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Argentina, Fitch e S&P abbassano il rating. Tutte accese le spie di allarme del debito

Il calo dell’indebitamento a breve termine è il solo vero successo. Tutti gli altri elementi sono al di sopra dei livelli di “allarme elevato”

di Riccardo Sorrentino


Il presidente Macri ammette sconfitta alle primarie in Argentina

3' di lettura

L’agenzia Fitch ha abbassato il rating del debito sovrano dell’Argentina a CCC da B, nel timore crescente di default sull’onda dello shock delle primarie che hanno gettato il paese nella sua ultima crisi economica. L'agenzia Standard & Poor's lo ha invece tagliato a a B- da B, con un outlook negativo.

Il doppio declassamento è l’epilogo di una settimana nera per il Paese sudamericano, iniziata con il tracollo della Borsa dopo la sconfitta del presidente Mauricio Macri alle primarie per le prossime elezioni in programma il 27 ottobre.

Proprio Macri ha provato a usare i mercati a suo favore. Il presidente argentino, battuto con un margine di 15 punti dai rivali peronisti nelle “preelezioni” - primarie di partito a partecipazione obbligatoria - cerca ora di presentare i programmi di Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner come responsabili del crollo dei mercati.

È molto difficile, però, che la sua mossa possa giovargli. Se è vero che i due candidati peronisti dovranno ora spiegare come vogliono uscire dalla crisi, dopo aver criticato l’austerità di Macri, il presidente in carica non può presentarsi neanche come il minore dei mali.

Macri non ha semplicemente perso consensi. Ha perso la fiducia, soprattutto della classe media. Il perché è facile da capire. Il presidente è stato eletto a fine 2015. L’anno prima l’inflazione aveva toccato il 23,9% ed erodeva salari e risparmi. Non ci sono dati affidabiliper il 2015 e il 2016 ma nel 2017 i prezzi salirono del 24,8%: i primi anni di mandato sono andati perduti. L’anno scorso - con la crisi monetaria che ha richiesto l’intervento del Fondo monetario internazionale - la situazione è addirittura peggiorata: l’inflazione è salita al 47,6% e le aspettative per quest’anno puntano al 40 per cento. Il pil ha continuato intanto a salire - sia pure oscillando tra espansioni e contrazioni - al ritmo medio annuo dello 0,1%...

Inevitabile il peggioramento dei conti pubblici. L’Argentina aveva a fine 2018 un debito pari all’86% del pil, dal 52,6% del 2015. Può sembrare, sulla base degli standard “italiani”, una cifra bassa, ma il livello del debito dice poco sulla sua sostenibilità ; e in ogni caso, in quanto Paese emergente, la soglia di sofferenza per l’Argentina è al 75% del pil.

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L’ultima analisi di sostenibilità , pubblicata dall’Fmi a luglio, mostra che tutte le spie di allarme sono accese. Il calo dell’indebitamento a breve termine è il solo vero successo. Tutti gli altri elementi sono al di sopra dei livelli di “allarme elevato”. La percezione del mercato non è positiva: lo spread sui titoli sovrani rispetto ai Treasuries è pari a 728 punti base (contro una prima soglia di allarme a 200 e una seconda a 600). Il fabbisogno di finanziamento esterno dell’intera economia è pari al 22% del pil (le due soglie sono rispettivamente al 5 e al 15%). La quota di debito pubblico in mano straniera è pari al 49% (le soglie sono al 15 e al 45%) e, soprattutto, il debito pubblico in valuta è pari a un colossale 76%, una cifra che rende un incubo qualunque flessione del cambio.

Il debito pubblico argentino - a differenza per esempio di quello italiano, molto sensibile invece alla crescita - risponde molto all’andamento del cambio (reale effettivo): uno shock valutario - non improbabile in un paese con un deficit corrente cronico - potrebbe avere effetti disastrosi (come mostra il recente passato).

La sfida, per Macri, è dunque politicamente ardua. Come lo era nel 2015. Un’inflazione così alta avrebbe richiesto una politica monetaria molto restrittiva, con grande sofferenza per le imprese “al limite”, quelle più deboli (per questo gli economisti insistono nel tenere sotto controllo i prezzi). La Banca centrale ha introdotto un target di inflazione - al 25% - ma in una prima fase non è stata molto coerente sui tassi, che sono calati. La vera stretta, accompagnata da interventi sul valutario e dal controllo della base monetaria, è iniziata da poco più di un anno (oggi il tasso Leliq è al 74,78%). Un debito così a rischio avrebbe intanto richiesto forti tagli alle spese e quindi ai servizi sociali (per questo gli economisti insistono sul controllo del debito) ma il governo, dopo aver aumentato il deficit, ha raggiunto solo quest’anno un minimo avanzo primario.

La scommessa di Macri, quella di una politica rigorosa, ha dunque fallito, perché di rigore vero ce n’era poco, e quel poco ha rallentato l’economia. Difficile che ora, anche di fronte a candidati meno affidabili sul piano economico, possa recuperare consensi.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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