STRATEGIE DI INVESTIMENTO

«Aristocratici» contro «Bassa volatilità»: chi vince la sfida tra i due Etf dei miracoli?

di Enrico Marro


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3' di lettura

Ma sono davvero così “difensivi”? Guardiamoli da vicino, i due Etf dei miracoli. Da una parte abbiamo gli “Aristocratici”, i Dividend Aristocrats, “cloni” dell’indice S&P Hight Yield Dividend Aristocrats Index. Circa un centinaio di titoli, scelti all’interno del grande paniere dell'indice S&P1500, tra quelli che hanno innanzitutto una caratteristica: aver regolarmente aumentato i dividendi ogni anno per almeno vent’anni. Cavalli di razza, insomma.

Dall’altra abbiamo gli Etf a bassa volatilità, che riproducono l’indice S&P500 Low volatilty, il quale a sua volta raggruppa i cento titoli meno volatili dell’indice guida di Wall Street sulla base della deviazione standard riferita ai 252 giorni precedenti, “pesandoli” a seconda appunto della volatilità (i titoli con minori oscillazioni giornaliere avranno un maggior peso nel paniere).

«I due tipi di investimento non sono così diversi - spiega Francesco Lomartire, responsabile di Spdr Etf per l’Italia - : nel caso degli “Aristocrats” i dividendi in continua crescita da almeno un ventennio rappresentano un chiaro indice di solidità delle società, una componente “value” che non si può trascurare, mentre per i “low volatility” l’approccio è di natura più quantitativa, con un portafoglio ponderato sulla bassa volatilità attraverso la misurazione della deviazione standard».

Dal gennaio 2000 al gennaio 2019, un “quasi ventennio” in cui le Borse ne hanno viste davvero di tutti i colori (dalla bolla internet al crack di Lehman), gli “Aristocratici” hanno sovraperformato l’indice S&P500 di quasi il 5% l’anno. E per giunta con un livello di volatilità medio (il cosiddetto “beta”) addirittura del 26% inferiore a quello dell’S&P500. Il che smentisce l’antica - e non errata - credenza che per avere maggiori rendimenti sia indispensabile assumersi maggiori rischi. In quasi vent’anni, gli “Aristocratici” hanno battuto l’indice guida di Wall Street di quasi il 5% l’anno con rischi di oltre un quarto inferiori. Noblesse oblige. E ancora meglio hanno fatto i “low volatility”, come rivela questo studio di State Street Global Advisors redatto in esclusiva per Il Sole 24 Ore online.

Vediamo le performance di “Aristocrats” e “Low volatility” in questo grafico, confrontate con quelle degli indici S&P500 e S&P1500:


LA SFIDA TRA “ARISTOCRATICI” E “LOW VOLATILITY”

index return, base = 100 (Fonte: SSGA e Bloomberg)

LA SFIDA TRA “ARISTOCRATICI” E “LOW VOLATILITY”

La prima cosa che balza all’occhio è lo spartiacque rappresentato dalla grande crisi finanziaria del 2008/2009: prima di quello storico crack gli “Aristocrats” sovraperformavano i “Low volatility”, poi è stato vero il contrario. Come si spiega questo fenomeno? «Dopo l’esplosione della bolla tecnologica nel marzo 2000 e il conseguente crollo c’è stata una risalita lenta - spiega Lomartire - con un mercato fragile e spesso senza direzione: tutte condizioni che hanno spinto gli investitori a cercare qualità negli Aristocrats». Anche perché i tassi erano molto più alti di quelli attuali, sottolinea il responsabile italiano degli Etf Spdr, e di conseguenza erano molto gettonate le società in grado di assicurare una buona capacità di remunerare il rischio, ovvero che avevano premi al rischio più elevati.

Dopo la crisi del 2008/09 invece a sfoggiare risultati leggermente migliori sono stati i “Low Volatility”, anche perché nel dopo Lehman gli “Aristocrats” hanno perso buona parte dei titoli finanziari e non hanno mai avuto molti tecnologici in portafoglio, perdendo così lo slancio dei titoli tech nella prima parte del ciclo Toro in cui stiamo vivendo. Ma i risultati, come è evidente dal grafico, premiano comunque le due strategie “difensive” rispetto ai rispettivi indici generali di Borsa (S&P500 per i “Low volatility” e S&P1500 per gli “Aristocrats”): come spiega ancora Lomartire, «spesso è più salutare avere un portafoglio che ci difende durante le fasi negative rispetto a uno che corre dietro ai mercati quando sono in fase Toro».

Fin qui il passato, plasticamente rappresentato dal grafico in alto. Ma nel futuro su quali strumenti è meglio puntare? «Lo scenario è molto complesso, con la guerra commerciale che minaccia le grandi multinazionali votate all'export - riflette Lomartire - . Quella degli “Aristocrats” è una strategia che insiste sulla qualità e che va a mediare le spinte legate all'export con le dinamiche di domanda interna: gli “Aristocrats” hanno anche mid-cap che probabilmente sono meno esposte sull’estero». Poi c’è il fattore qualità: le società Usa godono di condizioni finanziarie migliori, fanno buyback, distribuiscono dividendi, effettuano fusioni e acquisizioni. Le ricadute di tutto questo sugli “Aristocrats” possono essere positive. «Il fatto di essere poco esposti sul tech (gli “Aristocrats” hanno meno del 3% di tecnologia) potrebbe infine essere un bene in questo momento».

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