che «la gravissima crisi cilena mostra la necessità di coerenza tra modello economico e realtà sociale».

Tra chi festeggia ci sono anche ex elettori di Macri
Francisco, un maestro elementare di 46 anni, parla chiaro: «Ho votato Macri e me ne sono pentito. Quella di oggi è stata una pueblada, una vittoria politica schiacciante, contro le politiche liberiste, mai declinate con le necessità della società». Con un divertente gioco linguistico, una crasi, tra pueblo e goleada (popolo e raffica di gol, ndr), Francisco definisce la vittoria della coppia Fernadez-Fernandez.

La notte di festeggiamenti di migliaia di porteños sembra proseguire senza fine, proprio come i corsi e ricorsi storici di un Paese che ricade sui propri errori. Una coazione a ripetere di chi si aggrappa all’illusione che l’onda lunga dei prezzi delle commodities agricole, di cui è grande esportatore, non si infranga mai sugli scogli della congiuntura.

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